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La costrizione

Vi assicuro che sentire una porta che si chiude alle spalle è un tonfo al cuore che ti fa perdere il fiato. Se sei solo di passaggio, quando esci e il cancello si chiude dietro di te, finalmente tiri un sospiro di sollievo.

di Evaristo Lodi - domenica 22 marzo 2026 - 602 letture

Cosa accomuna il mondo delinquenziale del carcere e quello educativo, costrittivo, del collegio?

Forse nulla, forse molto ma è ciò che caratterizza due aspetti delicati e nevralgici della nostra società.

Una supplica mai esaudita, oserei dire una purezza, la purezza degli sconfitti, che è un miscuglio di labile disperazione e testardaggine. […] L’ordine era come le idee, un possesso, una possessione. […] Mi domando che cosa può non essere ossessivo. Era un idillio, un idillio ossessivo. […] In mezz’ora ero già in alto […] Lassù mi sentivo in uno stato che si potrebbe chiamare anche malafelicità. Esigeva la solitudine, era uno stato di ebbro e tranquillo egoismo, una vendetta felice. […] E l’allegria, ci può essere un’allegria fatua nel tedio, uno zelo funereo" [1].

Sono solo alcune frasi colte nel libro di Fleur Jaeggy che descrivono magistralmente l’aria che si respira in un collegio, negli anni dell’adolescenza. Anni in cui la persona è costretta ad accettare le regole così come sono, senza possibilità di avere voce in capitolo, pena l’espulsione o l’accettazione dei pericoli dell’evasione.

Anche nelle prigioni, non si dimentica il compagno di cella. Sono volti che nutrono e mangiano il nostro cervello, i nostri occhi” [2].

Così come non si dimentica il compagno di cella non si dimenticano le persone con cui hai condiviso difficoltà, pena, disperazione e ogni sorta di afflizione. Tutti coloro che vivono momenti difficili e li condividono con qualcuno si sentono attratti da un forte senso di comunione, di cameratismo che permette di uscire dal tunnel, se le circostanze lo permettono. Nei teatri di guerra queste persone, oltre a condividere il medesimo sentimento, se sopravvivono, nutriranno anche un profondo sentimento di odio verso il nemico che ha permesso la distruzione della guerra.

Ho avuto la fortuna di visitare alcune carceri in Italia e all’estero, come semplice visitatore o come insegnante/educatore per brevi o brevissimi periodi. Vi assicuro che non è molto salutare scoprire il delitto commesso da chi è rinchiuso. È meglio sorvolare e non pensarci. Fino al momento in cui non scopri di quali orrendi crimini si sono macchiati, anche i carcerati sono creature degne di attenzione. A volte sono loro a esprimere i loro desideri, le loro aspirazioni e, come in tutte le realtà, mi sono trovato ad avere empatia, se non altro per le storie che ho ascoltato. Vi assicuro che sentire una porta che si chiude alle spalle è un tonfo al cuore che ti fa perdere il fiato. Se sei solo di passaggio, quando esci e il cancello si chiude dietro di te, finalmente tiri un sospiro di sollievo.

Il bene comune, il film di Rocco Papaleo [3] vuole proprio descrivere delicatamente questa empatia nei confronti di persone che, sì hanno commesso dei crimini, ma che continuano ad avere aspirazioni, idee e progetti per il futuro, proprio come le persone a cui sono affidate. Non credo sia un caso che la natura, il pino loricato in questo caso, sia la meta perseguita da tutti i partecipanti alla gita all’aperto. Così come la colonna sonora, ispirata al jazz, vuole essere una elegante e sottile polemica verso la nostra società cieca e insensibile alle persone pensanti.

Nel momento in cui siamo invitati a modificare la Costituzione italiana con un referendum sulla giustizia, mi accorgo che da più parti e in vari modi si esprime un disagio che si trasforma in una rassegnazione oziosa. Solo negli ambienti costrittivi riusciamo a cogliere stimoli per una progettualità futura, per poter esprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Solo nella diversità riusciamo a sentire quello stimolo vitale che dovrebbe essere incarnato da una semplice protesta. Solo l’evasione sembra essere il rifugio che più ci avvicina alla libertà, alla felicità.

Perseveravo nel piacere dell’andare in fondo alla tristezza, come a un dispetto. Il piacere del disappunto. […] Vi è come un’esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo […] Prefiguravo il dolore, l’abbandono, come una gioia acuta. […] l’innocenza è un’invenzione dei moderni. […] L’allegria può diventare tetra. L’allegria è difficile da sopportare. […] Nella giovinezza si annida il ritratto della vecchiaia, e nell’allegria lo sfinimento. […] Un collegio è un’istituzione forte, poiché in un certo senso si fonda sul ricatto” [4].

Ai nostri occhi, il collegio sembra essere un’istituzione atavica, troppo legata all’autoritarismo del passato per poter essere presa in considerazione. L’istituzione scolastica italiana si fonda su altri principi, su altri valori, quelli della convivenza civile, della cultura e dell’educazione per formare i cittadini futuri, colmi di comprensione ed empatia inclusiva. Ma non contempla la sana complicità che nasce dalla condivisione, generata dalla costrizione istituzionale, negli anni dell’adolescenza. Si lascia spazio solo all’omologazione consumistica che, guarda caso, crea disagio, violenza e rifiuto del diverso, non solo di coloro che lo sono per evidenti motivi di disabilità ma anche per mancanza di appartenenza al gruppo, al branco. La violenza che serpeggia nelle aule scolastiche e nelle nostre strade è dettata da due ordini di motivi: disagio sociale, economico (quello di marxiana memoria) e disagio provocato da mancanza di valori, noia, tedio e mancanza di rapporti emotivi soddisfacenti. Il mercato non riesce a colmare il divario economico e valoriale fra questi due gruppi. L’omologazione (quella di pasoliniana memoria) avviene solo per slogan, per comportamenti codificati nei singoli gruppi, negli agglomerati sociali che sono stati costretti ad accettare le imposizioni consumistiche imposte dalla società.

Gli adolescenti che ricorrono a un comportamento violento lo fanno o perché possiedono molto poco di quello che offre la società oppure, al contrario, perché possiedono troppo e non sanno che farsene. Mi rendo conto di generalizzare troppo ma il rischio di schematizzare è di chi tenta di sottrarsi all’omologazione e, nello specifico, all’omologazione adolescenziale, l’età in cui ci si vuole distinguere dagli altri, si vuole essere unici e non classificabili in modo rigido, ingessato. Attraverso il diffuso permissivismo, l’istituzione scolastica italiana cade proprio in questo tragico equivoco. Non a caso i più abbienti cercano di fornire ai loro rampolli un’educazione ricercata all’estero in college, parola che curiosamente ricorda i collegi di antica virtù italica, che richiedono un esborso esclusivo e non una meritocrazia sostanziale.

Ne Il bene comune, l’unico personaggio giovanile, che rifiuta con ostinazione tutti gli stereotipi sociali, riesce a trovare un senso nella sua passione atletica solo quando è chiamato da un’emergenza improvvisa, generata da una sua dimenticanza, a confrontarsi con i suoi limiti e a compiere un’impresa, riconosciuta solo dallo zio. La mancanza di significato in ciò che era stato invitato a fare fino a quel momento, svanisce in un’intensità che stupisce anche lui. Nella costrizione, causata dall’emergenza, riesce a compiere il miracolo.

Se non si vuole o non si può agire sulla realtà che ci circonda, sulle regole consumistiche che ci opprimono, ci rimangono pochi margini di manovra. Se poi siamo adolescenti il problema è molto più devastante e solo pochi riescono a sopravvivere. La rinuncia e il sacrificio sono le parole che hanno perso di più il loro significato, soprattutto nel mondo adolescenziale. “Solo un esteta può rinunciare a tutto” [5].


[1] Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, Adelphi, 1989.

[2] Ibid.

[3] Leggi anche: Il Bene Comune / di Piero Buscemi, Girodivite, 15 marzo 2026.

[4] Fleur, cit.

[5] Ibid.


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