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L’opaca atomica di Israele

Amimut (עמימות) è una parola ebraica che significa «opacità». Da molti anni è stata adottata per designare (ufficialmente) la politica di armamenti nucleari dello Stato di Israele.

di lucacangemi - sabato 14 marzo 2026 - 636 letture

Amimut (עמימות) è una parola ebraica che significa «opacità». Da molti anni è stata adottata per designare (ufficialmente!) la politica di armamenti nucleari dello Stato di Israele. E non c’è che dire: è stata una politica di grande successo. Infatti, il dibattito pubblico è monopolizzato da anni dal pericolo futuribile che l’atomica iraniana potrebbe rappresentare per Israele, mentre delle bombe nucleari sioniste – pronte sin dagli anni Sessanta – non si parla quasi mai.

Oggi l’Iran è sotto attacco, il Medio Oriente è in fiamme dal Libano al Bahrein, l’economia mondiale è sotto scacco e tutto ciò viene giustificato con la necessità di impedire la bomba iraniana. Ovviamente nessuno spazio nell’informazione viene dato alle informazioni, anche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e persino della CIA, che smentiscono una tale eventualità. E nessuno ricorda l’accordo con l’Iran fatto saltare dalla prima presidenza Trump.

Il massimo dell’ipocrisia lo raggiunge la premier italiana Giorgia Meloni che parla della (eventuale) atomica iraniana come causa della «fine del quadro internazionale di non proliferazione». Ovviamente per la Meloni non è un problema che Israele non partecipi al «Trattato di non proliferazione nucleare», abbia accumulato armi atomiche di ogni tipo e impedisca ogni controllo internazionale sui suoi siti nucleari.

Eppure, Israele non manca all’occasione di minacciare l’uso delle sue bombe atomiche, persino come arma di sterminio delle popolazioni. Come fece Amichai Eliyahu, ministro del governo Netanyahu, che nel novembre 2023 ne ipotizzò apertamente l’impiego su Gaza.

La storia dello sviluppo dell’arsenale nucleare israeliano merita, dunque, di essere raccontata. Iniziata sotto assistenza francese, l’attività nucleare israeliana è stata soprattutto il frutto dell’indicibile alleanza con il Sudafrica dell’apartheid, che fornì agli israeliani uranio, risorse finanziarie e anche territori per esperimenti nucleari fuori dal contesto troppo visibile del Medio Oriente. È il caso del famoso «flash nucleare» rilevato nel 1979 da un satellite USA vicino alle isole Principe Edoardo, territorio sudafricano. Per evitare problemi a due alleati imbarazzanti ma importanti, il governo degli Stati Uniti insabbiò la vicenda. E a proposito di imbarazzi: qualcuno avrebbe dovuto provarne anche Israele, visto che il Sudafrica razzista con cui collaborava strettamente era guidato da un primo ministro, John Vorster, noto nazista, incarcerato durante la Seconda guerra mondiale per atti di sabotaggio a favore della Germania hitleriana.

La segretezza del nucleare militare israeliano fu comunque squarciata negli anni Ottanta dalla crisi di coscienza di un tecnico dell’impianto atomico di Dimona – vero baricentro del nucleare militare israeliano, anche se ovviamente travestito da impianto civile e inaccessibile ai controlli internazionali. Mordechai Vanunu dimostrò inequivocabilmente, anche con fotografie da lui scattate a Dimona, l’esistenza dell’arsenale atomico israeliano. Per questo pagò un prezzo altissimo: drogato e rapito a Roma (e le istituzioni italiane non brillarono nel perseguire un comportamento così grave) dal servizio segreto israeliano Mossad e riportato in Israele, dove ha scontato 18 durissimi anni di carcere. Il SIPRI di Stoccolma valuta oggi la disponibilità israeliana in circa un centinaio di testate atomiche; altri osservatori triplicano o quadruplicano questa stima.

Tutti concordano sul fatto che Israele possieda ogni componente della «triade nucleare», cioè la possibilità di colpire con ordigni atomici da aerei, da sottomarini e con missili basati a terra. L’arma atomica israeliana rappresenta una clamorosa manifestazione del doppio standard per cui a Israele viene concesso ciò che per gli altri Stati della regione viene considerato impensabile. Ma non solo: rappresenta il convitato di pietra di una crisi mediorientale sempre più grave che Israele pensa di dominare grazie al monopolio nucleare, oltre che all’appoggio incondizionato degli USA. Ma anche in questo caso israeliani e americani rischiano di fare, con i continui sfregi al diritto e al buon senso, gli apprendisti stregoni di processi incontrollabili.

Il pericolo che si profila nettamente è che la corsa sfrenata agli armamenti nella regione si estenda anche all’atomo, visto come la risorsa decisiva per garantire la sopravvivenza di stati e classi dirigenti. In prima fila c’è la Turchia, ma tentazioni simili possono manifestarsi in molti stati. Già nel lontano 1958 l’URSS avanzò una proposta per la creazione di una «zona di pace» nel Medio Oriente libera da armi nucleari e missili. A metà degli anni Settanta questa proposta fu anche approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma tutto si scontrò contro la volontà israeliana di mantenere l’esclusiva nucleare, coperta dagli USA e nel solito silenzio vile dell’Europa. Da lì bisogna ripartire.


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