L’inquietudine politica di Lenin

di Salvatore A. Bravo - lunedì 8 aprile 2024 - 557 letture

Una delle ultime opere di Lenin è stata pubblicata sulla Pravda il 4 marzo 1923. Il lungo articolo “Meglio meno, ma meglio” non è solo una sintesi critica del percorso tormentatissimo della Rivoluzione bolscevica, tra Prima Guerra mondiale e guerra civile, ma anche “testamento politico” nel quale Lenin si spinge ad ipotizzare, su dati materiali ed oggettivi, previsioni geopolitiche ed economiche che avrebbero potuto rompere l’assedio militare ed economico di cui l’Unione Sovietica era oggetto.

“Meglio meno, ma meglio” (in russo Лучше меньше, да лучше, Lučše men’še, da lučše) è da allora diventato un detto della lingua russa che invita alla qualità dell’azione da preferire alla quantità.

Lenin scorge nella Russia sovietica la sindrome del fare senza la qualità, perché presa dalla trappola dell’accerchiamento. Il prevalere della quantità sulla qualità non è casuale, dato che la lunga guerra non poteva che condurre ad una notevole quantità di provvedimenti e il “fare” era spesso deficitario della qualità. Lenin nella sua solitudine, mentre la salute declinava (sarebbe deceduto il 21 gennaio 1924) non poteva non constatare i limiti della Rivoluzione sovietica e indicare i processi per risolverli. Per poter rafforzare la Rivoluzione essa andava sottoposta a critica radicale in modo da intervenire e fare tesoro degli errori. Il problema si poneva in modo stringente per l’elezione dei Commissari del popolo, i quali avevano il compito di controllare i settori produttivi e di stimolarne la crescita:   “Per poter migliorare il nostro apparato statale, l’Ispezione operaia e contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta. Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare attenzione e serietà alla sua organizzazione e concentrare nell’Ispezione operaia e contadina materiale umano di qualità realmente moderna, cioè non inferiore ai migliori modelli dell’Europa occidentale” [1].

La Rivoluzione bolscevica si era concretizzata in una nazione con un numero altissimo di analfabeti. La gestione diretta delle industrie da parte degli operai non era possibile, poiché essi non avevano gli strumenti tecnici e amministrativi per la gestione. In questo contesto , “imparare” era uno dei modi certi attraverso cui salvare la Rivoluzione. Nei decenni che verranno, per Lenin “imparare” sarà l’imperativo categorico. Migliorare la produzione in senso qualitativo e quantitativo non poteva che consolidare la Rivoluzione. Un’intera nazione doveva partecipare al processo di alfabetizzazione e crescita professionale.

Il temporaneo arretramento, rispetto al comunismo, con la NEP e l’introduzione di metodi capitalistici di produzione (taylorismo) avevano lo scopo di utilizzare le tecniche capitalistiche per aumentare la produzione e soddisfare i bisogni primari. Il socialismo non poteva sopravvivere senza la “temporanea contaminazione”. Imparare e controllare era la modalità con cui i rivoluzionari dovevano operare; senza la tecnica, l’industria e la produzione il comunismo erano irrealizzabili. Il “comunismo di guerra” è stata la modalità con cui superare l’aggressione straniera e la guerra civile, per cui nel presente e nel futuro la Rivoluzione dovrà rispondere in modo duttile alle sfide geopolitiche. Le sperimentazioni attuate durante il comunismo di guerra, i sabati comunisti e l’eliminazione pressoché totale del denaro erano da dimenticare, mentre le urgenze non permettevano accelerazioni, ma arretramenti tattici e strategici:

“Per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda (come da noi, e non v’è nessuna ragione di nasconderlo, accade molto spesso), affinché la scienza diventi realmente carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, affinché essa diventi in modo completo e reale parte integrante della nostra vita. In una parola, dobbiamo avanzare non le esigenze che avanza la borghesia dell’Europa occidentale, ma quelle che sono degne di un paese che si è posto il compito di divenire un paese socialista” [2].

Selezione e classe dirigente

Il commissario del popolo doveva sentire come proprio il dovere del controllo attento e scrupoloso, poiché egli era al servizio del popolo e del comunismo, in quanto dai controlli sarebbe dipeso il benessere del popolo sovietico. Ogni commissario non avrrebbe dovuto farsi prendere dalla fretta. Errori e ignoranza sarebbero stati il risultato della fretta; il popolo e il comunismo rischiavano di essere minacciati dalla velocità irresponsabile dei Commissari, non semplici burocrati, dall’agire dei quali sarebbe dipesa la qualità della produzione.

La formazione politica e la cultura scientifica sarebbero divenuti i capisaldi con cui neutralizzare i pericoli di corrosione interna causati dalla “fretta” e imparare avrebbe comportato l’accertamento con scrupolo etico dei risultati e delle “mancanze” del sistema produttivo:

“Per essere all’altezza del compito che le è affidato, l’Ispezione deve attenersi alla regola: misurare sette volte prima di tagliare” [3].

La qualità del comunismo dipendeva dalla selezione della classe dirigente. Nelle parole di Lenin vi è l’inquietudine che derivava dalla consapevolezza dell’inadeguatezza della classe dirigente. Il compito di edificare il comunismo era immenso e terribile; il contesto storico era tra i più complessi e pericolosi immaginabili. In una tale cornice solo una classe dirigente esperta, competente e motivata avrebbe potuto condurre l’Unione Sovietica fuori dalle acque tempestose dell’assedio:

“Parallelamente bisognerà nominare una commissione che proceda alla scelta dei candidati a membri della Commissione centrale di controllo. Spero che per queste mansioni troveremo un numero più che sufficiente di candidati, sia fra gli impiegati esperti di tutte le amministrazioni che fra gli studenti delle nostre scuole sovietiche. Non credo sarebbe giusto escludere a priori l’una o l’altra categoria. Probabilmente dovremo dare la preferenza a una composizione eterogenea per questo organismo, che deve assommare in sé molte qualità e requisiti diversi, sicché la compilazione dell’elenco dei candidati richiederà un lavoro molto serio. Per esempio, non sarebbe soprattutto desiderabile che il nuovo Commissariato del popolo fosse composto di gente di un solo tipo, di funzionari, diciamo, o ne fossero esclusi uomini con qualità di agitatori, o altri il cui tratto caratteristico è la socievolezza o la capacità di penetrare in ambienti che funzionari di questo tipo abitualmente non frequentano, ecc.” [4].

La Russia comunista era stata capace di audacia teorica che spesso era stata applicata in modo improprio. Contadini e operai non erano nelle condizioni culturali e politiche per sostenere il processo che dal socialismo conduceva al comunismo, a tale limite si aggiungeva la contraddizione tra burocrazia e audacia rivoluzionaria. All’interno della macchina rivoluzionaria contraddizioni e freni operativi erano gli ostacoli entro cui la Rivoluzione “inciampava”.

Tali problematiche non potevano che rafforzare il fronte controrivoluzionario. Lo sforzo era stato immenso, ma Lenin constatava che la Rivoluzione era ad un bivio e la vittoria sul fronte capitalistico non era garantito. La solitudine di Lenin era nella consapevolezza cruda e realistica che la Rivoluzione poteva essere vinta dall’assedio e che solo una classe dirigente diffusa e politicamente preparata poteva oltrepassare le difficoltà e le tensioni che lo lo Stato sovietico subiva:

“E ciò è comprensibile, perché i più audaci passi in avanti sono stati fatti su un terreno che da lungo tempo era riservato alla teoria, su un terreno che era stato coltivato principalmente e persino quasi esclusivamente in modo teorico. Il russo si sfogava in casa contro l’odiosa condizione di impiegatuccio, si sfogava con elucubrazioni teoriche estremamente ardite, e queste elucubrazioni teoriche estremamente ardite acquistavano quindi un carattere eccezionalmente unilaterale. Nel nostro paese vivevano l’una accanto all’altra, in buona armonia, l’audacia teorica nelle costruzioni generali e una sorprendente timidezza per la più insignificante delle riforme burocratiche. Una grandiosa rivoluzione agraria mondiale è stata elaborata con un’audacia sconosciuta in altri Stati, e in pari tempo mancava la fantasia per una riforma burocratica di infimo ordine; mancava la fantasia o la pazienza per applicare a questa riforma le tesi generali che davano risultati così "brillanti" quando erano applicate a questioni di carattere generale” [5].

Assedio e guerra

La guerra imperialista aveva destabilizzato il debole sistema produttivo russo. Il capitalismo sviluppava le sue industrie, e la sua macchina da guerra, con l’acciaio a ritmi incontenibili, per cui la minaccia era nella contraddizione tra il sistema produttivo occidentale e l’embrionale sistema industriale sovietico. L’Unione Sovietica aveva respinto la Guerra civile finanziata dalle nazioni capitalistiche, ma la sua vittoria era stata pagata col dissanguamento delle sue risorse e delle potenzialità di sviluppo. L’assedio e la guerra erano state utilizzate dai capitalisti per indurre l’Unione Sovietica a dilapidare energie e produzione. Il risultato finale vedeva l’Unione Sovietica vittoriosa, ma isolata e tormentata dalla bassa produzione. Allora come oggi assediare e costringere ad una lunga guerra è l’arma per erodere lentamente le potenzialità del nemico:

“Il tratto generale della nostra vita odierna è il seguente: noi abbiamo distrutto l’industria capitalistica, ci siamo sforzati di distruggere dalle fondamenta gli istituti medioevali, la grande proprietà fondiaria, e al suo posto abbiamo creato la piccola e piccolissima proprietà dei contadini, che seguono il proletariato per la fiducia che hanno riposto nei risultati della sua opera rivoluzionaria. E’ tuttavia difficile reggersi su questa fiducia fino alla vittoria della rivoluzione socialista nei paesi più progrediti, perché la classe dei piccoli e piccolissimi contadini, specialmente durante la Nep, si mantiene per necessità economica a un livello estremamente basso di rendimento del lavoro. Inoltre, la situazione internazionale ha fatto sì che oggi la Russia è stata respinta indietro, e che, in generale, il rendimento del lavoro è ora considerevolmente inferiore a quello dell’anteguerra. Le potenze capitalistiche dell’Europa occidentale, in parte consapevolmente, in parte spontaneamente, hanno fatto tutto il possibile per respingerci indietro, per utilizzare gli elementi di guerra civile in Russia al fine di rovinare il più possibile il nostro paese. Appunto una soluzione simile della guerra imperialistica si presentava, naturalmente, come cosa che offriva considerevoli vantaggi: se non rovesceremo il regime rivoluzionario in Russia ne renderemo in ogni caso difficile lo sviluppo verso il socialismo. Cosi pressappoco ragionavano quelle potenze, e, secondo il loro modo di vedere, non potevano ragionare diversamente. Il risultato che hanno ottenuto è che il compito che si erano prefisso è stato risolto a metà. Non rovesciarono il nuovo regime creato dalla rivoluzione, ma non gli permisero di fare subito un passo in avanti tale da giustificare le previsioni dei socialisti e da permettergli di sviluppare con grandissima rapidità le forze produttive, di sviluppare tutte quelle possibilità, che messe assieme, avrebbero dato il socialismo, di dimostrare a tutti in modo evidente, lampante, che il socialismo racchiude in sé forze gigantesche e che l’umanità è ora passata in una nuova fase di sviluppo, che racchiude in sé possibilità magnifiche” [6].

Non solo elettrificazione, guardare ad Oriente

Per L’Unione Sovietica vi era la possibilità di volgersi ad Oriente. I capitalisti con la complicità di sindacati e partiti avevano economicizzato il conflitto, per cui la sinistra occidentale non era l’alleata con cui costruire l’alternativa e da essa non sarebbe giunto nessun sostegno rilevante. Le sinistre occidentali si accalcavano verso i compromesso con il capitale. La partita si giocava ad Oriente: Cina e India erano, e sono, un potenziale prodigioso per risorse e per popolazione. La decolonizzazione che già si profilava non poteva che rafforzare la lotta e la coscienza comunista in Oriente. Per l’Unione Sovietica la porta d’Oriente era l’ancora di salvezza, poiché con l’Oriente si poteva costruire non solo un’alleanza su principi comunisti comuni, ma anche sviluppare potenzialità produttive che avrebbero potuto condurre verso la rottura dell’isolamento. L’alleanza era potenzialmente possibile e ciò non avrebbe potuto, in futuro, che rafforzare il comunismo sovietico, la sua espansione difensiva e liberatrice degli oppressi:

“Nello stesso tempo, una serie di paesi, Oriente, India, Cina, ecc., a causa appunto dell’ultima guerra imperialistica, sono stati definitivamente gettati fuori dai loro binari. Il loro sviluppo si è adeguato definitivamente allo sviluppo del capitalismo europeo. È incominciato in essi un fermento simile a quello che si ha in Europa. È ormai chiaro per il mondo intero che essi sono stati trascinati su una vita di sviluppo che non può non portare a una crisi del capitalismo mondiale nel suo insieme. Dalla nostra parte c’è il vantaggio che tutto il mondo sta già passando a un movimento da cui dovrà nascere la rivoluzione socialista mondiale. Ma vi è anche lo svantaggio che gli imperialisti sono riusciti a scindere tutto il mondo in due campi, e che inoltre questa scissione si complica per il fatto che la Germania, paese capitalistico effettivamente sviluppato e colto, incontra estreme difficoltà per rimettersi in piedi. Tutte le potenze capitalistiche del cosiddetto Occidente la beccano e non le permettono di rialzarsi. E d’altra parte tutto l’Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori sfruttati e ridotti all’estremo limite della sopportazione, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell’Europa occidentale” [7].

I popoli d’Oriente avevano iniziato la lotta per la liberazione e in un futuro neanche troppo lontano, L’Unione Sovietica, la Cina, l’India ecc. sarebbero diventate alleate e avrebbero potuto ribaltare gli equilibri geopolitici per diventare gli assedianti che avrebbero premuto sui confini occidentali. Unione Sovietica e grandi stati orientali sarebbero potuti diventare le potenze socialiste che avrebbero condotto alla realizzazione del comunismo ed emancipare i popoli oppressi dalle oligarchie. Il numero della popolazione e le risorse materiali rendevano l’Oriente un’area geopolitica che avrebbe potuto ribaltare la storia. Il colonialismo sarebbe stato rovesciato solo se l’Oriente, compatto nella progettualità, avesse condotto una lunga lotta espansiva, non per colonizzare, ma per liberare:

“L’esito della lotta dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina, ecc. costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione. Ed è appunto questa maggioranza che negli ultimi anni, con una rapidità mai vista, è entrata in lotta per la propria liberazione, sicché in questo senso non può sorgere ombra di dubbio sul risultato finale della lotta mondiale. In questo senso la vittoria definitiva del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata” [8].

Cultura, elettrificazione e alleanze erano la speranza dell’Unione Sovietica e dei popoli. Per l’Unione Sovietica del tempo la priorità era l’economia e la produzione, ma il futuro non si fondava solo sul presente, poiché ra necessario costruire prospettive. L’Oriente era il futuro dell’Unione Sovietica. L’obiettivo primo è stato superare la carestia; essa è stata il risultato della guerra di conquista dell’Occidente, il cui obiettivo non era la restaurazione del vecchio regime, ma il saccheggio delle risorse nazionali. Il colonialismo era il paradigma capitalistico che i sovietici avrebbero vinto e avrebbero pagato con la carestia:

“Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell’elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.” [9].

L’Unione Sovietica è caduta, ma l’analisi di Lenin ci offre ipotesi geopolitiche che sembrano valide nel presente per il futuro della Russia e per l’incipit di una nuova storia del pensiero politico. In Lenin duttilità e progettualità si fondevano in un rigoroso realismo che aveva nella lotta la sua “quotidiana sostanza”. Il tempo attuale ancora una volta pone prospettive storiche che guardano ad Oriente. Cento anni dalla morte di Lenin, tutto sembra essere cambiato, l’Oriente ha iniziato a compattarsi e a diventare l’antagonista dell’Occidente che ha perso, ma non ne è consapevole, il primato. La speranza è un pianeta senza “primati”, in cui all’omologazione soffocante del totalitarismo liberista possano succedere la “speranza e la prassi” dell’antagonismo dialettico senza il quale non vi è che l’inarrestabile declino dell’umanità.

[1] Vladimir Lenin, Meglio meno, ma meglio, 1923, Archivio Lenin.

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Ibidem


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