L’impero della mente
Senza memoria non c’è passato e non c’è futuro, c’è solo la lingua dei padroni che manipola le coscienze.
Winston Churchill il 6 settembre 1943, in occasione del ricevimento della laurea honoris causa presso la Harvard University dichiarò che il futuro si delineava in termini di “imperi della mente”. Per poter dominare un popolo è molto più utile l’imposizione della lingua che l’occupazione militare.
La “spada” provoca azioni e reazioni e può favorire la rinascita dell’identità nazionale, pertanto dev’essere usata con razionale parsimonia. La diffusione della lingua del “padrone” comporta la veloce dimenticanza della propria identità. Ci si confonde e fonde con i dominatori, non li si percepisce come tali, ma come “fratelli”.
La strategia pedagogica di dominio ha seguito la linea di Winston Churchill, in media un giovane italiano o europeo, non si identifica con la comunità patria, non si sente radicato all’interno della comunità, ma si percepisce come parte dell’anglosfera. La sua cittadinanza è astratta e, quindi, si sente parte della globalizzazione e, dunque, è nei fatti “cittadino-suddito della cultura anglofona”. La lingua italiana, anche nei licei classici, è misconosciuta nel suo valore culturale, politico ed etico e anche i dialetti, lingue che conservano i suoni della saggezza popolare depositata in parole antiche sono sconosciuti e rigettati in nome di un progressismo senza consapevolezza.
L’inglese base, giacché di questo parliamo, è il mezzo con cui l’atlantismo radica capillarmente il suo dominio. Si tratta di un impero della mente, in cui il grande inganno opera strisciando silenziosamente come un serpente, ci si sente liberi grazie all’inglese che consente facili spostamenti spaziali, ma imprigiona in gabbie mentali. La corsa per le certificazioni della lingua inglese, sommo affare, è sostenuta dalle istituzioni. Senza inglese nulla è possibile, pertanto l’italiano è ormai lingua secondaria. Il senso di frustrazione dei docenti di italiano non è mai indagato, perché rivelerebbe “la verità” sulla condizione reale della nazione.
Nel marketing universitario delle facoltà ci sono interi corsi in lingua inglese, insomma non è solo il censo di famiglia a decretare l’inclusione nel sistema, ma ad esso si aggiunge la lingua inglese. Non certo l’inglese letterario, ma l’inglese da usare nella vita ordinaria e, per i privilegiati del censo, nella vita professionale, è passaporto di integrazione. L’inglese sradica, favorisce la migrazione, aliena dall’amore patrio e induce a guardare con superbia le comunità tradizionali e ciò che ne resta. Ciò che giunge dagli USA e dall’Inghilterra è sempre meglio, per cui si deve radere al suolo la tradizione culturale.
Si tratta di una rivoluzione copernicana senza eguali, il potere domina senza affondare la “spada”, ma si limita a sostituire la cultura nazionale con l’imitazione della cultura anglofona curvata su empirismo, immediatezza e pensiero concreto incapace dunque di ipotesi astratte.
Il pensiero unico avanza sulla punta della “spada della lingua inglese”. Il mercato gongola, in quanto la lingua inglese è il guinzaglio con cui un intero popolo dimentico di sé, accetta il liberismo di stampo anglofono. Ci si china sul padrone che offre una identità astratta, di superficie e senza obblighi politici ed etici. Per poter riappropriarci della sovranità nazionale è indispensabile riconquistare lingua nazionale e dialetti con i quali è possibile ricostruire un percorso di consapevolezza storica delle dinamiche di dominio.
L’inglesizzazione della nazione è parallela alla sua turistificazione violentissima, si deportano dai centri storici gli abitanti per trasformare centri secolari in alberghi diffusi, e alla vendita di asset fondamentali per la sovranità della nazione. La TIM, è solo un esempio, nel 2024 è stata venduta al fondo di investimento statunitense KKR. La somma di tali strategie, insieme all’occupazione NATO, ha condotto alla trasformazione dell’Italia in una “semicolonia”, formalmente indipendente, ma nei fatti occupata economicamente, culturalmente e militarmente.
Pensare ad una alternativa politica significa confrontarsi con tale tragica realtà. Difendere la lingua e i dialetti, e dunque usarli, è il primo passo per riconquistare lo spirito nazionale e sottrarre la patria ai processi di colonizzazione in atto dalla fine della Seconda Guerra mondiale.
Giornalisti e accademici non solo tacciono, ma sono il veicolo più veloce con cui la lingua nazionale è offesa e umiliata e con cui si addestrano le nuove generazioni a praticare la lingua inglese per essere moderni, in tal modo la nazione muore e si depopola, in quanto in uno stato dall’identità di cartone vivono cittadini senza progettualità che non hanno nulla da trasmettere ai figli che verranno.
Questa è la condizione di una nazione colonizzata, che similmente agli stati africani, nei quali le classi dirigenti hanno barattato i loro privilegi politici ed economici con la sottomissione culturale ed economica, declina e rischia di scomparire nell’anonimato.
Il Regno Unito è il più grande produttore europeo di film e programmi televisivi, il ricavato è di 1,4 miliardi di sterline grazie alla vendita di diritti internazionali. La lingua è anche immagine e trasmissione di modelli sociali, attraverso di essa si cambia l’identità di un popolo e lo si rende “liberamente servo”. La produzione in serie di individui rigorosamente eguali avviene in modo impercettibile attraverso la lingua del padrone.
Le lingue nazionali sono state il mezzo con cui un popolo ha difeso identità, confini e autonomia e, questo non possiamo dimenticarlo. Lotta di classe è anche difesa della lingua nazionale contro la grammatica anglofona dei padroni. Un popolo senza lingua non ha anima, è solo un vuoto contenitore di merci. Un popolo senza lingua non ha memoria delle sue lotte e, quindi, facilmente si adatta alle logiche padronali. La lingua nazionale è “il deposito politico” in cui si sono stratificate esperienze politiche comunitarie. Senza memoria non c’è passato e non c’è futuro, c’è solo la lingua dei padroni che manipola le coscienze e, anche da questa consapevolezza, può ricominciare la lotta di classe.
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