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La Romeo-Santapaola Holding S.p.A. di Messina, tra farmaci, voti e slot machine

“Il gruppo dei Romeo-Santapaola funzionava come una specie di holding”, ha spiegato ai giudici del processo antimafia Beta il maresciallo Vincenzo Musolino
di Antonio Mazzeo - mercoledì 3 luglio 2019 - 709 letture

Un padre-padrino e, per diversificare gli investimenti e moltiplicare gli utili, i figli dediti ognuno ad un’attività economico-lavorativa differente: il primo amministratore di beni e capitali, un secondo gestore di locali commerciali, un terzo a capo delle cyber-ludoscommesse, un altro ancora costruttore e immobiliarista. E finanche due nipoti-cugini a capo di un’affermata società principe nella distribuzione di materiale sanitario e farmaci in Calabria e mezza Sicilia. Viene descritta dagli inquirenti come una vera e propria S.p.A. finanziaria e fornitrice di multiservizi la famiglia Romeo-Santapaola, costola messinese della potente cosca criminale-mafiosa che ha come uomo di vertice don Benedetto “Nitto” Santapaola. “Il gruppo dei Romeo-Santapaola funzionava come una specie di holding”, ha spiegato ai giudici del processo antimafia Beta il maresciallo Vincenzo Musolino, in servizio presso il ROS dell’Arma dei carabinieri, sezione anticrimine di Messina. “L’attività di indagine svolta nel corso di un anno e dieci mesi ha fatto emergere una serie di interessi economici che i Romeo-Santapaola avevano in vari settori dell’economia locale e non solo. In particolare, si andava dalla distribuzione dei giochi online, le slot machine, alle operazioni di speculazione edilizia, agli appalti pubblici o, per meglio dire, alla vendita al Comune di Messina degli alloggi da adibire a case popolari. E c’erano ancora le corse clandestine di cavalli e gli investimenti internazionali come ad esempio quello che il gruppo fece con il sedicente investitore portoghese Monteiro, senza poi dimenticare anche diversi locali commerciali che i Romeo-Santapaola avevano a Messina e che aprivano e chiudevano anche con molta facilità. In un anno e mezzo abbiamo visto aprire il Ritrovo Montecarlo sul viale Europa e poi rivenderlo o il luogo di scommesse della Lottomatica di via Garibaldi. La ratio di questa motivazione, cioè quella di coprire più settori, viene letta da parte nostra, innanzitutto, con la necessità di evitare di convogliare troppo denaro in un unico settore che poteva destare l’interesse della Polizia Giudiziaria. Ma, al tempo stesso, anche per limitare i rischi di eventuali perdite che potevano avvenire normalmente nel corso dell’attività imprenditoriale. Questo perché siamo di fronte ad una mafia di tipo 2.0, cioè non soltanto dedita ad attività di tipo delinquenziale ma, bensì, anche a quelle attività imprenditoriali che hanno lo scopo di fidelizzare, di assoldare il maggior numero di soggetti. Persone che lavorano anche per loro e vivono con i soldi delle varie imprese…”.

Tu lo vendi, io lo compro e lui se lo intesta

“Francesco Romeo, che era il capo famiglia, era a conoscenza di tutti gli interessi e dei settori diversi nei quali erano impegnati i figli”, ha aggiunto l’investigatore. “In particolare, Benedetto Romeo aveva una ditta di distribuzione di pannolini e oggetti medicali che aveva vinto un appalto per diversi milioni di euro; Vincenzo Romeo era impegnato negli affari immobiliari così come nel gioco, parliamo dell’XP Immobiliare così come della Start S.r.l. o di altre società a lui riferibili. Poi vi era Gianluca Romeo che aveva il settore di alcuni locali, così come lo stesso Maurizio. Vi era poi Daniele che aveva invece il settore della meccanica e che è stato indicato nell’informativa Beta 2 relativamente a possibili situazioni di furti di mezzi. Nonostante tutti quanti i fratelli avessero un settore diverso di gestione nella diversificazione degli affari, tutti avevano conoscenza di ogni cosa. L’interesse dei sodali è comune e diretto. Quando uno dei fratelli Romeo ha dovuto effettuare un acquisto, come poteva essere ad esempio quello di un appartamento, abbiamo avuto modo di notare dall’analisi dei vari conti correnti un passaggio di soldi, soprattutto da Vincenzo Romeo a qualcuno dei fratelli. In una conversazione avvenuta all’interno dell’abitazione di Francesco Romeo, lo stesso Daniele Romeo afferma che proprio Vincenzo Romeo ha aiutato sempre tutti ed ha aiutato anche il padre, perché egli era il soggetto di riferimento nonostante non fosse il più grande dei fratelli. Il primogenito è infatti Pasquale. Ciò lo rileviamo anche il 3 giugno 2014 quando è Vincenzo Romeo che riferisce: Io ho troppo bordello, ho troppa gente sulle spalle. Poco prima c’era stato l’incontro con Francesco Massimiliano Santapaola che era il figlio diretto di Nitto Santapaola e lui riferisce che deve mandargli pure qualcosa di soldi. Egli è molto stressato da questa mancanza di liquidità anche perché c’era stato a Catania l’arresto di Vincenzo Ercolano e quindi alla parte catanese erano mancati quegli introiti economici che potevano derivare dalla aziende della distribuzione di cui lui era titolare”.

Il mutuo soccorso e le strette relazioni economiche tra i componenti della famiglia Romeo sono apparse evidenti agli inquirenti in occasione della compravendita di un appartamento in cui abitava la suocera di Vincenzo Romeo, vicenda in cui ha giocato un ruolo determinante il consigliere-consigliore della famiglia, l’avvocato Andrea Lo Castro. “Il 21 gennaio 2015 Vincenzo Romeo si reca presso lo studio dell’avvocato Lo Castro”, ha raccontato al processo Beta il maresciallo Musolino. “I due parlano di diverse operazioni finanziare, tuttavia l’attenzione si ferma in riferimento ad un’indagine che aveva colpito il noto imprenditore Antonino Giordano. In particolare, il 18 novembre 2014, nell’ambito del provvedimento n. 1809/13, il Tribunale di Messina aveva applicato al Giordano gli arresti domiciliari poiché ritenuto responsabile di turbativa libertà degli incanti per alcuni appalti banditi dal CAS – Consorzio per le Autostrade Siciliane. Antonino Giordano era l’amministratore unico della società Nuova Parnaso S.r.l. che era la proprietaria degli immobili dove abitava la suocera di Romeo. In particolare, alla data dell’incontro di Vincenzo Romeo con l’avvocato Lo Castro, l’appartamento dove abitava la suocera risultava ancora intestato al Giordano, pertanto Romeo ha paura che possa avvenire un sequestro degli immobili e chiede notizie su cosa sia meglio fare per intestarselo. Inizialmente Andrea Lo Casto ipotizza di creare una S.r.l.. Poi lui fa riferimento ad un assegno dell’appartamento stesso e Romeo dice: Che facciamo, chi se lo intesta questo appartamento? Alla fine decidono di non fare in quel momento alcun passaggio anche perché formalmente l’appartamento in questione risultava di proprietà dell’avvocato Lo Castro in quanto vi era un preliminare d’acquisto. Noi siamo riusciti a documentare che c’era stato il passaggio di due appartamenti della Nuova Parnaso, ubicati all’interno dell’omonimo complesso Nuovo Parnaso di Messina. Tutti e due erano intestati a Lo Castro ma successivamente sono stati rivenduti dallo stesso legale, uno a Gianluca Romeo, che è il fratello di Vincenzo Romeo e dunque no a Cristina Di Pietro, moglie di Vincenzo o a Letteria Gemelli che è la suocera, mentre l’altro appartamento compromissato è stato venduto a Luigi Italiano. Anche Italiano è soggetto con alcuni precedenti di Polizia; in particolare si tratta di un imprenditore della zona di Belmonte Mezzagno, Palermo, che nel 2006 era stato iscritto nel registro degli indagati della Procura Distrettuale del capoluogo siciliano per il reato di 416 bis in concorso con i noti imprenditori Massimo Ciancimino, Gianni Lapis ed altri soggetti di interesse. Il 18 maggio 2016 noi troviamo registrato presso lo studio del notaio Maria Flora Puglisi di Messina l’atto con cui la società Nuova Parnaso vende ad Andrea Lo Castro Andrea proprio l’unità immobiliare in riferimento a quella particella, al prezzo di centocinquantatremila e seicento euro, pagato e quietanzato, così è scritto. Lo stesso giorno, sempre presso lo stesso studio notarile, il Lo Castro rivende lo stesso appartamento a Gianluca Romeo per centocinquantamila euro”.

Verso l’hub farmaceutico della zona industriale di Milazzo

Nel corso della sua deposizione, il maresciallo dei ROS si è poi soffermato sulle figure di due imprenditori attivi nel settore farmaceutico, i fratelli Antonino e Salvatore Lipari, meno di due settimane fa condannati entrambi al processo Beta due a dieci anni e otto mesi di reclusione. “Nel campo dei farmaci oltre ai fratelli Romeo c’erano soprattutto Antonio Lipari e Salvatore Lipari che erano imparentati con i Romeo”, ha dichiarato Musolino. “La parentela nasce dal fatto che la mamma dei fratelli Lipari, Carmela Pasqualina Romeo – la proprietaria dell’Hospital Bar – era la diretta nipote di Francesco Romeo. Si chiamavano cugini, ma in realtà erano cugini di secondo grado. Dalle conversazioni è emerso che Francesco Romeo era a conoscenza perfettamente del tipo di servizio svolto, anzi partecipava alle discussioni anche in presenza dei Lipari o di Giuseppe La Scala. Quest’ultimo è il capo area di una grossa società di distribuzione di farmaci, la Farvima di Napoli, che poi in parte acquista un’altra società e che faceva le consegne in particolar modo in Calabria e poche anche in Sicilia. Lipari e La Scala operavano poi per conto della Sofad S.r.l. di Misterbianco, la quale era inizialmente un consorzio di farmacie che si erano unite nella distribuzione dei farmaci e che quindi trovavano sicuramente il loro utile nel risparmio di distribuire ed al tempo stesso di acquistare congiuntamente. Poi la Sofad è stata acquistata dalla Farvima, o meglio, la Farvima partecipa e ne acquista una parte del capitale sociale. Quindi, Giuseppe La Scala, chiamato da loro Lola nel corso di diverse conversazioni, era il capo aerea di questa grossa azienda. Sia Antonio Lipari che Salvatore Lipari eseguivano la distribuzione dei farmaci per conto della Farvima. Questa attività, però, ha due diversi periodi. Nella parte iniziale – parliamo di prima del luglio 2017 - tale distribuzione era effettuata a Messina o anche nell’area catanese direttamente da Antonio e Salvatore Lipari, attraverso una società loro o riferibile anche alla moglie dell’ultimo. Successivamente agli arresti eseguiti con Beta, le situazioni mutano. Poiché era stato colpito dall’ordinanza, Antonio Lipari decide infatti di trasferire la Farvima in Calabria, dove inizia la sua attività di distribuzione, mentre Salvatore Lipari, che noi poniamo ancora sotto intercettazione, continua la sua attività organizzando dei viaggi per la distribuzione nella zona di Catania, nonostante egli svolgesse saltuariamente la sua professione presso l’ASP di Messina con un contratto a tempo determinato. Questo lo faceva anche insieme a Giuseppe La Scala che era il punto di contatto sul quale tutti quei soggetti che ruotavano attorno al Lipari e allo stesso La Scala cercavano di contrattualizzare le farmacie. Avvicinavano cioè le farmacie e chiedevano loro di poter acquistare i farmaci non soltanto da quelle aziende grosse che erano la So.Farma.Morra o altre del settore. Chiedevano insomma che una parte della distribuzione venisse fatta anche nei confronti della Sofad o Farvima. Il collegamento tra Francesco il Romeo e Giuseppe La Scala noi lo troviamo nel corso di una conversazione registrata all’esterno dell’Hospital Bar, ritenuto dal gruppo un luogo sicuro dove poter parlare. Il 6 ottobre 2014 la microspia riprende un incontro a cui partecipano Antonio Lipari, Giuseppe La Scala e Francesco Romeo. Nel corso del colloquio, La Scala riferisce di avere dei problemi con qualcuno, in particolare si fa anche riferimento a tale Franco Migliore, che all’epoca faceva lo stesso mestiere di La Scala, quindi anche lui da punto di contatto tra le varie farmacie. Sempre nel corso di questo incontro, il Romeo esortava La Scala a non pagare più nessuno, con delle frasi anche abbastanza forti perché faceva riferimento all’intenzione che ci volesse un fucile a pompa e che doveva rompergli le corna e di farlo veramente mandando qualcuno al pronto soccorso. Quello che ci colpì fu una frase che disse Francesco Romeo e che riprese due volte: Metti la guerra con la pace mia, nel senso di fare quel danno e colpire qualcuno ma che, comunque, non sarebbe successo nulla perché lui avrebbe garantito in merito alla pace”.

“Sono diverse le conversazioni che ci confermano l’esistenza di un interesse diretto di Francesco Romeo nell’attività di distribuzione dei farmaci da parte dei nipoti, cioè dei fratelli Lipari”, ha riferito ancora il maresciallo Musolino. “Una di queste viene registrata il 21 aprile 2014 tra il Romeo stesso e la sorella. Nel corso della conversazione, Francesco Romeo fa riferimento ai Liparoti, come chiamava lui i fratelli Lipari, spiegando che Enzo Romeo gli aveva dato un giro di medicinali ed erano arrivati a venderli in qualsiasi posto grazie a lui, cioè gli aveva dato lavoro e li aveva aiutati. Oltre a ciò, il padre aggiungeva che i propri figli, tutti e sette, li portavano così da tutte le parti, facendo un riferimento anche alla città di Catania e poi, che comunque loro i calli non se li facevano pestare da nessuno, cioè nessuno poteva dirgli nulla perché avrebbero reagito, in quanto volevano essere rispettati da tutti. C’è un’altra conversazione in cui si fa riferimento all’interesse economico di Francesco Romeo rispetto ai profitti dei Lipari con la distribuzione dei farmaci. Nello specifico Vincenzo Romeo contesta che i Lipari non avevano dato nemmeno mille euro al padre, nonostante era stato pattuito da loro di dare una parte di quei soldi a Francesco Romeo. Utile ricordare poi l’argomento in discussione la sera del 28 maggio 2014 tra Vincenzo Romeo e il costruttore Biagio Grasso e a cui, inizialmente, partecipava anche Agostino De Marzo, un medico calabrese che svolgeva il proprio servizio a Messina e che doveva essere inserito nell’affare dei farmaci. L’interesse da parte del gruppo era quello di costituire un hub su Messina, direttamente su un terreno fornito da Grasso. Qui la Farvima avrebbe appoggiato i farmaci per poi poterli distribuire direttamente alle varie farmacie; questo perché la società non aveva un centro di distribuzione ed essa poteva avvenire, inizialmente, soltanto dalla Calabria. Agostino De Marzo si era impegnato ad incontrare anche un’altra società oltre la Farvima…”. Come ha poi rivelato ai giudici Biagio Grasso, sarebbe stato lui a farsi promotore del progetto di realizzare un grande centro di distribuzione farmaci nell’area industriale di Milazzo, più specificatamente nel comprensorio di Manforte Marina, dove il Grasso stesso era proprietario di alcuni terreni attraverso la B&P Partecipazioni S.r.l.. A tal fine, nel 2014 il costruttore avrebbe incontrato a Messina, grazie all’intermediazione di Giuseppe La Scala, il figlio del titolare della Farvima S.r.l. di Napoli, Mirko De Falco. Al processo Beta due anche il La Scala è stato condannato a dieci anni e otto mesi di reclusione.

Santapaoliani al bar per lucrare con le medicine

Nella distribuzione farmaci, il gruppo Romeo avrebbe operato pure in contatto con alcuni soggetti appartenenti alla criminalità organizzata catanese. “Il 17 marzo 2015, nei pressi dell’Hospital Bar, noi notiamo arrivare un soggetto a bordo di un’autovettura Fiat Panda che successivamente identifichiamo in Carmelo Percolla”, ha riferito il maresciallo Musolino. “Quest’ultima saluta due persone che lo stavano attendendo: Francesco Romeo e Vincenzo Romeo. Subito dopo, Vincenzo Romeo dà il cellulare al Percolla per poi allontanarsi con lo stesso nella zona più a nord del bar, appena dietro alla fermata dell’autobus. Qui il Percolla dà a Romeo una busta di colore bianco. Vincenzo Romeo la strappa davanti al Percolla, legge il bigliettino contenuto all’interno e successivamente lo conserva. Come avveniva solitamente quando venivano delle persone dall’esterno e si voleva tenere una conversazione più riservata, i due si dirigono verso la zona del Pronto Soccorso dell’Ospedale Piemonte. Dopo che escono dal Pronto Soccorso, il Percolla consegna il cellulare al Romeo e poi si allontana. Il Percolla, dal controllo fatto in rete Inps per comprendere la sua attività lavorativa, non era dipendente di nessuno. Notavamo, però, che Carmelo Percolla era in contatto con i fratelli Lipari per motivi attinenti la consegna di farmaci nella zona di Catania. Per comprendere chi, magari, possa aver dato il bigliettino e, quindi, se il Percolla era soltanto un mezzo per veicolare questa informazione, analizziamo i tabulati telefonici del giorno precedente e rileviamo che il pomeriggio del 16 marzo c’era stato un contatto con Roberto Vacante, soggetto intraneo al circuito criminale della famiglia Santapaola e legato ad essa da vincoli di parentela. Egli, infatti, è genero del defunto Salvatore Santapaola, che altro non è che il fratello di Benedetto Santapaola. Vacante era già stato attenzionato nell’ambito di altre indagini, Vega ed Orione, ed era stato condannato nel 2011 per associazione mafiosa. Quindi si trattava di un soggetto di interesse. Si è proceduto a comprendere allora se quella modalità di comunicazione fosse avvenuta altre volte. Ebbene, abbiamo accertato che il 17 febbraio 2015, Percolla aveva accompagnato un altro soggetto all’esterno dell’Hospital Bar. Anche in quel caso, i presenti non erano i fratelli Lipari ma Vincenzo Romeo e Marco Daidone. Anche stavolta la persona che era insieme a Percolla scende dalla macchina, si saluta con Vincenzo Romeo, consegna un cellulare a Marco Daidone e, quindi, si allontana con Romeo per parlare. Nel prosieguo delle indagini abbiamo accertato che la persona che Percolla aveva accompagnato all’Hospital Bar era proprio Roberto Vacante. Prima dell’incontro non era avvenuto alcun contatto con Romeo Vincenzo ma, era stata la madre dei fratelli Lipari, Carmela Pasqualina Romeo, a chiamare Vincenzo Romeo per dirgli di recarsi presso il bar. Qui arrivano, in contemporanea, il Romeo e Salvatore Lipari. Mentre il primo e Roberto Vacante fanno accesso all’Hospital Bar, rimangono fuori in attesa Salvatore Lipari e Carmelo Percolla. All’incontro del 17 marzo 2015 abbiamo pure registrato la presenza di Francesco Romeo all’esterno del bar”.

Un sogno nel cassetto: fare il consigliere comunale a Messina…

“Abbiamo verificato in fine che uno dei due fratelli Lipari aveva svolto in passato attività politica”, ha concluso il teste all’ultima udienza del processo Beta. “Salvatore Lipari si era presentato alle elezioni comunali del 2013 con una lista, Democratici e Riformisti per la Sicilia. In quel caso, sul volantino - così come le persone potevano scrivere per la votazione - lui era indicato come Lipari Salvatore detto Romeo. Alle elezioni il Lipari prese 622 preferenze senza essere, tuttavia, eletto”. per la cronaca, la formazione Democratici e Riformisti per la Sicilia era stata fondata nel marzo 2013 dagli ex ministri Salvatore Cardinale e Salvo Andò e dall’allora deputato all’Ars Giuseppe Picciolo, medico messinese. E alle elezioni comunali dello stesso anno, quelle con Salvatore Lipari candidato, la lista di riferimento ha ottenuto inaspettatamente l’11,56% dei consensi (oltre 14.500 voti), eleggendo a Palazzo Zanca ben sei consiglieri comunali. “Dalla attività d’indagine svolta è emerso un sostegno elettorale da parte della famiglia Romeo nei confronti del Lipari”, ha concluso Musolino. “Nel corso di un colloquio registrato l’11 luglio 2015 a bordo dell’autovettura di Vincenzo Romeo - una di quelle rare conversazioni dove riusciamo a registrare padre e figlio - si fa riferimento proprio ai Lipari, anche perché viene detto Lipari dove doveva arrivare? In quel caso, Francesco Romeo dice: Se non era per noi altri, i voti dove li prendeva, nella funcia?, questa è proprio l’espressione utilizzata. Nel colloquio si fa inoltre esplicito riferimento ai voti dati alle casette. Noi intendiamo con questa espressione, i voti che sono stati raccolti nelle cosiddette casette basse, quelle che stanno, salendo, sulla destra del quartiere di Camaro. Francesco Romeo vive nel tessuto di Camaro ed è una persona abbastanza nota nel quartiere. Grazie al servizio di osservazione successivo alla cattura, noi abbiamo verificato che nonostante Francesco Romeo fosse sottoposto agli arresti domiciliari, le persone continuavano a passare da lui a casa. Uno di coloro che si recava nell’abitazione del Romeo è Antonino Romeo, alias Nino Pecora, così come viene chiamato sia dal gruppo che dagli altri. Antonino Romeo era persona con alcuni precedenti per armi: in particolare, nel 2011 avevano trovato nella sua abitazione una pistola o un fucile, adesso non ricordo bene. Oltretutto, egli era uno dei soggetti indicati proprio da un collaboratore di giustizia come colui che deteneva armi per conto di Romeo…”.

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