L’irriducibilità delle differenze

Il conflitto di genere
di Laura Tussi - domenica 9 aprile 2006 - 2037 letture

Nell’ambito della relazione di genere si denota oscillazione nella bipolarità tra conflitto ed intesa in cui il disaccordo, il contrasto è il dato di fatto di cui l’intendersi è cifra esplicativa e progettuale. La conflittualità scaturisce dall’irriducibilità delle differenze nella vita privata e pubblica dove si palesa, si insidia il conflitto sempre concreto, mai astratto, e collegato con l’esistenza pratica.

La competitività è qualcosa di non superabile che confligge, da “confligere” “stato permanente di forze contrastanti che obbediscono a spinte di attrazione e rifiuto”. Il conflitto può essere inibito, esagerato, esasperato ed il problema vero sorge quando lo si vuole appianare perché è affrontato in termini gerarchici nell’ambito di un dualismo che è dominio e sopraffazione.

Di fronte alla rilevanza del conflitto si adottano mezzi di prevenzione, accettando il disaccordo come dato “violento” anche sul piano sottilmente psicologico e per attraversarlo occorre cambiare modo di pensare e di essere. Dal conflitto di genere deve scaturire l’intesa “tendere a” “concentrarsi verso”. Non si tratta di sanare il conflitto ma di attraversarlo, valorizzando la differenza, formulando obiettivi comuni. Deve prevalere la comune umanità, puntando su finalità e progetti costruttivi comuni. Le coordinate dell’intendersi consistono nel rispetto delle differenze, ossia lasciare parlare e ascoltare con attenzione chi ha voce in capitolo anche per l’esperienza, indipendentemente dall’età o dal sesso e non attribuire alle donne per concessione ciò che loro spetta di diritto sostituzione dei rapporti gerarchici con relazioni di interdipendenza, ossia creare sentieri di solidarietà in cui si coglie il bisogno e la ricchezza insita nell’uno e nell’altro. La coscienza di interdipendenza consiste nel rispetto delle esperienze e nel superamento delle difficoltà comuni recupero di umanità in un mondo regolato sui particolarismi e dinamiche di individualismo esasperato, per cui occorre la riscoperta della matrice umana, anche del ritorno all’archetipo femminile, alla madre.

L’amore deve basarsi sul riconoscimento e la valorizzazione dell’identità reciproca. L’Utopia di Tommaso Moro, cittadino e visconte di Londra, trae importanti conclusioni per cui una tale forma di Stato deve essere almeno considerata.

Non solo è legittimo ma doveroso prospettare il presente con uno stato ideale, un’utopia la cui realizzazione anche se possibile è improbabile per i difetti dell’uomo. In tale stato di utopia Tommaso Moro pone come connettore la componente culturale. Cultura come rielaborazione di esperienze, insieme di pensieri che si confrontano su una base democratica di diritto. Qual è stato il contributo delle donne allo sviluppo culturale?

Naturalmente il raggiungimento delle pari dignità tra uomo e donna, il riconoscimento della soggettività femminile come valore nella differenza, la constatazione che la mancanza di certezze sull’essere ci spinge all’avere, e l’eccesso di informazioni toglie strumenti alla rielaborazione del pensiero.

Le donne si incamminano verso un nuovo umanesimo, moltiplicando la sinergia e l’interazione con una diffusa domanda di legittimità ed eticità. Il complesso di atteggiamenti della cultura dominante si riscontra all’interno della famiglia, dell’associazionismo, del partito, della chiesa.

La differenza di sesso subisce maggiori attacchi in cui il rispetto del riconoscersi, del confermarsi è un processo profondamente culturale.

Le relazioni sociali e di genere prevedono un’icona trinitaria io-tu-noi, in cui vivere significa costruire relazioni con ciascuna delle parti Si riconosce l’altro anche come essere sessuato per cui “solo” non esisto, ma ho bisogno del mio tu. L’incontro rivela l’identità e la differenza dell’”io sono” “tu esisti”, pari e diversi. La differenza può comportare conflitto per cui si risale al contenuto biblico dell’agape: io accolgo la tua differenza tu la mia, secondo il principio inviolabile dell’amore, per cui ognuno accoglie l’altro lasciandolo diverso. Ogni atteggiamento che ignora la soggettività calpesta il contributo che ciascun individuo può offrire, danneggiando l’umanità.

Ma la donna è proprio se stessa nell’ambito delle istituzioni? La donna ricompone i pezzi della vita del ruolo familiare, lavorativo, sociale, faticando ad assorbire i costi che l’impegno comporta, da cui scaturisce il conflitto con se stessa, nell’aspirazione alla realizzazione oltre l’ambito familiare. La crisi delle donne scaturisce dal fatto che aspirano ad essere soggetto pubblico. La battaglia, la rivendicazione del neofemminismo non è più contro l’uomo, ma dentro le istituzioni sociali poco aperte alla parità, all’accettazione e condivisione delle differenze.

Dunque noi donne utilizziamo la categoria concettuale dell’utopia come critica dell’esistente. L’intendersi risulta un processo utopico perché non ne sono presenti i presupposti nella cultura dominante e nelle istituzioni. L’intendersi è il riconoscersi reciproco nella verità della differenza.

Aristotele in un passo della Metafisica sostiene che per procedere alla soluzione del problema è necessario attraverasare le difficoltà che esso comporta. Occorre che le donne riconoscano una propria identità, ricreando immagini di sé attuali, inserite nelle nuove dinamiche sociali. Devono smantellare i falsi ruoli femminili imposti dalla stantia cultura vigente. Occorre una rielaborazione mondiale del rapporto di genere, come base precipua di tutte le differenze relative all’umano.


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