L’infinita odissea
Odissea, The Odyssey / regia Christopher Nolan. - 2026, durata 172 minuti. - Interpreti: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie.
Rischio? Sì rischio.
Mettersi a disquisire sull’Odissea (Il poema) è pretenzioso, lo so. Però la visione di questo film mi ha stuzzicato, mi ha intrigato. Dopo quasi tre ore, in sala è esploso un fragoroso applauso. Non sta a me celebrare la grandezza di Christopher Nolan. Anch’io sono stato colpito dalla lettura che il regista ha dato del poema omerico. I miei ricordi risalgono all’epoca scolastica e in particolare alla seconda media, quando l’analisi del poema omerico fece sì che, per lungo tempo, odiassi sia l’Iliade sia l’Odissea. Confesso la mia ignoranza: non ho mai riletto quelle pagine e solo ora, dopo più di cinquant’anni, sono stimolato a rivedere le mie idee.
Confesso per capire qualcosa di più del periodo nel quale si svolgono le vicende di Odisseo mi sono affidato ad una trasmissione Rai (Cronache eroiche). Conoscevo già Cristoforo Gorno e le sue narrazioni storiche risultano sempre molto appassionanti. Mi sono convinto che le vicende di Ulisse siano lo spartiacque del passaggio dall’età del bronzo a quella del ferro. È un cambiamento d’epoca e scusate se farò collegamenti con l’attualità ma mentre la pellicola veniva proiettata mi sono convinto che il regista volesse comunicare, nemmeno tanto velatamente, una critica agli Stati Uniti di oggi.
Il film Odissea non è il capolavoro strepitoso a cui Nolan ci ha abituati ma sicuramente è un colossal appassionante che non pontifica stupidamente il potere americano a capo della più vecchia democrazia moderna. Tempo fa mi era capitato di vedere Itaca, il film nostrano, con una mega produzione europea, che mi aveva profondamente deluso e che avevo trovato noioso, inutile e troppo nostalgico. Qui siamo di fronte a un prodotto completamente differente che, forse con la spocchia tipica degli americani, costruisce una lettura del mito, non dico originale ma quanto meno affascinante e coinvolgente.

- Odissea di Christopher Nolan
La figura centrale del film, non del protagonista che, ovviamente, è Ulisse, quanto piuttosto di colui che è raffigurato nel manifesto, almeno di quello italiano: Agamennone. Sul retro, l’elmo mostra una propaggine altera, fiera e affascinante che, per gli appassionati di fantascienza, possiede qualcosa di familiare con alcuni mostri come Alien (1979), Predator (1987) e Prometheus (2012). Il suo elmo ricorda anche Dart Fener, se non altro per il colore.
Agamennone è colui che guida gli Achei alla distruzione di Troia, grazie allo stratagemma di Ulisse, e che campeggia gigante quando le porte di Ilio vengono spalancate al saccheggio. Ma il volto di Agamennone non si vede mai e non si ode la sua voce se non quando Ulisse lo incontra nell’Ade e lo chiama mio Signore, oggi l’avrebbe chiamato mister President. È l’eroe che quando torna in patria viene trucidato dalla propria moglie Clitennestra: non trova pietà per aver ucciso la figlia Ifigenia e per le efferatezze commesse in terra straniera.
Le vicende di Ulisse invece sono descritte quasi tutte con dovizia di particolari che spesso sono scontati ma a volte originali come Polifemo, pupazzo alieno, e Circe non affascinante quanto piuttosto volgare e intrigante. Perfino Scilla e Cariddi sono descritti: l’enorme gorgo e il mostro antropofago da cui difficilmente si riesce a sfuggire. Magari i fautori del ponte sullo stretto dovrebbero ripensare a questo mito e smetterla di presentarsi agli italiani come danarofagi (usando un neologismo). Intesi come mangiatori di soldi (i necrofagi sono coloro che si nutrono di carogne e quindi delle nostre carogne private del denaro).
Quando una civiltà declina e collassa lascia un panorama di desolazione sia per chi vive la decadenza sia per le generazioni a venire. Alcuni esempi tratti dall’horror, dalla fantascienza e/o dal fantasy sono abbastanza scontati: dall’ingenuo e troppo spesso dimenticato Il Pianeta Proibito (1956) alla celeberrima serie Il trono di spade (Game Of Thrones, 2011-2019). In particolare il nono episodio della terza stagione nel quale si svolge la famosa scena delle nozze rosse.
Ma c’è un’altra lettura, forse ancora più interessante, che possiamo provare ad analizzare: nel poema omerico, Ulisse si finge straniero e mendicante a Troia per riuscire ad entrare nelle mura della città e capire come fare a penetrarle. Nel film di Nolan si finge mendicante e straniero per ordire la sua vendetta nei confronti dei Proci, i pretendenti al suo trono. Straniero e mendicante che si insinua a carpire i segreti della società, si integra per cogliere le debolezze della vita dei suoi ospiti. Non ha caso il regista non ha inserito nella trama i Feaci con Nausicaa, figura femminile che è estremamente accogliente verso gli stranieri che giungono nella sua terra. Sarebbe forse stato troppo per l’attuale amministrazione che avrebbe compiuto esternazioni eclatanti per sottolineare la propria ritrosia ad accogliere i migranti che risultano sempre brutti sporchi e cattivi.
Che il cosiddetto fenomeno delle migrazioni sia connaturato all’homo sapiens e sia quindi un fenomeno strutturale e legato allo stabilirsi in un determinato territorio, generando strutture di potere e di coercizione verso gli indigeni è un’analisi che, anche se datata, mantiene una validità a mio avviso incontrastabile. Il biologo, fisiologo, ornitologo, antropologo e geografo statunitense Jared Diamond, lo aveva affermato già quasi trent’anni fa nel suo capolavoro Armi, acciaio e malattie.
Anche Nolan sembra abbracciare queste tesi e, non a caso, il finale accoglie la leggenda del continuo peregrinare di Ulisse verso l’ignoto e il mai esplorato prima. Si sa che il viaggio è fonte di conoscenza, soprattutto quando non è dettato dalla follia o dalla disperazione. E qui si sceglie di far affiancare il nostro eroe addirittura da Penelope e Telemaco, quasi a voler affermare che, anche la fuga dalla realtà, da quel cambiamento d’epoca che tanto spaventa, può contenere elementi di ricerca, di sperimentazione, di sapienza e di speranza per il futuro.
L’imponente cast fa da elegante sfondo al film e lo integra di potenza interpretativa, quasi che quegli attori abbiano sempre interpretato figure simili durante la loro carriera. Una menzione speciale la riserverò al cane di Ulisse, Argo, che all’ultimo momento, sul letto di letame nel quale è stato relegato, esprime un solo timido guaito. Anche oggi i pretendenti al trono, al potere, sono tanti ma, messi alle strette, prima o poi, soccomberanno.
Infine non ci si può esimere dal ricordare i versi del sommo poeta proprio annunciati dalla bocca di Odisseo che, anche se è stato condannato alle pene dell’inferno, infondono all’umanità una spinta di orgoglio verso l’unicità dell’uomo. Oggi troppo spesso, il genere umano sembra cadere inesorabilmente verso l’abisso. L’orrore e la brutalità ci chiamano sempre più a comprendere che il nostro destino deve compiere una svolta, una rapida inversione di marcia, pena l’estinzione.
“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”.
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