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L’onestà secondo Paolo Giaccone

Quel mercoledì di trent’anni fa il Professor Paolo Giaccone parcheggia l’auto lungo i viali del Policlinico e scende per avviarsi al lavoro.

di Giuseppe Tramontana - martedì 31 luglio 2012 - 3875 letture

L’11 agosto, a Palermo, fa caldo. Già di mattina, metti intorno alle 8-8,15, il sole romba nel cielo smaltato di azzurro. Di nuvole nemmeno l’ombra. Neppure di quelle sottili ed evanescenti come garza portata dal vento.

L’11 agosto, a Palermo, è una giornata estiva come tante. Con la voglia di fuggire verso Mondello e il mare di chi rimane in città a lavorare e i progetti di chi, stando in vacanza, comincia a pensare al rientro. La città, anche l’11 agosto, non è mai vuota del tutto. Forse in centro circolano meno macchine, ma questo solo perché la gente si sposta più verso il mare. Esala vapori, odori Palermo, sbandiera colori, reca sulla punta della lingua i suoi sapori arabeggianti, fenici, normanni, spagnoli. Anche alle 8, 15 di mattina. Ché Palermo – il caldo e tutto il resto - è una città in cui ci si sveglia presto: per preparare, per lavorare, per vendere e comprare, per vivere. Per uccidere.

Così l’11 agosto 1982, un mercoledì, proprio alle 8,15, un distinto signore cinquantenne o poco più, alto, dalla larga faccia aperta e simpatica, coronata da una barbetta compatta e lanuginosa brizzolata, sta percorrendo i viali alberati del Policlinico di Palermo. Porta una borsa in pelle. La sua borsa di lavoro. Infatti, questo signore si chiama Paolo Giaccone e non è un signore qualunque, ma il dirigente dell’Istituto di Medicina Legale del Policlinico. Non solo. E’ uno dei maggiori esperti della materia a livello nazionale. E’, va da sé, consulente del Tribunale di Palermo ed è anche presidente dell’AVIS siciliana dal 1981. E’ un uomo attivo, capace, preparato, ma soprattutto onesto e integerrimo. Nel 1963 insieme al Prof. Ideale Del Carpio aveva fondato l’AVIS presso l’Istituto di Medicina Legale. Era un tipo straordinario, Giaccone. Parla continuamente con i pazienti per informarli, cerca di convincere la gente a donare il sangue, come peraltro fa lui stesso: ché donare è un atto di amore ed un atto rivoluzionario: è un colpo all’egoismo e ai pregiudizi. Proprio la settimana precedente, il professore ha ottenuto la Medaglia d’Oro AVIS per la sua 56esima donazione ed ha fatto diventare donatrici persino la moglie e la figlia maggiore, Milly. Si racconta che una volta – siamo alla fine degli anni settanta - aveva donato lui del sangue ad un bambino malato, visto che la madre era disposta a dargli la vita, ma – forza dei pregiudizi o delle ‘impressioni’ – non il sangue. E’ grande Giaccone. Aveva persino messo a punto una tecnica investigativa adottata anche dall’FBI. Non solo. E’ un tipo a posto, Giaccone. E’ uno di quelli che pensa che prima venga l’essere umano, il suo rispetto e poi tutto il resto. E rispetto per l’essere umano significa anche rispetto per la legalità, per la giustizia, per le leggi, per tutto ciò che da’ dignità all’uomo, che lo libera e non lo schiavizza, che lo fa camminare a testa alta e senza paura. Ma prima viene l’uomo, il fine, il resto è solo il mezzo.

Quel mercoledì di trent’anni fa il Professor Paolo Giaccone parcheggia l’auto lungo i viali del Policlinico e scende per avviarsi al lavoro. Due uomini lo attendono. Uno aspetta dentro una 126, fuori dall’Ospedale. E’ il palo. L’altro, invece, si aggira tra i viali. E’ armato. Appena vede il professore, si avvicina, forse lo chiama persino, e poi spara un paio di colpi. Giaccone cade sulla sua sinistra, il killer si china e gli da’ il colpo di grazia, in testa. Qualcuno sente. Un uomo in camice bianco, forse un infermiere accorre, qualcuno urla “è il professor Giaccone”. E poi, nulla. La polizia, i rilievi, il pianto delle figlie e della moglie, la rabbia dei colleghi, la paura e il senso di impotenza di vivere in una città dimenticata da Dio e dagli uomini.

Ma perché? Si potrebbe rispondere semplicemente: perché era troppo onesto. In qualità di consulente del Tribunale aveva ricevuto l’incarico di effettuare una perizia su un’impronta digitale lasciata da Giuseppe Marchese, nipote del boss di Corso dei Mille Filippo, uno dei killer della cosiddetta “strage di Bagheria” del Natale 1981, che lasciò sul terreno quattro morti. Quell’impronta era l’unico appiglio che i PM avevano contro i mafiosi, solo quell’impronta avrebbe potuto dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quella di Bagheria era stata una strage mafiosa e che i colpevoli erano appunto quelli di Corso dei Mille. Immediatamente, saputo dell’incarico, i mafiosi si erano mossi. A modo loro. Lo avevano fatto chiamare a casa dal loro avvocato per consigliargli di ‘ammorbidire’ la perizia. “Avvocato, a me certe cose non me le deve manco chiedere. Io non le faccio!” rispose il professore. Da quel momento, cominciò a vivere la sua tribolazione. Telefonate notte e giorno per invitarlo a ripensarci e poi, man mano, insinuazione, ‘raccomandazioni’ e minacce sempre meno velate. Ma lui non recedette. Ammorbidire, falsificare avrebbe significato mettere in circolazione un assassino, un mafioso, un ladro di futuro. E come avrebbe potuto guardarsi allo specchio o guardare negli occhi le figlie? Disse di no. L’assassino venne condannato all’ergastolo; lui a morte.

Quel giorno la figlia Milly, studentessa in medicina, avrebbe dovuto accompagnare il padre, come tutte le mattine, ma per un imprevisto, rimase a casa: sarebbe uscita più tardi. Racconta che quando udirono le sirene spiegate della polizia, la madre sospirò: “Ne hanno ammazzato un altro…” non sapendo che quell’altro era suo marito. Già nell’aprile del 1983 la Prefettura di Palermo con una raccomandata comunicava che “la commissione consultiva del ministero dell’Interno…ha ritenuto sussistente il nesso di casualità tra l’azione terroristica e la morte del coniuge…per la concessione della speciale elargizione…”

Perché citiamo questa informativa? Semplice, perché , a distanza di anni, è tornata utile, dopo che, in stile tipicamente siciliano, la tragedia si è ribaltata in farsa e il paradosso è tornato a reggere le fila del destino umano. Infatti, qui si innesta un’altra storia, più recente, ma non meno paradigmatica – benché per altri versi - dell’Italia attuale. Cos’è successo? E’ successo che proprio Milly, figlia di Paolo e medico legale pure lei, nonché, dal 1989, dirigente medico degli “Ospedali Riuniti Cervello e Villa Sofia”, a 51 anni ha chiesto di potere andare in pensione ricorrendo all’opportunità che la Regione Sicilia riserva alle vittime del terrorismo mafioso. E gliel’hanno concesso. Solo che dopo un paio di mesi l’hanno richiamata. Perché? Perché, sostengo i solini della Regione, suo padre non è stato vittima di una strage terroristico-mafiosa ma è stato una “semplice” vittima di Cosa nostra. Si sa, è dai tempi di Kafka e Koestler che sappiamo come il freddo linguaggio burocratico sia l’anticamera della stupidità, ma creare due categorie distinte - vittime di serie A: tipo stragistico-mafioso e vittime di serie B: solo mafioso – è da follia pura. E naturalmente c’è da chiedersi, quale sia la differenza per i familiari? Essere stati uccisi ‘solo’ da mafiosi non basta più: bisogna morire per mani di stragisti (oltre che mafiosi, s’intende). Così, infatti, la Prefettura di Palermo, il 28 marzo 2011, ha scritto a Milly informandola che lei è “familiare di vittima della criminalità organizzata”. Quanto organizzata non si sa, ma viene il sospetto – considerando che anche la raccomandata del 1983 era della Prefettura – che sia quanto meno più organizzata dello Stato. Ovviamente la signora Milly non si è arresa e ha spedito alla Prefettura e all’Inpdap (che nel frattempo aveva avviato le procedure per revocare la pensione) la raccomandata ricevuta nel 1983. Sai mai che rinsaviscono. Non solo, negli archivi dell’Ufficio provinciale del Lavoro è stato scovato un certificato a nome Giaccone Camilla – ossia Milly – rilasciato in ottemperanza “all’art. 19 L.13.8.80 n. 466 per i familiari delle vittime di azioni terroristiche.” Come ha dichiarato la stessa Milly Giaccone “non è tanto per la questione economica, ma la storia offende chi ha sacrificato la propria vita per la legalità”.

Oggi il Policlinico di Palermo è intitolato a Paolo Giaccone, quell’uomo mite e integerrimo che amava suonare il piano e gli uccellini e disse no a Cosa Nostra. E per il suo assassinio sono stati condannati Filippo Marchese, in qualità di mandante, e Salvatore Rotolo, l’esecutore. Nel 1995 la corte d’appello ha condannato dieci componenti della cupola mafiosa per lo stesso omicidio. Tra costoro, anche l’avvocato delle telefonate.

Un anno fa è stato inaugurato il “Centro Studi Paolo Giaccone”, soci fondatori i magistrati Nico Gozzo e Fabio Licata, il preside della Facoltà di Medicina Giacomo De Leo ed altri esponenti del mondo scientifico e intellettuale palermitano e siciliano. Il Centro, attraverso dibattiti, seminari di studi, convegni pubblicazioni, presentazioni e percorsi didattici rivolti a scuole di ogni ordine e grado, all’Università, scuole carcerarie, centri di giustizia anche minorili e servizi sociali, vuole contribuire allo sviluppo della cultura antimafia anche promuovendo analisi e ricerche per diffondere la conoscenza dei fenomeni mafiosi, criminali e di devianza della legalità.

Nel frattempo si è anche costituito il “Comitato dei PROFESSIONISTI LIBERI”, insieme a LiberoFuturo e Addiopizzo, che ha redatto uno specifico Manifesto, il quale, come recita la presentazione in www.professionistiliberi.or, “oltre a riprendere quanto già regolato dalle norme e dai codici deontologici, possa essere osservato nell’ambito più specifico della lotta al racket del pizzo ed al sistema mafioso. Tutti coloro che sottoscriveranno la "Dichiarazione di impegno" entreranno a far parte di una lista di professionisti che sarà resa pubblica.” La speranza non muore, la speranza non si ferma. Anche grazie a Paolo.


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