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L’ostinazione di (r)esistere

Questa foto è la vincitrice del World Press Photo Contest 2026

di Giuseppe Pellizzeri - mercoledì 15 aprile 2026 - 1089 letture

Ci sono immagini che non si guardano. Ti guardano loro. E non distolgono lo sguardo finché non sei tu a farlo, con quella specie di pudore che somiglia molto alla fuga.

Questa foto, vincitrice del World Press Photo Contest 2026, è una di quelle.

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La prima cosa che vedi sono le macerie. Una distesa grigia, senza più contorni, senza più nomi. Case che erano case, stanze che erano stanze, vite che avevano un ordine preciso e adesso sono solo un mucchio indistinto di cemento e ferro. È il paesaggio dopo la fine, quello che nei film arriva con i titoli di coda. Solo che qui i titoli di coda non arrivano mai.

Poi però l’occhio si ferma. Per forza. Perché dentro quella fine c’è qualcosa che non si arrende.

Una famiglia. Seduta attorno a un tavolo che sembra una provocazione. Un tavolo apparecchiato tra le rovine, come se qualcuno avesse deciso che anche l’assurdo ha un limite e da qualche parte bisogna ricominciare. Mangiano, parlano, stanno insieme. Forse in silenzio, forse no. Ma stanno.

Ci avevano raccontato di una tregua. Una parola pulita, quasi elegante. Tregua. Fa pensare a un respiro, a un attimo di sospensione, a una possibilità. Ma qui la tregua non ha fatto silenzio. Non ha aperto corridoi, non ha portato sollievo, non ha fermato davvero il rumore delle armi né quello più sottile, più feroce, della paura. È rimasta una parola detta da lontano, buona per i comunicati, meno buona per chi vive qui dentro.

E mentre le parole girano, le persone restano. E restano i gesti. Piccoli, quasi invisibili, ma testardi. Come apparecchiare una tavola. Sedersi insieme. Dividere il poco che c’è. Guardarsi negli occhi e riconoscersi ancora come famiglia, come persone, nonostante tutto. È una forma di resistenza che non fa rumore, ma pesa più di qualsiasi dichiarazione.

Perché vivere, in certi posti, diventa un atto politico. E restare umani, quasi una sfida.

Allora sì, viene da chiedersi come si faccia a guardare una scena così senza crollare. Senza sentirsi addosso un peso che non si sa dove mettere. Rabbia, dolore, impotenza. Tutto insieme, senza ordine, come quelle macerie.

Non lo so come si fa. Proprio non lo so.

Perché un po’ si crolla davvero. E forse è anche giusto così. Perché se una cosa del genere non ti smuove niente, se non ti incrina qualcosa da qualche parte, allora il problema non è più la guerra. Il problema sei tu e quello che sei diventato guardandola.

E mentre il mondo discute, si divide, si giustifica, si abitua…loro, senza parole grandi, senza slogan, restano lì, continuando a fare ogni giorno una cosa semplice, quasi banale e proprio per questo potentissima: provare a vivere. Nonostante tutto.

Saher Alghorra è un fotoreporter palestinese che documenta la vita e il conflitto a Gaza.

Ha studiato pubbliche relazioni, media e fotografia presso l’Università della Palestina e ha iniziato a fotografare nel 2017 dopo aver ricevuto la sua prima macchina fotografica da suo padre. Inizialmente, il suo lavoro si è concentrato sulla vita di tutti i giorni a Gaza City.

Mentre la guerra rimodellava Gaza, la sua attenzione si è spostata sul testimoniare la distruzione, la resilienza e la sopravvivenza, usando la sua fotografia per trasmettere le realtà sul terreno a un pubblico globale.

Dal 2021, le fotografie di Alghorra sono state pubblicate in organi di stampa internazionali tra cui The Associated Press, Die Zeit, The Guardian e TimeTime. Nel 2025, ha iniziato a contribuire regolarmente al New York Times.

Coinvolgimento fotografico della stampa mondiale: Vincitore del World Press Photo Contest 2026


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