Sei all'interno di >> GiroBlog | Segnali di pace |

La bandiera di tutti gli oppressi? Quella dell’Onu

di Laura Tussi - mercoledì 25 febbraio 2026 - 472 letture

Nel dibattito pubblico si parla spesso della “crisi dell’ONU”: paralisi del Consiglio di Sicurezza, veti incrociati, risoluzioni ignorate, diritto internazionale violato senza conseguenze. Ma forse la crisi più profonda non riguarda soltanto le Nazioni Unite come istituzione. Riguarda la coscienza etica dei leader politici, la loro capacità – o volontà – di riconoscere un principio elementare: nessuna ragione di Stato può giustificare la negazione sistematica dei diritti umani fondamentali.

Viviamo in un tempo in cui le guerre si moltiplicano, le occupazioni si cronicizzano, le sanzioni strangolano popolazioni civili, le armi tornano a essere considerate strumenti ordinari di politica estera. In questo scenario, l’ONU viene evocata alternativamente come baluardo morale o come organismo impotente. Eppure, dietro la retorica sull’inefficienza dell’istituzione, si cela una domanda più scomoda: chi la rende inefficace? Non sono forse gli stessi Stati membri, quando subordinano il diritto internazionale agli equilibri geopolitici, quando utilizzano il veto per proteggere alleati, quando invocano la legalità solo se coincide con i propri interessi strategici?

La bandiera dell’ONU, con il planisfero circondato dai rami d’ulivo, nasce come simbolo di un’aspirazione: superare la logica dei blocchi, contenere il nazionalismo aggressivo, costruire un ordine fondato su regole condivise. Oggi quella bandiera appare spesso sbiadita, non tanto per debolezza simbolica, quanto per l’erosione progressiva del principio che dovrebbe rappresentare: l’universalità dei diritti.

Donne che sfilano il giorno internazionale della donna a Goma In Foto: Donne che sfilano durante il giorno internazionale della donna a Goma (RDC) l’8 marzo portando la bandiera ONU

Nel frastuono delle guerre e delle polarizzazioni, assistiamo a un fenomeno inquietante: la selezione delle indignazioni. Alcune tragedie mobilitano piazze e governi, altre restano ai margini dell’attenzione. Alcuni conflitti diventano paradigmi morali, altri vengono archiviati come crisi periferiche. In questo meccanismo si insinua una gerarchia implicita del dolore, che tradisce l’idea stessa di universalismo.

È in questo contesto che ci si interroga il senso dei simboli, la tentazione di trasformare una bandiera nazionale – per quanto legata a una sofferenza reale – in emblema universale degli oppressi. La domanda che attraversa il testo non è una negazione dell’empatia, ma un invito alla coerenza: se la solidarietà è autentica, non può essere selettiva; se la liberazione è il fine, i mezzi non possono contraddirla; se la pace è l’obiettivo, non può essere declinata secondo appartenenze.

Forse la vera crisi non è dell’ONU in sé, ma dell’idea che l’umanità possa riconoscersi in un orizzonte giuridico e morale comune. Quando la bandiera delle Nazioni Unite viene percepita come ingenua o irrealistica, significa che abbiamo smesso di credere nella possibilità di un ordine fondato sul diritto e non sulla forza. Eppure, proprio in un’epoca di conflitti diffusi, quel simbolo – imperfetto, contestato, talvolta tradito – resta uno dei pochi riferimenti che non divide per identità nazionale, ma richiama un’appartenenza più ampia: quella alla comunità umana.

Occorre spostare lo sguardo: dalla competizione tra bandiere alla responsabilità condivisa; dalla sacralizzazione di una causa alla difesa coerente del diritto internazionale; dall’emotività selettiva a un’etica che non conosca confini. In un tempo di schieramenti assoluti, è un richiamo scomodo ma necessario: prima di essere cittadini di una nazione, siamo parte di un’umanità che o si salva insieme, oppure si smarrisce nella frammentazione dei suoi simboli.

La bandiera di tutti gli oppressi

Dobbiamo tracciare una demarcazione chiara tra l’empatia per le vittime di una politica criminale e l’abbaglio ideologico post-terzomondista. Ci impegniamo a smascherare il modo in cui una causa specifica, per quanto drammatica, venga trasformata in un “simbolo universale” forzato, rischiando di oscurare altre tragedie e di avallare dinamiche politiche tutt’altro che liberatrici.

Ecco alcuni punti di riflessione per decostruire l’idea che questa o quella bandiera di una nazionalità oppressa rappresenti un’eccezione universalistica.

Il primo errore è la selezione ideologica. Quando si afferma “siamo tutti la nazione X, Y o Z”, si compie un’operazione di riduzionismo, perché si stabilisce una gerarchia del dolore. Focalizzarsi solo sull’Ucraina ignorando il Sudan, il Congo, Gaza o le vittime silenziose dei test nucleari e della fame significa creare una graduatoria delle sofferenze. È forse questa la giustizia? Si finisce per considerare che le vite – e le morti – di alcuni contino più di quelle di altri, e di gran lunga.

Il secondo errore è la rivalutazione del nazionalismo, per quanto mascherato. Ogni bandiera nazionale, per definizione, delimita un “noi” contrapposto a un “loro”. Presentare la bandiera di questa o quella nazione come l’unica che “non conosce nazionalismo” è una contraddizione logica. La lotta per lo Stato è, intrinsecamente, una lotta nazionalista.

Il terzo errore consiste nel giustificare modelli oppressivi e pratiche di brutalità violenta. Se il fine è la liberazione umana e la pace, il mezzo non può essere il terrorismo o l’alleanza con teocrazie oppressive. Esporre come simbolo di liberazione una bandiera che, sotto la gestione di determinate forze politiche, rappresenta l’oppressione delle donne e dei dissidenti significa imboccare un vicolo cieco etico.

Perché allora non siamo tutti, semplicemente e innanzitutto, umani? La proposta di temperare ogni simbolo nazionale con il riferimento all’Articolo 11 della Costituzione o alla bandiera dell’ONU – intesa come aspirazione a un ordinamento sovranazionale – rappresenta una risposta autenticamente “solare”.

Non esiste un popolo “più vittima” di altri in senso metafisico. Esistono vittime del militarismo e del nazionalismo ovunque.

Invece di adottare la bandiera di una parte, che inevitabilmente divide, un’opposizione solare sceglie simboli che uniscono l’umanità contro la guerra in quanto tale: la bandiera della pace, il tamburo dei monaci, l’impegno concreto per il Trattato di proibizione delle armi nucleari. Perché ciò che davvero ci sta a cuore è il diritto internazionale, il diritto delle persone, dell’umanità e della Terra.


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -