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La Turba di Cantiano

Rappresentazioni popolari a tema sacro. Una sfida tra conservazione della “tradizione” e aspirazioni innovative. Il caso della “Turba” di Cantiano

di Mario Corsi - venerdì 18 marzo 2022 - 2353 letture

Premessa

La presenza di forme più o meno strutturate di rappresentazioni popolari a tema sacro, o sacre rappresentazioni [1], è presente in molti borghi e città d’Italia e spesso si abbandona l’originario format liturgico o paraliturgico andando a costituire eventi autonomi [2]. In altri contesti questa metamorfosi non si è poi neanche prodotta poiché gli eventi stessi, per emotività o per imitazione, si sono autonomamente generati solo in anni recenti.

Ereditando una plurisecolare tradizione in tema di religiosità popolare [3], nel borgo di Cantiano, marchigiano per appartenenza amministrativa ma contiguo, geograficamente e culturalmente, con la città umbra di Gubbio, il 28 aprile del 1946 si costituiva formalmente un sodalizio, denominato la “Turba”, che si proponeva: “La messa in scena della Rappresentazione Sacra detta Turba, secondo il programma massimo che tende a darle tutta la serietà e tutto il più ampio respiro, senza toglierle la fisionomia caratteristica con la quale ci fu tramandata per circa sette secoli dai maggiori. Tale messa in scena dovrà effettuarsi la sera del Venerdì Santo, solamente in Cantiano, come vuole la tradizione.” [4]. Si trattava chiaramente di un progetto assai ambizioso nel quale, sulla scia di una lunga tradizione, confluivano diverse e nuove linee di azione. Tralasciando l’attribuzione del termine “sacro” dato alla rappresentazione [5] e sul quale andrebbe operata un’attenta analisi, si fa riferimento a un mandato etico consistente nel dare “serietà” e “ampio respiro” a una messa in scena senza minare un tributo di continuità storica per l’eredità ricevuta. Non bastasse ciò, il tutto doveva avvenire solamente nel borgo e in unica edizione [6]. Si poneva così una serie di cogenti vincoli, peraltro rimasti inalterati nel tempo, che sembrano porre l’iniziativa più sull’“altare” dell’evento “concettuale” piuttosto che su quello di un’azione riconducibile al folclore locale e per la quale, come insegna la storia, in più luoghi si è avuta una metamorfosi più o meno marcatamente “commerciale” [7] [8].

Il “prodotto”

Con riferimento a chi assiste alla “messa in scena” e vista la premessa fatta, sembrerebbe dunque del tutto fuori luogo sviluppare processi, coerenti e coordinati, che orientino la creazione di scambi e relazioni con la finalità di creare valore, soprattutto sociale, trasferendo verso altri soggetti valori funzionali, simbolici, emozionali o esperienziali per gli stessi [9]. Se, infatti, ci s’instradasse in un simile percorso di marketing, dovendo ricercare un equilibrio tra i desiderata di chi organizza l’evento (“produttore”) e di chi lo fruisce (“consumatore”), ci si troverebbe subito di fronte alla difficoltà di definire i ruoli tanto per i primi quanto per i secondi.

L’organizzazione, come detto, è condotta principalmente con motivazioni culturali, rientranti nell’adempimento di un mandato sociale e storico, volte alla conservazione e perpetuazione della tradizione. Proprio l’ancorarsi alla tradizione rende difficile, in senso generale, modificare lo stato dell’arte se non in conseguenza di necessità ineludibili o improvvise suggestioni. Nell’uno e nell’altro caso il pubblico [10] rimane invariabilmente soggetto quasi estraneo poiché il tutto è principalmente pensato in logica interna e fortemente autoreferenziale.

Da parte sua il pubblico non avrebbe comunque la possibilità di esternare le proprie aspettative, se non in forme molto indirette, e si ritiene comunque soggetto tendenzialmente passivo proprio in virtù del fatto che, decidendo autonomamente di partecipare a un evento del tutto gratuito [11], non può vantare diritti stante l’assenza di vincoli se non quelli legati ad alcune limitazioni sugli spostamenti imposte dalla logistica dell’evento.

In realtà, in molte occasioni si è posto in discussione il rapporto tra la manifestazione e lo spettatore ma, almeno al momento, ha generalmente prevalso una linea di condotta “didattica” per la quale è implicitamente riconosciuta un’asimmetria tra gli organizzatori e i fruitori. Ai primi è, infatti, demandata la scelta delle forme, dei linguaggi espressivi e di tutte le iniziative culturali collaterali che nel tempo hanno arricchito il “portafoglio” dell’offerta [12]. Ai secondi non è riconosciuto invece nessun ruolo attivo ponendo il processo di assimilazione dei contenuti secondo uno schema classico e, sicuramente, datato.

Un prodotto o servizio non è mai buono o cattivo in sé, ma tale lo giudicano i destinatari in rapporto alle aspettative che riesce a soddisfare (Marbach, cit.). Chiaramente in questo caso tutte quelle che sono indicazioni riferibili a un prodotto che va a inserirsi nel mercato risultano “silenziate” in virtù delle considerazioni esposte e tali comunque da restringere ogni iniziativa volta all’armonizzazione del rapporto con gli spettatori nell’ambito delle attività per il marketing sociale. D’altra parte, pur non potendo misurare la pertinenza del prodotto in termini economici diretti, se ne può comunque surrogare l’effetto sulla partecipazione numerica degli spettatori. Questa, ancorché valutata indicativamente [13], fornisce informazioni di ritorno volte, da una parte all’autocompiacimento degli organizzatori e degli interpreti e, dall’altra, alla creazione di una sorta di desiderabilità sociale e riconoscimento culturale. In particolare, quest’ultimo permette alla manifestazione, inserita in un più ampio contesto di promozione del territorio e delle attività commerciali in esso presenti, di attingere a fonti pubbliche di finanziamento senza le quali la gestione dell’evento andrebbe sicuramente rivisitata al ribasso, almeno per quanto concerne l’esternalità degli allestimenti scenografici.

Comunque si voglia vedere, il ricorso a specifiche campagne comunicative non può essere prescisso salvo che non ci si voglia limitare alla ricerca di soli stimoli emotivi, già grandemente presenti, seguendo però i quali si finirebbe nell’inevitabile tentazione di assecondarli passivamente costruendo forme espressive finalizzate allo scopo principale di compiacere lo spettatore. Ed ecco allora che alle forme primitive e alle allegorie ad esse sovrapposte andrebbero ad aggiungersi o sostituirsi forme dal forte e immediato impatto comunicativo. Su fronti opposti citiamo due situazioni che, storicamente, ben esprimono il pericolo per la citata “deriva” comunicativa: da una parte il rischio d’imitazione pedissequa di forme cinematografiche “retoriche”, quali ad esempio l’auspicato ingresso in scena di Pilato su biga, mai realizzato ma proposto come opportuno; dall’altra la ricerca del realismo spinto, che porterebbe a rendere maggiormente esplicite scene connaturate da forte violenza e che, allo stato attuale e per eredità storica, risultano o limitate a forme allusive (flagellazione con effetto di ombre cinesi) o assenti se non nella forma descrittiva del narrato (suicidio di Giuda, crocifissione). Non si tratta chiaramente di operazioni censorie ma solo di non concessione all’assuefazione morbosa al dramma umano. Insomma, un richiamo a un’analisi più profonda che non si limiti all’esecrazione del gesto quanto piuttosto alla ricerca dei significati profondi che la vicenda, cristianamente analizzata, dovrebbe indurre indipendentemente dai propri convincimenti religiosi.

Le linee di azione tratteggiate finiscono quindi per assegnare agli organizzatori una grande responsabilità “didattica”. Se insomma, per i motivi più vari, non si delega a dinamiche di mercato il tipo di prodotto offerto, bisogna avere la forza e il coraggio dei propri convincimenti traendo da essi lo stimolo per presentarsi con posizione “dominante”. La cosa impone chiaramente un delicato procedimento di maturata consapevolezza del proprio essere non disgiunta dalla capacità di consolidare, affinare o promuovere riferimenti culturali tali da sorreggere l’impianto complessivo dei messaggi veicolati e delle forme comunicative scelte per gli stessi. La prima azione di marketing risulterebbe quindi tutta interna al contesto locale e subordinata a valori e dinamiche comportamentali che non è detto siano automaticamente propizie alla formazione di un adeguato substrato. Purtroppo, e lo si dice con un certo scoramento, allo stato attuale le consapevolezze o reali volontà di azione risultano alquanto ridotte e il progressivo “assottigliamento demografico” del paese non gioca certo a favore di un cambiamento in tempi rapidi. In riferimento a questo, il richiamo alla tradizione potrebbe fungere, anche se in forma “passiva”, da elemento fondante per il quale il sentirsi parte di una comunità coesa, almeno nello scopo, comporta una sostanziale accettazione del modo di procedere. Non solo, ma per rendere ancor più cogente l’identificazione con un mandato “rigido” si potrebbe intervenire sostanziando i comportamenti in forme più o meno rigide di un qualcosa di codificato che finisce per divenire “liturgia”. Questo però, come ogni altra cosa, ha il suo risvolto negativo per il quale, paradossalmente, i primi consapevoli di eventuali inadeguatezze sono gli stessi organizzatori che potrebbero finire per rimanere “intrappolati” nel ruolo di meri conservatori “museali” [14].

Conservazione o mutamento? Evoluzione di una tradizione? Non a caso, nel richiamato ossimoro, si gioca con i termini, perché se c’è un elemento che contraddistingue le rappresentazioni popolari su temi religiosi questo è dato proprio dalla coesistenza tra i molteplici linguaggi espressivi e le antiche e immutate forme dell’agire umano che essi interpretano. La Sacra rappresentazione non è un discorso compiutamente definito, ma una vita e un’esperienza concreta, una comunicazione da vivente a vivente che inalbera sentimenti di sempre e richiede approfondimenti vivi e costanti [15]. Potremmo quindi prendere a prestito le parole del teologo Congar affermando che: “Il grande fiume della tradizione è più largo di un canale rettilineo in un alveo rigido di cemento”. Certo, bisogna fare attenzione a che la mancanza di qualsiasi argine non finisca per trasformare uno scorrere maestoso nell’immobile acquitrino di un presente orfano del passato e cattivo genitore per il futuro. A tutti è chiesta competenza e un generoso impegno: “affinché il teatro religioso-spirituale, le Sacre rappresentazioni e tutte le iniziative simili, siano, o ritornino ad essere, significativi momenti di reale, profondo e appassionato confronto con i Misteri di Cristo, in cui, come affermava il Concilio con la Gaudium et spes, «trova luce il mistero dell’uomo» giacché «Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (n. 22)”. Ma anche non assecondando questa condotta compiutamente religiosa ci si deve comunque riconoscere in un meccanismo virtuoso culturalmente “ancorato”. Insomma, qualunque ne sia la prospettiva va riconosciuto agli organizzatori l’onere, e anche l’onore, di farsi compiutamente interpreti di un messaggio veicolato a soggetti terzi verso i quali non può non ravvisarsi la richiesta di una condivisione, operata ai più svariati livelli, di ciò che si sta facendo.

Il consumatore e l’offerta

Il vissuto e non il semplice veduto deve quindi divenire l’imperativo categorico con cui ci si rivolge allo spettatore? Lo stesso, svincolato da qualsiasi pensiero di fruizione di un bene acquistato e da “consumare”, dovrebbe a sua volta lasciarsi coinvolgere in un percorso comune che non distingue più il fuori e il dentro, la scena e la platea, l’interprete e lo spettatore, l’uno e l’altro parimenti coinvolti in un’esperienza unica e coinvolgente. Si entra così nella dimensione del cosiddetto turismo esperienziale che punta a far vivere un’esperienza intima risultando protagonisti della propria vacanza attraverso la partecipazione ad attività con un forte impatto personale che, stimolando tutti i sensi, creino connessioni a livello fisico, emotivo, spirituale, sociale e intellettuale [16].

A chi va indirizzata una tale impegnativa offerta? La risposta ovvia potrebbe essere: a tutti. In realtà non è facile immaginare un tale universalismo, sostanzialmente per due motivi. Il primo, ovvio, è che non tutti sono interessati a vivere tali esperienze peraltro “gravate” dalla discriminante del contenuto semplicisticamente etichettabile come religioso. L’altro motivo è invece più specificatamente pratico poiché l’accresciuta partecipazione non può prescindere da forme attive, queste ultime vincolate alla logistica degli eventi. Inevitabile quindi giungere alla creazione di campagne informative e promozionali che, implicitamente, prevedano una segmentazione dell’utenza sin da subito operata attraverso una comunicazione per “canali paralleli”.

Il primo segmento, quello sicuramente e storicamente più numeroso, è rappresentato dal turista semplicemente “curioso”. Animato dal desiderio di vivere una serata diversa, tipicamente proveniente da luoghi poco o mediamente distanti ove rientra in serata, si approccia all’evento con l’attesa di coglierne anche solamente aspetti particolari [17], animato magari da solo spirito scetticamente dissacratorio. Rappresenta un’utenza “facilmente soddisfacibile”, anche con le “semplici” forme di più spinta spettacolarizzazione, nel tempo numericamente decrescente in quanto progressivamente sostituita da soggetti maggiormente consapevoli e informati.

Nella categoria intermedia, qui e oltre non nettamente separabile dalle contigue, trova posto una molteplicità di spettatori animati da una forma evoluta di curiosità. Sono soggetti tendenzialmente attivi che visitano luoghi anche estranei alla rappresentazione e tendono a informarsi per arricchire magari il bagaglio conoscitivo già posseduto e acquisito in molteplici modi, dal passaparola alla carta stampata, ai media radio televisivi fino alla consultazione dei siti e delle pagine web dedicate. Documentano la partecipazione attraverso immagini e/o filmati, magari per semplice compiacimento auto celebrativo (selfie), contribuendo così, anche inconsapevolmente, alla promozione dell’evento. Per essi è prevedibile un accompagnamento “morbido” attuato per mezzo di punti informativi ed eventuale segnaletica dedicata prevedendo anche forme di promozione economica indirizzate principalmente verso gli esercizi commerciali.

Infine, a quello che potremmo poi identificare come segmento “alto” della destinazione promozionale andrebbe indirizzata l’offerta più ricca e coinvolgente, basata su un contatto diretto e condiviso con l’evento. Qui, possiamo immaginare tre distinti livelli di partecipazione attiva, tra di loro non alternativi ma anzi potenzialmente e auspicabilmente concorrenti verso una forma unitaria di testimonianza. Scontata la presenza alla rappresentazione in qualità di spettatori [18], al primo posto troviamo la condivisione dei “percorsi liturgici” sui quali, in sinergia, la rappresentazione concilia e organizza i propri tempi [19]. A un livello appena superiore di coinvolgimento possiamo immaginare una serie di attività incentrate nella acquisizione, tramite percorsi e visite guidate, del retroterra culturale (es. visita libera o guidata al museo) e del contesto realizzativo (es. visita libera o guidata dei luoghi deputati alla rappresentazione). Al vertice di questa triade andrebbero invece immaginate forme partecipative realmente attive, quali la presenza guidata in scena, come personaggio in costume.

Chiaramente i tre livelli prevedono una crescente dipendenza del soggetto partecipante che diviene progressivamente parte integrante della rappresentazione e, poiché tale, sottoposto alle rigidità della logistica. Parimenti diminuisce la capacità di assimilazione di tali soggetti da parte dell’organizzazione il che ne vincola ovviamente le rispettive consistenze al punto che, almeno in questa ipotizzata fase, la partecipazione diretta diviene, di fatto, elitaria e limitata a poche decine di soggetti. Su tutto l’ovvio vincolo dovuto alla necessaria presenza, giornaliera e oltre, dei soggetti, fatto che indirizzerebbe la scelta verso i soli visitatori con presenza residenziale o tale equivalente (ospiti di strutture, camperisti). Non sembri tuttavia tale scelta del tutto ingiustificabile poiché, con i vincoli citati, ci si rivolgerebbe a un target selezionato e affidabile il quale, per di più, andrebbe a insistere sulla fascia di spettatori economicamente più attivi per la comunità [20].

Esistono segmenti di utenza possibili predeterminabili destinatari delle iniziative proposte e, come tali, individuabili e fidelizzabili? La risposta è chiaramente positiva e individua soggetti descrivibili come, auspicabilmente, dotati di un livello culturale medio alto, con spiccata sensibilità religiosa o comunque di questa rispettosa, caratterizzati comunque da interessi o curiosità culturali, disponibili ad accogliere il turismo esperienziale e dotati di discreta disponibilità economica e relativa propensione alla spesa (prodotti tipici o, genericamente, territoriali). Si tratta di richieste non banali ma sicuramente presenti in determinati segmenti della popolazione (es., su tutti, i camperisti).

Tutte le iniziative, indipendentemente dal livello di condivisione vissuto dagli spettatori, potrebbero poi trovare promozione o rafforzamento in altre attività. Vogliamo qui citarne due di cui la prima riveste un ruolo interno di recupero della tradizione ancestrale. Nata come semplice ipotesi [21], la stessa ha preso nel tempo consistenza e sta prendendo forma per costituire, in un periodo di emersione dalla pandemia che per tre volte consecutive ha impedito o reso impraticabile la realizzazione, un elemento cerniera con la ripresa delle attività così come attuate nel passato recente. Si tratta di un recupero didattico e archeologico nel quale si avrebbe la riproposizione delle antiche forme (almeno di quelle di cui si ha testimonianza scritta) riconducibili a “ingenua” processione [22] di figuranti biblici ed evangelici che, in una sorta di revisionato story board, forniscono paradigmatico esempio di quelle biblia pauperum originariamente alla base di ogni trasposizione figurativa dei testi sacri. Si va così a ricostituire quella forma unitaria che non distingueva elementi liturgici e di rappresentazione chiudendo una sorta di percorso virtuoso in grado di riunire la più antica tradizione con le forme “moderne” di cui la stessa è stata antenata. È chiaramente un programma ambizioso, dalla notevole portata culturale e mediaticamente rivolto principalmente a chi non si limita all’acquisizione della contemporaneità svincolata da quelle che ne sono state le premesse storiche.

Diversamente, su un fronte tutto giocato verso il fruitore esterno, ci piace citare la possibile creazione di una forma indiretta di pellegrinaggio. Qui, si riproporrebbe lo spirito dei cammini di pellegrinaggio con riferimento al più noto di essi: il Cammino di Santiago di Compostela. Ricordiamo come questo rappresenti in realtà una rete di itinerari che, a partire dal Medioevo, i pellegrini hanno percorso attraverso l’Europa per giungere alla Cattedrale di Santiago di Compostela, presso la quale si troverebbero le reliquie dell’Apostolo San Giacomo il Maggiore. La proposta è quella di immaginare un virtuale percorso le cui tappe dovrebbero essere costituite dai luoghi associati al sodalizio Europassione per l’Italia [23] [24]. Lo stesso non può ovviamente realizzarsi come un percorso fisico in quanto la dislocazione territoriale dei luoghi deputati non è semplicemente inquadrabile in un percorso unitario avente un inizio e un termine. Tuttavia, perseguendo lo spirito del pellegrino, le località visitate nel corso della realizzazione delle specifiche rappresentazioni, finirebbero per costituire quei nodi di conoscenza che andrebbero a costituire un immaginifico percorso non dipendente né dalle distanze percorse né dal numero di nodi toccati. Sempre in analogia con il richiamato percorso, e con i molti che ne accomunano o imitano finalità e modalità partecipative, si fornirebbe un documento, una sorta di diario, in cui ad ogni partecipazione si farebbe corrispondere una timbratura apposta su di un apposito “passaporto di viaggio”. Anche noi potremmo così avere la nostra “Compostela” (il documento che attesta la fine del pellegrinaggio di Santiago dopo che il passaporto del pellegrino è stato timbrato a ogni tappa), tangibile testimonianza per coloro che hanno intrapreso questa sfida esperienziale.

A un livello intermedio potremmo poi accostare tutte le iniziative culturali inseribili, a vario titolo, nel periodo pasquale. Di questa si ha già una forma embrionale nei cosiddetti “Percorsi pasquali” che, con diverso successo e partecipazione, hanno proposto seminari e presentazioni su temi riconducibili alla quaresima e alle tematiche a essa ricollegabili. Negli anni si sono così succeduti incontri con storici, teologici, antropologi, e organizzate presentazioni di scritti e rassegne d’arte oltre a momenti celebrativi dell’Associazione stessa. Tali iniziative andrebbero rinnovate e anzi potenziate con il coinvolgimento anche di soggetti terzi e, tra questi, principalmente quelli istituzionali poiché, citando Papa Giovanni Paolo II (Centesimus annus, n. 40), dovrebbe spettare agli Enti collettivi: “... provvedere alla difesa e alla tutela di quei beni collettivi, come l’ambiente naturale e l’ambiente umano, la cui salvaguardia non può essere assicurata dai semplici meccanismi di mercato...”.

Messaggi e strategie comunicative

Fin dai primi anni del dopoguerra, soprattutto in virtù dell’egida dell’allora Ente Provinciale per il Turismo (EPT), la manifestazione ha sempre avuto una presenza non sporadica nei media. Si pensi, a puro titolo d’esempio, alla registrazione audio integrale della rappresentazione effettuata da una RAI appena istituita (1956) [25]. Tali frequentazioni sono tuttavia più dovute a consuetudine e a impegno individuale che a conseguenza di precise strategie comunicative [26]. La “retorica celebrativa” di molte delle azioni susseguitesi non è mai stata accompagnata da precise e puntuali scelte locali che andassero oltre elementari strategie pubblicitarie. È ancora vivo in molti il capillare “volantinaggio” che si operava nei comuni limitrofi sulla cui reale efficacia mai si è investigato anche in ragione del fatto che i costi imputabili risultavano trascurabili se paragonabili con le voci di spesa riguardanti l’organizzazione dell’evento.

La più volte richiesta di apporre cartellonista “perpetua” in corrispondenza della principale direttrice di comunicazione attraversante il paese (Flaminia) non ha poi mai trovato completa accoglienza anche a causa di una certa contrarietà mostrata da alcuni che la consideravano eccessivamente vicina alle normali promozioni commerciali. Chiaramente, come ogni regola, anche questa ha trovato delle eccezioni, effettuate però in momenti e contesti particolari [27].

Esemplificativo a riguardo delle “ostilità” mostrate da alcuni verso una troppo banale consegna ai media è offerto anche dalla presenza della manifestazione nei format televisivo e radiofonico che nel tempo ha tendenzialmente abbandonato la facile auto gratificazione di programmi generalisti con vasta audience verso contenuti più specifici e culturalmente etichettabili [28].

Possiamo individuare una mission “certa” sulla cui ossatura costruire e veicolare un determinato format promozionale? Anche in questo caso la situazione è dibattibile e potrebbe vedere “contrapporsi” due visioni le quali, anche se non apertamente conflittuali, determinerebbero l’adozione di linguaggi potenzialmente dissonanti. Da un lato si potrebbe adottare l’archetipo antropologico del fenomeno popolare, qui come altrove solo “incidentalmente” ancorato a una forma religiosa dalla quale, peraltro in molte occasioni, è stato considerato forma deviante e inopportuna. Si tratterebbe insomma di avvalorare la natura squisitamente popolare del tema privandola di qualsiasi riconduzione a forme paraliturgiche. La cosa ci sembra ovviamente datata vista l’impossibilità di poter giungere a una separazione netta tra un moto genuinamente popolare e l’inevitabile rielaborazione “colta” che dello stesso è continuamente data. Non sembra quindi proponibile, almeno pienamente, un modello rigido che attribuisca a non meglio specificate categorie sociali, l’imprimatur della genuinità della manifestazione.

Sul fronte opposto si potrebbe assimilare il fenomeno a una genuina esternalizzazione di sentimenti religiosi che, per ovvi motivi, vede nel periodo pasquale e, in particolare, nei giorni della Passione, la sublimazione dell’agire cristiano. Anche qui, tuttavia, si cadrebbe in forme contraddittorie poiché la necessaria presenza di molti artefici, ciascuno animato dal suo modo di agire e di farlo motivandolo, rende di fatto impossibile l’identificazione unisona delle singole azioni.

Ecco quindi come l’unica mediazione possibile sembra realizzarsi sincreticamente nell’accettazione del linguaggio dell’agire collettivo le cui motivazioni non vadano ascritte quanto piuttosto rese permeabili a valori da leggersi singolarmente ma nel rispetto e nella condivisione dell’altrui pensiero. Ne esce così un’immagine “aperta” di contenitore valoriale suscettibile di molteplici forme partecipative con l’unico paradigma dell’agire collettivo, valore questo sì genuinamente “popolare”. L’invito a essere parte di un atto corale sembrerebbe dunque poter costituire l’ossatura base su cui costruire il messaggio promozionale andando anche oltre quella forma di partecipazione esperienziale già delineatasi. Non si tratterebbe quindi di invitare soggetti a “vedere” quanto piuttosto a “partecipare” e la distanza tra l’attore e lo spettatore non sarebbe più “geografica” ma legata al coinvolgimento che si è disposti ad accettare in un gioco continuo di rimandi, movimenti e suggestioni proposte che dovrebbero disorientare lo spettatore senza renderlo smarrito. Non sono, ovviamente, idee originali in quanto riconducibili a quel “teatro totale” che nel corso della storia ha caratterizzato, sia a livello concettuale sia architetturale [29], molte esperienze legate alla rappresentazione ma, proprio per questo, non prive di motivazioni forti e condivisibili.

Conclusioni

Il contributo dovrebbe aver delineato quali problemi e sfide si pongono, in una piccola comunità, per mantenere vivi aspetti del proprio vissuto identitario. Slanci entusiasticamente emotivi hanno, infatti, portato un evento locale e a basso impegno logistico ed economico ad assumere dimensioni e ruoli che trascendono nettamente le caratteristiche primigenie e, per certi versi, le capacità realizzative locali. Certo, il virare verso forme espressive inquadrabili in un contesto compiutamente teatrale e, come tali, assoggettabili a strategie remunerative, solleverebbe gli organizzatori dal vincolo di sottostare alla disponibilità di finanziamenti pubblici e del possibile ma limitato fundraising andando a costituire però uno schema dell’agire che, almeno al momento, si vorrebbe evitare. D’altra parte, l’ostinata volontà di permanere in un format completamente svincolato da logiche economiche impone, stante l’inevitabile necessità di coprire i relativi costi realizzativi, la promozione di un capillare percorso volto al miglioramento e alla valorizzazione del “prodotto”. Solo così, con la ricerca dell’eccellenza, l’agire diviene socialmente sostenibile e il ricorso a forme pubbliche di finanziamento trova giustificazione nella peculiarità dell’offerta culturale messa in campo. Si tratta di un percorso stretto e delicato che vede continuamente confrontarsi, non sempre dialetticamente, la mera conservazione del passato con la necessaria rimodellazione per l’adeguamento alle future sfide. È questione seria e quanto mai delicata nella quale si deve essere attenti a bilanciare i vincoli nostalgici con le frenesie innovatrici in un gioco che va comunque esso stesso a costituire nerbo di quella vita comunitaria di cui, inevitabilmente, tali fenomeni si nutrono.


[1] Sacra rappresentazione: “È il termine italiano con cui si designa il teatro religioso del Medioevo, che si sviluppò più intensamente durante i secoli XIII-XVI, a partire cioè dal rigoglioso maturare delle letterature nazionali fino all’epoca della Controriforma. Esso è creazione schiettamente medievale e costituisce una delle manifestazioni spirituali e letterarie più originali dell’Europa cattolica e romanza. Sorto in seno alla Chiesa e nell’ambito della cultura clericale, il dramma religioso guadagnò rapidamente il popolo, divenne strumento di poesia per l’intelligenza laica e borghese, svolgendosi con procedimenti analoghi, anche se con diversa intensità, in Spagna, Italia, Francia, e quindi in Inghilterra e in Germania, determinando infine, come avvenne specialmente in Spagna, un tipo di teatro nazionale e moderno, che il genio artistico di potenti personalità doveva sollevare nel regno dell’universale.” (Enciclopedia Treccani, Sacra rappresentazione, u.a. febbraio 2022).

[2] La letteratura, sia scientifica sia appartenente alla categoria della storiografia locale minore, è molto ampia ma, almeno a quanto risulta, non esiste un censimento di tali realtà condotto a livello nazionale. Su tale fronte alcune associazioni (vedi oltre) si stanno adoperando per colmare la lacuna.

[3] La manifestazione, che innesta elementi teatrali di rara suggestione scenica sull’originaria processione di personaggi in costume, trasforma l’intero nucleo abitativo storico del paese in un’enorme scena all’aperto fondendo la ricostruzione scenografica con gli elementi architettonici e orografici. (Corsi M., 2020, La Pasqua è prossima. Una personale lettura del copione della Turba, TGBook Editore, Vicenza, p. 11). In essa s’inscena la vicenda finale dell’esperienza di Gesù secondo tempi e modi così come tramandati, principalmente, dai vangeli. È questo uno dei temi più ricorrenti nelle manifestazioni popolari, da quelle più propriamente paraliturgiche a quelle pienamente teatrali. A Cantiano, il secondo aspetto ha nel tempo sostituito il primo, anche se la forma itinerante che contraddistingue la rappresentazione conserva alcuni tratti delle antiche processioni con figuranti. Il fenomeno è assai diffuso in tutta Italia e anche in Europa, almeno limitatamente ai territori di tradizione cattolica. A livello organizzativo esistono sodalizi nazionali e sovrannazionali nati con lo scopo della conoscenza reciproca e con l’intento della promozione del messaggio cristiano. La ricchezza delle forme espressive utilizzate, di cui quella teatrale è la principale, fornisce un interessantissimo campo di studio antropologico (AA.VV. (2010), Atti del convegno “Sacre rappresentazioni. Arte, etica, vangelo delle comunità”, Gubbio-Cantiano 9-11 aprile 2010, Stampato con il contributo della Colacem S.p.A., Gubbio.)

[4] Si tratta della citazione integrale dell’articolo 3, punto a), dello statuto originario (Bianchi D. (2010), La Turba. Dal dattiloscritto originale di Dante Bianchi, Edi.B. SpA - Prometeo Group, Gubbio, p. 145).

[5] “In passato, e più volte, è accaduto all’interno dell’Associazione (come probabilmente anche in altre), con scontri a volte molto accesi, frutto di visioni differenti e aspettative diverse. Per fare un esempio, nel 1958 la Turba non venne realizzata, poiché i personaggi e tutta la cittadinanza non condivisero le scelte dell’allora Comitato che aveva ceduto alle lusinghe dell’Ente Provinciale per il Turismo, il quale spingeva verso una forma più teatrale e dunque con un approccio più laico. È quindi un aspetto rilevante conciliare le diverse forme espressive, di teatro popolare, di sacra rappresentazione, di processione liturgica. Situazioni differenti nelle origini, nelle motivazioni, nell’approccio e che potrebbero avere diverse aspettative anche nel messaggio che si vuole esternare. Tralasciando l’aspetto della processione liturgica che ha un suo format ben definito, la sacra rappresentazione è una forma paraliturgica di teatro popolare, che s’innesta e integra, nella giornata del venerdì santo, ciò che la chiesa ed i credenti celebrano in quel giorno e dal quale trae la propria forza ed identità. Per questo si ritiene che la sacra rappresentazione, al pari della processione liturgica, non possa permettersi quelle liberalità, anche in fatto di promozione/messaggi, di un teatro popolare a tema sacro.” (M. Tanfulli (2021), stralcio da documenti interni all’Associazione).

[6] Solo in occasione dell’incontro internazionale del sodalizio delle città europee ospitanti eventi simili (Europassion) si è avuta, per sole questioni logistiche e di promozione, una seconda edizione distanziata di una settimana da quella ufficiale.

[7] Non si vuol certo qui demonizzare tali scelte e, a onor del vero, va detto come in molte situazioni i ricavi generati dalle iniziative hanno come unico scopo la copertura dei costi di organizzazione ed eventuali rimanenze sono destinate a iniziative benefiche, fatto questo che nobilita sicuramente l’azione di esigere un biglietto d’ingresso.

[8] Di seguito si riporta una considerazione finale che nel 2010, in occasione del convegno sulle sacre rappresentazioni (Gubbio/Cantiano), fece Mons P. Jacobone, Responsabile dipartimento Arte e Fede del Pontificio Consiglio della Cultura: “(…) La “tradizione tradita” è un fenomeno non raro, dato che alle motivazioni di carattere essenzialmente religioso, che hanno originato le manifestazioni tradizionali di pietà e di devozione, si sostituiscono ormai molto disinvoltamente quelle “laiche” della semplice socialità o, peggio, della pubblicizzazione di un territorio, delle sue qualità paesaggistiche e dei suoi prodotti. Le tradizioni e le manifestazioni, ricche di memorie religiose, si riducono a folklore, a fenomeno turistico o commerciale. (…) Se dunque si vuole valorizzare e qualificare l’esperienza comunitaria delle sacre rappresentazioni e delle tradizioni popolari, a cominciare da quelle che ruotano attorno ai misteri principali del Cristianesimo (Natale e Pasqua), si deve innanzitutto e in via prioritaria evidenziare o ricreare, in maniera qualificata e competente, lo spirito di fondo, l’anima degli stessi eventi, altrimenti ridotti a forme e contenitori che non suscitano alcunché perché privi, appunto, di anima, di forza interiore, di radici. Il teatro sacro e le tradizioni popolari religiose non possono essere concepite in modo autoreferenziale, sganciate cioè dalla fede e dal vissuto della comunità nelle quali soltanto hanno senso e valore. Trapiantate nella città secolare e “prodotte” da istituzioni ed enti di carattere politico-amministrativo o turistico, si trasformano, inevitabilmente, in fenomeno folkloristico e turistico, con esiti che vanno dall’insignificanza al grottesco.” (AA.VV. (2010), Atti del convegno “Sacre rappresentazioni. Arte, etica, vangelo delle comunità”, Gubbio-Cantiano 9-11 aprile 2010, Stampato con il contributo della Colacem S.p.A., Gubbio, p. 315 e segg.).

[9] Si fa qui riferimento a una delle possibili definizioni di marketing (Marbach G. (2018), Le migliori pratiche nelle ricerche di mercato, Rogiosi Editore, Napoli, p. 6).

[10] Non essendo attualmente prevista la corresponsione di biglietto di “ingresso” la presenza del folto pubblico, auspicata e gradita, funge principalmente da elemento di riflesso per le autogratificazioni individuali. Solo in rare occasioni le esigenze dello spettatore hanno determinato scelte strategiche come quando, in conseguenza di un vero e proprio sondaggio, si decise di spostare in avanti l’inizio della messa in scena per favorire l’arrivo degli ospiti che giungono all’ultimo minuto in quanto provenienti dai territori limitrofi. Solo in tempi passati, per superare una sfavorevole congiuntura, si decise, a malincuore, di esigere un modesto pagamento da parte dei convenuti, operazione che rese l’organizzazione coinvolta in un pernicioso meccanismo di “ansia da prestazione” da cui, fortunatamente, ci si è poi affrancati.

[11] In realtà, in tempi diversi e con modalità non uniformi, il servizio di parcheggio è stato reso “moderatamente oneroso” riversando comunque i ricavi nella copertura di spese direttamente connesse quali il servizio navetta e il servizio d’ordine.

[12] Il sodalizio che organizza l’evento e tutte le attività accessorie e complementari, è strutturato come associazione culturale Onlus, regolarmente iscritta nelle liste delle associazioni di volontariato non lucrative. In virtù di questo può partecipare a bandi competitivi per finanziamenti pubblici e attingere a fonti di finanziamento quali quelle derivanti dalle quote del 5X1000 del gettito fiscale sulle persone fisiche.

[13] Non si hanno indicazioni dirette sulla consistenza di pubblico se non alcune, molto datate, riferibili al periodo in cui si esigeva una cifra per l’ingresso. Il numero varia poi notevolmente, soprattutto in conseguenza degli eventi meteorologici determinanti specialmente per le presenze giornaliere e/o solamente serali. Altri fattori sicuramente importanti per la presenza di spettatori vanno ricercati nel “lanci informativi” operati dai mezzi di comunicazione di massa, soprattutto ad opera della televisione. Comunque sia, immaginando un’edizione caratterizzata da clima mite anche nei giorni immediatamente precedenti, fare la cifra di 2.500 presenze per la piazza ove si svolge la scena principale (processo), spesso osservata stracolma, più che prudente potrebbe essere riduttivo. Tale indicazione è ottenibile considerando che l’area disponibile, dalla quale si ha una visione completa o parziale delle scene, misura circa 1200 mq. Ipotizzando un “riempimento” prudente con circa 2 persone a mq, contro le 4 che normalmente si considerano in questi casi, porta al numero proposto. (https://www.agi.it/blog-italia/mappe/piazza_del_popolo_manifestazione_pd_presenze-4435358/post/2018-10-01/, u.a aprile 2021).

[14] Per una più ampia disamina della questione può vedersi il già citato: Corsi M. (2020), La Pasqua è prossima. Una personale lettura del copione della Turba, TGBook Editore, Vicenza, p. 40 e segg., p. 147 e segg.).

[15] Associazione Culturale Turba Onlus (2012), Atti del Congresso internazionale Europassion, Prometeo Group, Gubbio, p. 65 e segg.

[16] Calabrese S., Ragone G. (2016) (a cura di), Transluoghi. Storytelling, beni culturali, turismo esperienziale, Liguori Editore, Napoli. Vedi anche: https://www.aiptoc.it/per-una-corretta-definizione-di-turismo-esperienziale/ (u.a. 30/04/2021) https://www.turismoeinnovazione.it/turismo-esperienziale-e-marketing-territoriale/ (u.a. 30/04/2021)

[17] Si sa che per molti il solo offrire ai propri figli la possibilità di vedere i soldati romani o anche semplicemente dei cavalli costituisce, di per se, giustificazione alla presenza.

[18] In realtà anche in questa fase si può ravvisare una sorta di partecipazione attiva poiché l’attuazione della rappresentazione in luoghi e tempi diversi costringe lo spettatore a spostarsi, così come fanno i personaggi.

[19] Limitatamente alla giornata del Venerdì Santo la liturgia locale prevede tre distinte azioni. Di prima mattina si ha la tradizionale funzione e processione del “Giro delle sette chiese”. Nel pomeriggio segue l’azione liturgica della Passione del Signore, anch’essa conclusa un percorso processionale. A tarda sera, al termine della rappresentazione, nella Chiesa Collegiata del paese si ha la benedizione degli interpreti e dei presenti.

[20] Pur non contemplandosi una presenza “a pagamento”, peraltro ipotizzata in anni passati, è comunque immaginabile una forma di condivisione economica delle spese con le strutture ospitanti che potrebbero ricaricare le stesse sulle proprie spettanze in risposta alla possibilità concessa (si tratterebbe in realtà di cifre modestissime pari al costo di ammortamento del costume e della sua pulizia!).

[21] Corsi M., cit., p. 41 e segg.

[22] Nel Liber societatis Boni Iesu Terrae Canthiani - A, diario delle attività di una delle confraternite operante nel territorio di Cantiano, troviamo l’unico copione della “Turba” dei secoli precedenti a quello di redazione (XVII) in cui si descrive la composizione della processione che si snodava per le vie del paese come iniziata da trombettieri e dallo stendardo della confraternita che introducevano Adamo ed Eva con tanto di albero e serpente. Seguiva una lunga teoria di personaggi dell’antico e del nuovo testamento terminanti con i quattro evangelisti seguiti da Santi e membri della confraternita recanti la bara con il Cristo morto (Tanfulli M. (a cura di), La Fraternita del Buon Gesù nella Terra di Cantiano, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, Anno XXIII n. 245, Marzo 2018, p. 285 e segg.).

[23] Si tratta dell’Associazione che raccoglie alcune delle rappresentazioni in tema realizzate sul territorio italiano. La richiamata necessità sposta chiaramente il livello decisionale da locale a nazionale implicando condivisioni e accettazioni non scontate poiché le ricadute sarebbero principalmente culturali (https://www.europassioneitalia.com/). A livello superiore sarebbe infine immaginabile anche l’estensione all’analogo sodalizio europeo, Europassion (http://www.europassion.net/).

[24] Sempre con riferimento ad Europassione per l’Italia vogliamo citare l’ormai decennale percorso che dovrebbe portare la relativa rete costituitasi al riconoscimento dell’agire degli associati come patrimonio immateriale dell’UNESCO. Tra le attività funzionali a tale percorso è stato promosso un censimento nazionale relativo alle rappresentazioni legate al Venerdì Santo.

[25] Vedasi Corsi M. (cit.) p. 24.

[26] Si ricorda, su tutto, il notevole impegno dell’ex Presidente del Comitato Aloisi Sergio alla cui intraprendenza va ricondotta una lunghissima serie di apparizioni televisive sia a livello locale sia nazionale.

[27] Oltre a poster presenti in alcuni siti istituzionali, ricordiamo la presenza di un banner nel centro di Pesaro soprattutto in concomitanza della presentazione di un documentario curato dall’Amministrazione provinciale e, recentemente, la predisposizione di un’immagine di grandi dimensioni (50 mq) nella piazza principale di Cantiano a testimoniare una presenza nonostante la perdita di due edizioni consecutive causa il protrarsi dell’emergenza sanitaria COVID-19.

[28] Senza citare il nome degli specifici “contenitori” diremo che si è passati dallo spettacolo di intrattenimento pomeridiano a quello veicolante specificatamente contenuti religiosi.

[29] Anche la Turba, per un breve periodo, ha gestito il suo spazio scenografico permettendo allo spettatore una completa immersione nella vicenda narrata. Tale soluzione, discutibile sul fronte dell’impatto visivo e, soprattutto, invisa a molti per questioni affettive legate alla tradizione, è stata in seguito abbandonata (Corsi M. (2013), Cattedrali di legno. Pietre dell’anima, luoghi dell’infinito, Prometeo, Gruppo Corriere Srl, Gubbio, p. 50 e segg.).

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