L’origine del linguaggio / di Lucrezio

di Redazione Antenati - domenica 1 maggio 2005 - 5255 letture

I vari suoni della lingua, poi, fu la natura che costrinse ad emetterli, e l’utilità foggiò i nomi delle cose, in modo non molto diverso da quello in cui si vede che la stessa incapacità della lingua a esprimere parole induce i bimbi a gestire, quando fa che mostrino a dito le cose che sono presenti. Difatti ognuno sente per qual uso possa valersi delle proprie facoltà.

Il vitello, prima che le corna gli siano spuntate e sporgano dalla fronte, con esse irato assale e ostile incalza. Dal canto loro, i cuccioli delle pantere e i leoncini si difendono con unghie e zampe e morsi già quando denti e unghie non sono ancora ben formati. Vediamo poi ogni specie di uccelli affidarsi alle ali e chiedere alle penne un aiuto che ancora è tremolante. Perciò pensare che qualcuno allora abbia assegnato i nomi alle cose e che da lui gli uomini abbiano imparato i primi vocaboli, è follia. Infatti, perché colui avrebbe potuto designare con parole ogni cosa ed emettere i vari suoni della lingua, ma si dovrebbe credere che nello stesso tempo altri non abbiano potuto farlo? Inoltre, se delle parole non avevano fatto uso fra loro anche altri, donde fu impressa in quello la nozione della loro utilità e donde fu data a lui per primo la facoltà di sapere e di vedere nella mente che cosa volesse fare? Parimenti, non poteva uno solo costringer molti e vincerli e domarli, sì che acconsentissero a imparare i nomi delle cose.

Né in alcun modo è facile insegnare a sordi e persuaderli di ciò che bisogna fare; difatti non lo sopporterebbero, né in alcun modo tollererebbero che inauditi suoni di voce più volte assordassero le loro orecchie invano. Infine, che c’è di tanto sorprendente in questo, se il genere umano, che aveva voce e lingua vigorose, secondo le diverse impressioni designava le cose con suoni diversi? Quando le greggi prive di parola, quando perfino le stirpi delle fiere son solite formare voci dissimili e varie, secondo che sentano timore o dolore o cresca in esse la gioia. E infatti è possibile conoscer questo in base a fatti palesi.

Quando le larghe morbide labbra dei cani molossi incominciano a fremere irritate, scoprendo i duri denti, tirate indietro per la rabbia, minacciano con suono molto diverso da quando poi latrano ed empiono tutti i luoghi delle loro voci.

Ma, quando prendono a lambire con la lingua carezzevolmente i cuccioli o li sballottano con le zampe e, minacciando di morderli, senza stringere i denti fingono di volerli divorare teneramente, li vezzeggiano col mugolìo in modo molto diverso da quando lasciati soli in casa abbaiano, o quando uggiolando scansano col corpo schiacciato a terra le percosse. E ancora, non si vede che parimenti differisce il nitrito, quando un polledro nel fiore dell’età infuria fra le cavalle, colpito dagli sproni di amore alato, e con le froge dilatate freme movendo all’assalto, e quando, in altri casi, nitrisce con membra tremanti?

Infine, le specie degli alati e i vari uccelli, gli sparvieri e le aquile marine e gli smerghi che cercano il nutrimento e la vita nei salati flutti del mare, in un tempo diverso gettano gridi di gran lunga diversi da quando contendono per il cibo e le prede fanno resistenza. E alcuni mutano col mutare del tempo i rauchi canti, come le longeve stirpi delle cornacchie e le frotte dei corvi, di cui si dice che a volte invochino l’acqua e la pioggia, altre volte chiamino i venti e le brezze. Dunque, se sensi diversi costringono gli animali, benché siano privi di parola, a emettere voci diverse, quanto è più naturale che gli uomini allora abbian potuto designare cose dissimili con suoni differenti fra loro!

(Lucrezio, De rerum natura, V)


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