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L’omicidio eccellente di Giovanni Corrao e le origini dello Stato unitario

di Giuseppe Tramontana - lunedì 18 luglio 2011 - 5159 letture

Negli ultimissimi tempi il generale Giovanni Corrao usciva di casa solo con il bel tempo e solo per andare nel suo podere di San Ciro, appena fuori il quartiere – oggi popolatissimo – di Brancaccio, a Palermo. Non era vecchio, il generale. Aveva appena quarantuno anni, ma quante ne aveva passate. Lotte, battaglie, fucilate, ferite, marce forzate, fughe notturne per terra e per mare. Ma aveva fatto tutto per scelta, per rigore morale e per un’idea che continuava a frullargli incessantemente in testa: libertà e giustizia per il popolo. Era alto, il generale, alto e massiccio, ben piantato. Con una bella barba nera ad incorniciare un viso scurito dal sole, sul quale fiammeggiavano due occhi di ebano smaltato. Un diavolaccio, sembrava. Tutte le mattine, accompagnato dal fedele Gasparino, il tuttofare, saliva sul calesse e si recava in campagna. Aveva deciso di intraprendere la via dell’agricoltura. O, almeno, così sembrava. Eppure, per la maggior parte della gente, dei palermitani, ma anche degli uomini delle istituzioni, il generale continuava a tenere le fila delle trame rivoluzionarie che si annodavano, disfacevano e modellavano in Sicilia, da Catania a Trapani, da Siracusa e Ragusa a Palermo. E per questo era finito, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, pochi mesi prima, nell’aprile del 1863. Era stato arrestato con la ridicola accusa di essere a capo di una comarca aristocratico-borbonica (nientedimeno!) che stava progettando un moto rivoluzionario in Sicilia. Borbonico? E come poteva essere? Il generale, insieme all’amico fraterno Rosolino Pilo, era stato il perseguitato numero uno del regime napoletano. Era stato lui a preparare l’insurrezione dell’aprile ’60, quella che sarebbe stata, a sua volta, l’apripista dello sbarco dei Mille. Lui, il ‘generale dei picciotti’ come era conosciuto in città? Mille volte arrestato, mille volte esule, mille volte derubato dell’affetto della moglie e del figlio, delle amicizie, di una vita tranquilla per inseguire un sogno, un sogno e una speranza, una speranza di giustizia sociale e di dignità per tutti i siciliani, soprattutto i più poveri e soli, quelli abituati da secoli a masticare fiele e miseria. Non era successo niente, alla fine. Era stato liberato quasi subito. Le accuse inconsistenti. Eppure era stata l’occasione per tastare il polso dei palermitani. Infatti, erano scesi in piazza, a suo sostegno, a rivendicare la sua liberazione. Lui non aveva battuto ciglio. Non si era nemmeno arrabbiato, non si era nemmeno addolorato. In un certo qual modo, se lo aspettava. Non erano bei tempi quelli. Nulla di nuovo. Ormai aveva capito. Non che lui fosse esente da colpa, beninteso, ma coi borbonici proprio no!

Dopo l’avventura in Aspromonte, insieme a Garibaldi, colui che lo aveva nominato generale di brigata sul campo, era tornato in Sicilia. Era stato l’unico a sparare in quell’occasione contro i bersaglieri ed era rimasto anche ferito ad un braccio. Il Generale era stato ferito anche lui. Alla coscia sinistra ed al malleolo destro. Era stato un tenentino, pare, a colpirlo. Un tal Luigi Ferrari che il 30 settembre di quello stesso 1862 venne insignito della medaglia d’oro. Una medaglia d’oro per aver ferito Garibaldi! A tanto eravamo arrivati. E lui, invece, Corrao, aveva dovuto accettare l’umiliazione della retrocessione a colonnello pur di entrare nell’esercito sabaudo, dopo l’impresa delle imprese: la consegna del Mezzogiorno a Vittorio Emanuele II. Ma era durato poco con quella divisa azzurra che gli ingessava anche i pensieri in testa e la speranza nel cuore: si era dimesso. Tante grazie e arrivederci, io torno a fare il mio mestiere di utopista, illuso e integerrimo, torno alla mia missione di repubblicano idealista. Senza compromessi. Senza nostalgie.

Dopo i fatti d’Aspromonte, durante l’inverno del 1862 e la primavera e l’estate seguenti, l’agitazione politica contro il governo aveva assunto aspetti nuovi e sempre più ambigui, oscuri. In quella fase, attorno all’ex generale garibaldino, esponente – possiamo dire – della sinistra repubblicana garibaldina, si erano venuti a raccogliere quanti erano stati maggiormente colpiti dall’azione del governo e tutti coloro che, nel riacceso antagonismo con i ‘Piemontesi’, mal sopportavano l’infamia, come si diceva in giro, di cui si era voluta macchiare la Sicilia. Una Sicilia, una Palermo – lo vedeva tutte le mattine, il generale, recandosi in calesse in campagna – che appariva abbandonata a se stessa, senza prospettive, senza futuro. I bambini scalzi, a torso nudo che correvano tra i vicoli, saltellando tra sterpaglie e rifiuti, le famiglie costrette a vivere come animali, assieme alle bestie, in casupole basse, scure, luride, dove il sole aveva persino vergogna ad entrare. Cosa era cambiato per loro, per questi poveracci, si chiedeva Corrao. Cosa aveva portato l’Unità alla Sicilia più misera? Dov’era stato il vantaggio, nel cambiare governo, anzi padrone? Era inquieto il generale, si passava una mano tra la barba luciferina, scrutava le vie pullulanti di vita miserabile, oscena. Per i poveri, nulla era cambiato. E i ricchi, i potenti, i cappeddi erano ancora al potere, erano ancora loro i padroni. E l’uguaglianza dove stava? Ciò non significava tornare in dietro, ai Borboni, ma, al contrario, andare oltre, verso la giustizia sociale, verso il governo di tutti, del popolo – davvero del popolo. Insomma, verso la repubblica. Intanto, in tutto il Sud esplodeva quello che veniva chiamato il brigantaggio e anche la Sicilia dava segni di insofferenza. Era stato lui, insieme a Giuseppe Badia ed a Carlo Tresselli, ad aver intensificare l’attività cospirativa. Ma era difficile. Tutto difficile. A questo si aggiungevano i lavorii sottotracia del governo che metteva in giro voci di finte congiure per poter criminalizzare la sinistra e poterla prima isolare e quindi attaccare e decapitare. Cento anni dopo, gli italiani avrebbero scoperto questo modo perverso di agire delle istituzioni e gli avrebbero dato anche un nome: strategia della tensione, l’avrebbero chiamata. Un paio d’anni prima, nel 1861, un moderato come il conte Diomede Pantaleoni, in una lettera a Bettino Ricasoli non aveva nascosto il possibile ricorso a forze borboniche e filo-borboniche e persino agli ‘accoltellatori’ per screditare il movimento repubblicano. Così era. E che dire del fatto che nel, dicembre del ’60, il luogotenente in Sicilia del governo piemontese, Massimo Cordero di Montezemolo, aveva teorizzato il ricorso ad agenti provocatori per spingere verso insurrezioni che sarebbero state l’occasione per repressioni successive. Così era nato il nuovo stato, un bello stato, non c’era che dire! Quante fatiche, quanti pericoli, quanto sangue, a cominciare da quello di Rosolino, il conte di Capaci, colpito alla nuca dal piombo borbonico. E poi Milazzo, Melito, il Volturno. E l’Aspromonte, il generale, le ferite, il fango, le fucilate e le baionette savoiarde.

Le cose non si mettevano bene, lo sapeva il gigante garibaldino, ma bisognava andare avanti, credere ancora alla possibilità di uscire dalla miseria, dalla soggezione. A gennaio il ministro dell’Interno aveva ricevuto rapporti che parlavano di una setta repubblicana di Palermo guidata dal sacerdote Pantaleo, che aveva stretto rapporti coi borbonici per insidiare il governo. E, a giugno, il comandante dei regi carabinieri di Misilmeri aveva scritto che il segretario comunale, un associato della setta di Pantaleo, stava tramando contro il governo assieme al colonnello garibaldino Carlo Tresselli e al socialista Saverio Friscia. Ma lui, Corrao, la pensava diversamente. Pensava che l’insurrezione magari ci voleva, ma doveva essere popolare. Popolare e repubblicana. Per scalzare i vecchi interessi e le vecchie classi, i vecchi pescecani che avevano cambiato bandiere e divise, ma continuavano a vampirizzare i poveri cristi. Un nuovo Stato ci voleva: democratico, giusto, solidale, libero e civile.

Il 1° marzo Corrao e Badia avevano partecipato a una dimostrazione repubblicana nella chiesa di San Domenico a Palermo, a sostegno della recente rivolta polacca. In effetti, il governo era stato messo in allarme da alcuni discorsi che chiedevano una marcia su Roma. Il 13 marzo era stato così ordinato l’arresto degli esponenti di punta dei repubblicani. Un cugino dello stesso Corrao – così aveva denunciato un informatore della polizia, tal Andrea Di Salvatore - aveva tentato di formare a Monreale delle bande armate per invadere Palermo con l’aiuto degli inglesi. E il 10 marzo il capo della polizia di Monreale aveva riferito che gli abitanti della cittadina stavano raccogliendo polvere da sparo e cartucce in vista di un’insurrezione. Insomma, c’era fermento tra la popolazione. Proprio in quei giorni c’era stato il caso dei pugnalatori: 13 persone pugnalate contemporaneamente. Un progetto eversivo, che, secondo gli investigatori, aveva nel senatore del Regno Vito Reggio D’Ondes la mente e l’eminenza grigia. Poi l’attività del generale si era svolta a Misilmeri e Bagheria per organizzare l’esercito di renitenti alla leva militare. Erano tanti, tantissimi. E tutti delusi e inferociti, traditi da uno Stato che aveva promesso pane e libertà e regalava miseria e schiavitù. Il 4 aprile queste bande avrebbero invaso Palermo, ma poi non se ne fece nulla: erano stati scoperti. Ma quelli non erano i soli movimenti sediziosi presenti in zona. Analoghe attività si registravano a Borgetto, a Toretta, a Cinisi, a Carini. Tutti centri situati in posizione strategica rispetto alla Capitale. Si diceva che il generale stesse tentando di prendere contatti con borbonici e inglesi per provocare insurrezioni a Partinico.

Sospirava Corrao, pensando a tutto questo e, probabilmente, a molto altro. Ormai aveva smesso la camicia rossa. Almeno formalmente, visto che per tutti lui restava il generale di Garibaldi, l’amico di Pilo, l’eroe impavido esule a Marsiglia, Genova, Malta (dove, per inciso, aveva conosciuto Rosolino). La camicia adesso la portava bianca, candida. Ma non è l’abito che fa il monaco. La rivoluzione gli bolliva in petto, negli occhi, nelle poche parole che ancora pronunciava. Sapeva, Corrao, che la sua attività era seguita, monitorata, dalle spie del governo italiano. E le sue iniziative, i suoi contatti preoccupavano, in alto loco. Si dicevano tante cose sul suo conto: che stesse convincendo gli inglesi, che avesse preso contatto con i notabili ex filo borbonici, che stesse organizzando le bande dei renitenti alla leva. Addirittura c’era stato il Procuratore generale di Palermo che aveva scritto che lui andava in giro “parlando ai Borbonici il linguaggio borbonico, ai Mazziniani quello mazziniano, ai briganti quello dei malfattori, e dando per incoraggiarli, speranze a tutti di disordini, di arrivo di Garibaldi, di vascelli inglesi ecc. ecc.”. Il 29 aprile era stato anche arrestato in relazione ai famosi casi dei ‘pugnalatori’. Ma lui che c’entrava? Nulla. E infatti era stato rilasciato poco dopo. Intanto, le cose si stavano mettendo male. Complice anche il fenomeno del brigantaggio, il governo aveva rotto gli indugi e nel maggio di quello stesso 1863 il ministero dell’Interno aveva affidato al generale Giuseppe Govone l’incarico non solo di catturare i renitenti, ma anche di arrestare molti altri autori di reati, perfino quelli per i quali non esisteva un mandato ufficiale di arresto. Ma, com’era prevedibile, queste misure non avrebbero portato a nulla. E allora – com’era altrettanto prevedibile – la campagna avrebbe subito una recrudescenza fino ad arrivare, nel dicembre 1863, come disse il generale Della Rovere, a stendere un cordone militare intorno a una comunità, per entrare quindi nelle case dei sospetti renitenti e, nel caso non si presentassero, porre le abitazioni sotto costante sorveglianza. Come estrema risorsa, si sarebbe proceduto ad arrestare i famigliari dei renitenti. Corrao pensava, soppesava, rimuginava inquieto. Un mese prima, a luglio, nel cuore dell’estate siciliana, le operazioni militari avevano preso avvio su scala ancora maggiore. Le campagne della Sicilia interna, inzuppata nel giallo arso della restuccia era intessuta dell’azzurro delle giubbe militari piemontesi. Lenti uomini zavorrati, sudati, sotto il sole cocente, si muovevano in lunghe file scure come formiche sofferenti e implacabili. Da Caltanissetta e Girgenti arrivavano notizie di assedi. A un certo punto, Caltanissetta era stata bloccata da un cordone militare, mentre più di duemila soldati ravanavano alla ricerca di renitenti. E sarebbe stato sempre peggio: il 15 agosto la Legge Pica, pensata per combattere il brigantaggio, sarebbe stata estesa alla Sicilia e negli stessi giorni le operazioni sarebbero state spostate a Trapani e Palermo, anche se quattro colonne mobili sarebbero state lasciate a pattugliare le campagne di Girgenti. Trapani, Menfi, Salemi, Castelvetrano sarebbero state circondate dalle truppe sabaude, mentre una diga di divise azzurre lunga una quarantina chilometri avrebbe isolato Alcamo e Castellammare… Era chiaro che, nel corso di quelle operazioni del ’62 e ’63, si stava manifestando una prassi che si sarebbe ripresentata nelle campagne successive: la mancanza di consenso per il governo, lo costringeva a continuare ad accrescere i propri poteri, sia sulle amministrazioni locali che sulle autorità giudiziarie. E più aumentava la repressione più cresceva l’odio per il governo, per lo Stato, per i Savoia. Un cane che si mordeva la coda e che produceva, come unico risultato, l’isolamento dell’Isola e la sua regressione ad uno stato di barbarie. Tentare di risolvere i problemi sociali, politici, economici solo ed esclusivamente con misure di ordine pubblico non sembrava una mossa lungimirante. E si sarebbe rivelata a dir poco catastrofica. Sapeva tutto questo il generale Corrao. Lo sapeva e ci pensava spesso. E ci stava pensando su, probabilmente, anche in quel 3 agosto 1863, quando, al calare del sole, sul solito calesse accanto a Gasparino, stava ritornando a casa dal podere di San Ciro. Non si accorse, infatti, delle due canne di lupara che sbucavano dai rami di un albero o, forse, da dietro una siepe. I lampi si persero nella luce accecante dell’estate palermitana, i colpi ruppero il manto compatto del frinire dei grilli. Colpito al petto, Corrao cadde dal calesse, bocconi. Morì quasi subito, nonostante il soccorso di Gasparino. Morì guardando quel cielo azzurro cobalto che lentamente si faceva nero, dentro di sé.

Chi lo uccise? Non si seppe mai. Anche se parecchi elementi facevano pensare – e negli anni i sospetti si sono rafforzati – che ci fosse lo zampino del governo centrale, impaurito dalla figura di Corrao, possibile capo di un’insurrezione su larga scala. Infatti, solo poco meno di un mese avanti, nel luglio del ’63, qualche informatore affermava che “in Sicilia ancora si cospira, ma in senso autonomista. Gli uni speculano sugli altri: i Siciliani sul moto del Continente, i Bertoniani sul moto di Sicilia. Mi assicurano che Corrao, il quale trovasi ora a Cefalù, sarebbe alla testa del moto. Il comitato siederebbe a Monreale e i soci si troverebbero a Gibilrossa, a tre miglia e mezzo da Parlemo. Parlano di 500 associazioni principali a Palermo e contorni; Caltanissetta si offrirebbe spontanea; Messina si rifiuterebbe, ma Pancaldo sarebbe col moto; a Catania vi sarebbe del marcio nella Guardia Nazionale, nella quale vi sarebbero una cinquantina de’ più ardenti.” Si saprebbe addirittura la data dell’insurrezione (“ Il moto sarebbe dal 29 agosto al 3 settembre.”) e le modalità di comunicazioni tra gli insorti: “Si farebbero i segnali - aggiungeva l’informatore - tre giorni prima sulle colline che da Palermo si stendono fin verso Catania. Questi segnali formerebbero un telegrafo numerico a tela, composto da bandiere colorate scure, il numero delle quali denoterebbe le comunicazioni che si manderanno”. Insomma, faceva paura Corrao. E così liquidarlo poteva essere una mossa azzeccata e previdente per decapitare l’insorgente moto rivoluzionario. E con lui sarebbero morti alleanze, aiuti, contatti, illusioni. Le indagini vennero avviate e chiuse subito. Negli atti, per la prima volta nella storia dell’Italia unita, venne usato il termine mafia (per rincontralo, scritto nero su bianco, in un atto pubblico, bisognerà aspettare il 1973!). I sicari mai trovati. Ma, nel corso dell’inchiesta fu singolare quanto raccontò una signora che abitava in un podere che dava sulla trazzera in cui era stato ucciso il generale. Raccontò la signora un fatto strano: nei giorni precedenti aveva visto un paio di uomini, due cacciatori, con tanto di fucile in spalla e tipico abbigliamento da caccia, aggirarsi tra quelle campagne, come alla ricerca di qualcosa, se di selvaggina o d’altro, la donna non sapeva dire. Fatto sta, però, che lei aveva riconosciuto gli stessi cacciatori, questa volta in divisa da carabinieri, sul luogo del delitto subito dopo l’assassinio. La signora raccontò tutto agli inquirenti, ma la cosa non ebbe seguito.

Sette giorni dopo, il 10 agosto, giunse una lettera a Carlo Tresselli. Proveniva da Caprera: era di Garibaldi. “Amara giunse al mio cuore – scriveva il Generale – la morte inaspettata del prode mio compagno d’armi Giovanni Corrao. Egli meritava una fine più gloriosa, e la sua vita consacrata al bene d’Italia non doveva essere spenta dalle mani d’un vile assassino! Il popolo di Palermo ricorderà con orgoglio questo prode soldato la cui esistenza è intimamente legata alla gloriosa epopea delle sue ultime rivoluzioni.” Così Garibaldi. E i palermitani, due giorni appresso, non fecero mancare il loro affetto. Migliaia e miglia di persone, moltissimi provenienti dal circondario del capoluogo, accompagnarono il feretro di Corrao, commossi. Alcuni avrebbero voluto esequie solenni nella chiesa di San Domenico, il pantheon palermitano, la stessa chiesa in cui, giocoforza, avrebbe dovuto trovare posto la salma del generale, magari accanto all’amico Rosolino Pilo. Ma così non fu. Troppo ingombrante quell’uomo, per la Chiesa, troppo garibaldino e mangiapreti. Niente esequie religiose per lui, niente San Domenico. Venne portata al Monastero dei Cappuccini, invece, nelle cui catacombe venne imbalsamata e successivamente interrata, come disposto da una delibera municipale. La mummia venne scoperta durante dei lavori di ristrutturazione molti anni dopo e nella catacomba rimase fino al 21 maggio 1960, quando, in occasione delle celebrazioni ufficiali del Centenario dell’unità d’Italia, furono richiesti ed effettuati solenni funerali celebrativi prima che trovasse finalmente posto nel chiostro di quello stesso Pantheon palermitano negatogli cent’anni prima. Invece, di chi sia stato a volere la sua morte, ancora non si sa nulla. Anche se, sembra non azzardata la lettura che nel corso del Novecento illustri storici come Pantano, Alatri, Brancato, Riall, Lupo, Recupero hanno fornito: fu un omicidio pensato e pianificato nelle stanze ministeriali. Un omicidio eccellente, praticamente. Anzi, il primo omicidio eccellente. Per commettere il quale si erano intrecciati interessi politici inconfessabili, repressione delle lotte sociali, protagonismo mafioso, insabbiamenti giudiziari. Come dire? Fatto lo Stato, creato l’anti-Stato. E, nei successivi 150 anni, gli italiani avrebbero avuto modo di conoscere molto bene queste pratiche, dall’eliminazione di personaggi scomodi (giudici, giornalisti, politici, sindacalisti) alle stragi senza colpevoli, dalle agende rosse scomparse, alle varie logge P2, P3, P4: dalla ragion di Stato alla ragion corrotta….


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