La Grazia
Un film di Paolo Sorrentino (Italia, 2025 - 133’) Interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Linda Messerklinger, Simone Colombari, Rufin Doh Zeyenouin
Cosa rimane di un film, quando le luci della sala si riaccendono mentre scorrono i titoli di coda? Difficile rispondere quando si è appena assistito all’ultimo film che la mente creativa di Paolo Sorrentino ha consegnato ai suoi fedelissimi estimatori.
Ancora una volta i particolari, gli oggetti e, in questa sua ultima opera, le parole. Quelle contenute nelle domande che non si ha più il coraggio di porsi. Quelle incise sulla parete di una maneggio, mentre il cavallo preferito del personaggio principale sta morendo agonizzante. Quelle pensate e recitate in un monologo riflessivo che un incontenibile Toni Servillo fa pronunciare a mente al suo personaggio.
Nulla è mai casuale nelle sequenze dei film di Sorrentino. Anche quei dettagli che sfuggono all’occhio umano, come tanti messaggi subliminali da ricercare. Sorrentino non appare nei suoi film, come d’abitudine era particolarità di Hitchcok con i suoi camei. Sorrentino si mostra al pubblico con le immagini, con la ricercatezza accurata, appunto, dei dettagli. Quelli che collimano la narrazione e la rendono poesia.
La trama de La Grazia è fin troppo risaputa, vista l’enfasi d’attesa che ha preceduto la sua uscita e le anticipazioni offerte al pubblico in alcune proiezioni mattutine nel periodo natalizio.
È davvero superfluo accennare alla narrazione che accompagna lo spettatore nell’ennesima analisi dell’animo umano nella quale scrutare la sensibilità dei personaggi, sempre eccessivamente e volutamente prelevati dal quotidiano che avvolge le nostre vite, sfiorando i nostri preconcetti, spesso troppo lontani da una effettiva realtà.
Convincente e confermante l’interpretazione di Anna Ferzetti, nella parte della figlia del Presidente della Repubblica (Servillo) nella sua disperata ricerca di un contatto umano che il regista sapientemente mette in risalto come elemento imprescindibile del susseguirsi delle vicende narrate.
Accattivante, come del resto in tante altre occasioni in cui l’abbiamo potuta ammirare, la recitazione di Milvia Marigliano, nelle vesti di Coco Valori, la fedele e paziente amica ed ex compagna di scuola del burbero presidente.
Sorrentino mette a nudo i nostri pregiudizi preconfezionati sul mondo del potere e, metaforicamente, diremmo anche con una leggerezza e uno stile nobile. Una caratteristica del regista partenopeo per mostrarci le contraddizioni dell’essere umano, in qualsiasi ruolo possa essere mostrato.
A proposito di metafore, Sorrentino ci regala sempre quelle situazioni d’imbarazzo che sanno di profezia e rispecchiano un modernismo discutibile sul quale soffermarci. Il papa nero, interpretato da Rufin Doh Zeyenouin, con il quale il presidente si confronta per uno scrupolo di coscienza, è già un argomento valido per qualsiasi congettura. Il cane robot che si mostra in una delle scene finali del film lascia spazio a qualsiasi interpretazione.
Potere e coscienza. Senso del dovere e riflessione. Rapporti umani ed eccessiva compostezza. Protocolli formali e irritualità. Qualsiasi spunto di riflessione vogliamo scegliere come elemento di critica e di autocritica, ci accorgiamo di essere stati costretti da Sorrentino a guardare il mondo da un’angolatura che abbiamo sottovalutato per troppo tempo.
Gli argomenti trattai, poi, sono tra i più attuali della nostra società. L’eutanasia, in un progetto di legge mai affrontato con la giusta perizia neanche nella realtà politica italiana, che costringe il personaggio Mariano De Santis, presidente a qualche mese dalla fine del mandato, a una lotta interiore contro i propri dogmi giuridici e il confronto con la vita quotidiana che offre, sempre, uno scomodo rovescio della medaglia.
E poi la grazia. Quella parte del potere del Presidente della Repubblica che ha facoltà di concederla nel rispetto di rigide regole giuridiche. Quella richesta da un’ambigua Isa Rocca, interpretata da Linda Messerklinger, algido personaggio davanti a una condanna per omicidio nei confronti del compagno che si dimostrerà un carnefice, molto più che una vittima. Altra grazia è pretesa da una cittadinanza, devota e riconoscente nei confronti di un noto professore, anche lui in carcere per l’assassinio della moglie, giustificato dall’Alzheimer in fase avanzata che ha colpito la coniuge.
È in questi conflitti di coscienza che si incentrano gli inviti alla riflessione, contenuti nei film di Sorrentino. Quando l’uomo istituzionale, allevato al rispetto incondizionato delle regole, dove chiedersi se giuste o sbagliare è puro eufemismo, sente il bisogno di indossare nuovamente i panni di un essere umano con le proprie debolezze, contraddizioni, paure e sentimenti, proprio in quel momento comincia il suo personale processo alla propria condotta di vita e mette in dubbio certezze, i dilemmi di coscienza e un’ipocrita fermezza. Trasformando il personaggio De Santis/Servillo in un’entità più umana.
In un mondo di arroganza manifestata in ogni occasione, prosopopea ed esternazione maniacale di un’immagine che debba prevalere sull’umiltà, riuscire a rimanere ancora umani è pù di una mera consolazione. Raccogliamo questo invito del regista, in attesa del suo prossimo messaggio subliminale che ci renda migliori.
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