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L’impatto dei rifiuti e della crisi ambientale nel genocidio di Gaza

Oltre il limite dell’ecocidio.

di Laura Tussi - venerdì 4 settembre 2026 - 685 letture

La devastazione della Striscia di Gaza non si misura soltanto nel numero delle vittime, nella distruzione delle abitazioni e nel collasso delle infrastrutture civili. La guerra ha prodotto anche una crisi ecologica di proporzioni enormi: macerie, rifiuti, acque reflue non trattate, contaminazione del suolo e delle falde, distruzione degli impianti di depurazione e dei sistemi di gestione dei rifiuti compongono un’emergenza ambientale destinata a protrarsi ben oltre la fine delle operazioni militari. In un territorio densamente popolato e caratterizzato da risorse naturali già fortemente compromesse, la devastazione dell’ambiente diventa così anche una questione di salute pubblica, di sopravvivenza e di giustizia intergenerazionale.

La crisi ecologica e umanitaria generata dalla guerra nella Striscia di Gaza non può dunque essere considerata un fenomeno isolato né circoscritto ai confini territoriali palestinesi. La distruzione sistematica o il grave danneggiamento di infrastrutture civili, igienico-sanitarie ed energetiche ha innescato dinamiche di contaminazione ambientale i cui effetti possono oltrepassare le frontiere politiche, coinvolgendo anche i territori limitrofi e, più in generale, l’ecosistema del Mediterraneo orientale.

La vulnerabilità dei sistemi ecologici condivisi

La vicinanza geografica e la condivisione di sistemi naturali fondamentali, dalle acque sotterranee all’atmosfera fino all’ambiente marino costiero, determinano una forte interdipendenza ecologica tra Gaza e Israele. Gli ecosistemi non conoscono le frontiere tracciate dagli Stati: quando un sistema di depurazione viene distrutto, quando una discarica collassa o quando una falda viene contaminata, gli effetti possono propagarsi ben oltre il luogo nel quale il danno ha avuto origine.

Uno degli aspetti più drammatici riguarda il collasso delle infrastrutture idriche e fognarie. La compromissione degli impianti di trattamento delle acque reflue e delle reti di distribuzione ha favorito il riversamento nell’ambiente di grandi quantità di liquami non trattati, con conseguenze sulla qualità delle acque superficiali e marine e con un aumento dei rischi sanitari.

La contaminazione microbiologica delle acque rappresenta un pericolo particolarmente grave in un contesto nel quale la popolazione vive già in condizioni di estrema vulnerabilità. Batteri, virus e altri agenti patogeni possono diffondersi attraverso l’acqua, il suolo e gli alimenti, mentre la distruzione delle strutture sanitarie riduce drasticamente la capacità di prevenire e contenere le malattie.

Anche il Mediterraneo orientale diventa quindi parte di questa crisi. Le correnti marine possono trasportare contaminanti lungo la fascia costiera e rendere la qualità delle acque una questione che non riguarda esclusivamente il territorio palestinese. La sicurezza idrica e sanitaria di una popolazione è inevitabilmente legata alla sicurezza ambientale delle popolazioni che vivono nello stesso bacino ecologico.

Detriti, materiali pericolosi e residui bellici

La distruzione urbana ha prodotto una quantità enorme di macerie. Si tratta di un problema che non può essere affrontato semplicemente come una questione logistica, perché all’interno dei detriti possono essere presenti materiali differenti e potenzialmente pericolosi: cemento, vetro, metalli, plastiche, componenti elettronici, sostanze chimiche, residui di carburanti e altri materiali provenienti dagli edifici e dalle infrastrutture distrutte.

A questi elementi si aggiungono le polveri generate dai crolli e dalle demolizioni. La loro dispersione nell’aria costituisce un rischio per la salute, soprattutto per le persone che vivono o lavorano nelle aree maggiormente colpite. In presenza di edifici costruiti in epoche nelle quali l’amianto era largamente utilizzato, anche la sua eventuale presenza nelle macerie richiede procedure specifiche di individuazione, raccolta e smaltimento.

Il problema riguarda inoltre i residui direttamente o indirettamente connessi alle attività militari. La presenza di metalli, sostanze chimiche e residui di esplosivi nelle aree bombardate rende necessario un lavoro di caratterizzazione scientifica dei materiali prima di procedere alla loro rimozione e al loro eventuale trasferimento.

Le macerie, dunque, non sono soltanto ciò che rimane degli edifici distrutti. Sono una sorta di archivio materiale della guerra, nel quale sono incorporati i rischi ambientali prodotti dalla distruzione. Spostarle senza adeguate verifiche significa rischiare di trasferire la contaminazione da un luogo all’altro.

Particolarmente delicata è la questione delle falde acquifere. La risorsa idrica sotterranea di Gaza era già sottoposta a una pressione molto forte prima dell’attuale devastazione. L’inquinamento da acque reflue, l’intrusione salina e la possibile presenza di contaminanti derivanti dalla distruzione delle infrastrutture possono aggravare ulteriormente una situazione già critica.

L’acqua diventa così il punto nel quale crisi ambientale, crisi umanitaria e crisi sanitaria si incontrano. Senza acqua sicura non esistono condizioni minime di salute; senza sistemi di depurazione funzionanti aumenta la contaminazione; senza un ambiente sano diventa più difficile garantire la sopravvivenza della popolazione.

L’ecocidio come questione di responsabilità

Parlare di ecocidio nel contesto di Gaza significa interrogarsi anche sul rapporto tra distruzione ambientale e distruzione delle condizioni materiali della vita. L’ambiente non è uno scenario neutro nel quale si svolge la guerra: è parte integrante delle condizioni che consentono a una popolazione di vivere.

La distruzione delle reti idriche, degli impianti di depurazione, delle strutture per la gestione dei rifiuti, delle infrastrutture energetiche e degli spazi agricoli produce conseguenze che possono durare per anni o persino per generazioni. Il danno ambientale diventa allora una forma di eredità della guerra, destinata a gravare soprattutto sulle persone che continueranno a vivere nei territori devastati.

Per questo motivo, qualsiasi valutazione degli effetti del conflitto non dovrebbe limitarsi ai danni immediatamente visibili. È necessario considerare anche ciò che rimane invisibile: gli inquinanti che penetrano nel terreno, le falde compromesse, le sostanze disperse nell’aria, i rischi microbiologici, la perdita di biodiversità e la trasformazione degli ecosistemi.

La devastazione ambientale pone inoltre una questione di responsabilità. La protezione dell’ambiente durante i conflitti armati non può essere considerata un tema secondario rispetto alla dimensione militare. La distruzione deliberata o indiscriminata di infrastrutture indispensabili alla vita civile può produrre conseguenze ambientali e sanitarie che eccedono ampiamente l’immediatezza dell’azione bellica.

Verso una prospettiva di sicurezza sanitaria comune

Gli ecosistemi regionali non riconoscono le barriere geopolitiche. È questa una delle lezioni più importanti che la crisi di Gaza impone alla comunità internazionale.

L’emergenza sanitaria derivante dal collasso ecologico, dalla proliferazione di agenti patogeni alla contaminazione delle risorse idriche e alimentari, configura una sfida che richiede monitoraggio scientifico, trasparenza dei dati e cooperazione internazionale. Non può esistere una reale sicurezza sanitaria per una parte della regione se l’ambiente dell’altra parte è sottoposto a una contaminazione prolungata.

La gestione dei rifiuti solidi e liquidi, la messa in sicurezza delle macerie, il controllo della qualità dell’acqua e dell’aria, il monitoraggio delle falde e la bonifica dei territori contaminati dovranno diventare elementi centrali di qualsiasi futuro piano di ricostruzione di Gaza.

Ma ricostruire non significa semplicemente ricostruire edifici. Significa restituire alla popolazione condizioni ambientali compatibili con la vita. Significa ripristinare le reti idriche e fognarie, garantire acqua potabile, recuperare i terreni agricoli, proteggere il mare e ricostruire un sistema di gestione dei rifiuti capace di impedire che l’emergenza ambientale diventi permanente.

La prospettiva deve quindi essere quella di una sicurezza condivisa. La contaminazione non si ferma davanti a un confine e neppure una malattia conosce una frontiera politica. L’aria, l’acqua e il mare appartengono a sistemi naturali comuni e la loro protezione dovrebbe diventare uno dei terreni sui quali costruire una diversa idea di convivenza.

Non esiste ricostruzione senza risanamento ecologico

La tragedia di Gaza mostra con particolare evidenza quanto sia fragile la separazione tra crisi umanitaria e crisi ecologica. Quando vengono distrutte le infrastrutture essenziali, quando le acque reflue non possono più essere trattate, quando le macerie si accumulano senza possibilità di essere messe in sicurezza e quando le risorse idriche vengono ulteriormente compromesse,

Una vittima che non può essere conteggiata soltanto attraverso le immagini delle città devastate, perché il danno più profondo può essere quello che si deposita nel suolo, penetra nell’acqua, entra nella catena alimentare e condiziona la vita delle generazioni future.

Superare il limite dell’ecocidio significa, dunque, riconoscere che la tutela dell’ambiente è inseparabile dalla tutela della persona. Non esiste diritto alla salute senza acqua pulita, non esiste sicurezza senza un ambiente vivibile, non esiste ricostruzione senza risanamento ecologico.

Per Gaza, la pace non potrà essere soltanto la cessazione delle armi. Dovrà essere anche la possibilità concreta di tornare a vivere in un territorio nel quale acqua, terra, aria e mare non siano ulteriori eredità della guerra. E sarà proprio dalla capacità della comunità internazionale di affrontare insieme questa devastazione ambientale che si potrà misurare la credibilità di qualsiasi progetto di pace, giustizia e convivenza futura.


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