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La casa del diavolo

Recensione dell’ultimo romanzo di Piero Buscemi (La casa del diavolo / di Piero Buscemi. - Roma : ZeroBook, 2025. - 213 p. - press ISBN 9788867112470, ebook 978-8867112487)

di Giuseppe Pellizzeri - mercoledì 8 aprile 2026 - 372 letture

«Allora, com’è?» mi chiede l’autore con quella leggerezza che usa quando in realtà gli interessa parecchio. E io, invece di rispondere, faccio quello che faccio sempre in questi casi: prendo tempo. Che è un modo elegante per dire che non so da dove cominciare senza dire una banalità.

Perché dire che “La casa del diavolo”, la sua ultima fatica letteraria è un romanzo di formazione, è facile. Troppo facile. Come dire che il tennis è uno sport che si gioca con la racchetta: vero, ma non hai detto niente. Potrei anche azzardare un paragone alto, chiamare in causa “I ragazzi della via Pál”, dargli una spruzzata di Sicilia e chiudere lì, con una frase che suona bene e non disturba nessuno.

Ma il punto non è quello che racconti. È come lo racconti, come ci entri dentro. E Buscemi, con cui ho condiviso un torneo di doppio tennistico scoprendo la sua vis polemica contro chiunque si trovasse dall’altra parte della rete, Buscemi dicevo, qui fa una cosa diversa. Si mette di lato. Lavora la materia senza far rumore. Fa il “burattinaio di parole” (Guccini docet!), che è già tutto un programma: prende i ricordi, che di solito sono roba scivolosa, piena di trappole, li modella senza trasformarli in lezione. Niente tono didattico, niente nostalgia confezionata. Solo pennellate. A volte leggere, a volte più cariche, ma sempre riconoscibili. Ecco.

Ma non è questo che volevo dire, o almeno credo. Perché in realtà, mentre leggevo, mi è successo altro. A un certo punto il libro ha smesso di stare tra le mani e ha aperto una specie di passaggio. Uno di quelli che non sai bene quando si attivano, ma quando succede te ne accorgi subito. Una specie di porta spazio-temporale, uno Stargate per intenderci, solo senza effetti speciali. E io ci sono passato dentro. Perché quella casa, la casa del diavolo, io ce l’avevo davanti agli occhi tutti i giorni. Letteralmente. Era di fronte casa mia.

E come i ragazzi del libro, che guarda caso erano pure amici miei, passavo il tempo a immaginare cosa ci fosse dietro quelle mura. Porte segrete, stanze chiuse da anni, quadri di principi e regine che ti osservano mentre entri senza permesso. Una magione che oggi diremmo “gattopardiana”, ma allora era semplicemente un posto dove poteva succedere di tutto. E la cosa strana è che, andando avanti nella lettura, a un certo punto mi sono accorto che il libro non lo stavo solo leggendo: mi ci ero proprio infilato dentro. Camminavo con loro. Guardavo dove guardavano loro. E ogni tanto, lo ammetto, anticipavo pure una paura, come se sapessi già dove scricchiolava il pavimento.

Ah, che età è stata quella! Un’età in cui gli orizzonti non finivano mai, perché appena ne raggiungevi uno, se ne apriva subito un altro. Senza bisogno di spiegazioni, senza bisogno di capire tutto. Bastava esserci. Il merito dell’autore, alla fine, è questo. Non ti riporta indietro con la nostalgia, quella pesante, un po’ appiccicosa, che sa di ricordo forzato. Ti ci fa entrare di nuovo, ma con passo leggero. Come se quella stagione non fosse mai finita davvero, ma si fosse solo messa da parte, in attesa. E tu, leggendo, la ritrovi lì. Intatta. Come certe porte che da fuori sembrano chiuse. Ma poi ti basta spingerle piano e sei di nuovo dentro.


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