L’escalation delle guerre è legata alle spese militari
L’orizzonte della convivenza umana di fronte all’imperativo etico della pace totale.
Nel 2025 la spesa militare mondiale ha superato i 3.000 miliardi di dollari, raggiungendo il livello più alto mai registrato, mentre oltre 120 milioni di persone vivono in condizione di sfollamento forzato a causa di guerre, persecuzioni e violenze. Sono due dati che raccontano la stessa realtà: da un lato un’umanità che investe risorse crescenti negli strumenti della distruzione, dall’altro milioni di vite costrette ad abbandonare la propria casa. È dentro questa contraddizione che il pacifismo torna a proporsi non come ideale astratto, ma come progetto politico, giuridico ed etico di sopravvivenza collettiva.
La riflessione contemporanea sull’orizzonte della civiltà umana si trova infatti di fronte a un bivio di straordinaria gravità. La persistenza dei conflitti armati e della logica della forza non minaccia soltanto gli equilibri geopolitici degli Stati, ma mette in discussione la possibilità stessa di una convivenza fondata sul diritto e sulla dignità della persona.
In questo scenario, l’idea della cessazione assoluta della guerra, del disarmo e della tutela integrale della vita umana assume il valore di un manifesto etico prima ancora che politico. L’umanità può dirsi davvero civile soltanto quando rinuncia alla violenza organizzata come strumento di risoluzione delle controversie, subordinando ogni interesse economico, strategico o nazionale al primato della persona.

- Fin del Conflicto, Alessandro Siviglia - 2022
La ricerca egemonia attraverso l’uso della forza
La storia mostra come il cammino umano sia stato costantemente attraversato da una tensione irrisolta: da una parte la costruzione del diritto, delle istituzioni e della cooperazione; dall’altra la ricerca dell’egemonia attraverso la guerra e la sopraffazione. Da Immanuel Kant, con il progetto della Pace perpetua, fino ai grandi pensatori del pacifismo del Novecento, emerge una convinzione condivisa: la guerra non è un accidente della storia, ma la negazione dei diritti fondamentali e della stessa idea di umanità.
Quando la violenza bellica si istituzionalizza, produce infatti un progressivo processo di assuefazione. Le vittime diventano numeri, i civili danni collaterali, la sofferenza un elemento ordinario del dibattito pubblico. È questa desensibilizzazione collettiva il rischio più profondo delle guerre contemporanee, combattute spesso davanti agli occhi del mondo e trasmesse in tempo reale senza che la loro visione generi necessariamente una maggiore responsabilità morale.
La conversione alla pace
Per questo il disarmo totale e la smilitarizzazione non rappresentano un’utopia ingenua, bensì una necessità razionale. Un mondo fondato sulla deterrenza rimane strutturalmente insicuro: ogni aumento degli armamenti alimenta il sospetto reciproco, accelera la competizione tra potenze e rende più probabile l’escalation dei conflitti. La sicurezza costruita sulla minaccia resta sempre una sicurezza precaria.
Affermare che salvare le vite costituisca il primo dovere morale significa ribaltare la tradizionale gerarchia delle priorità politiche. L’etica della cura diventa così il criterio fondamentale della governance globale. Soccorrere, accogliere e assistere chi fugge dalla guerra, dalla fame o dalla devastazione ambientale non è soltanto un gesto umanitario: è il fondamento di una nuova idea di cittadinanza planetaria, nella quale i diritti non dipendono dalla nazionalità o dalla convenienza geopolitica.
Le crisi interconnesse
Le crisi contemporanee — guerre, migrazioni forzate, povertà e collasso ecologico — sono sempre più interconnesse. Per questo anche le risposte non possono essere frammentarie o episodiche. Occorre superare la logica degli Stati chiusi nella sola difesa dei propri confini e costruire un modello di interdipendenza solidale, capace di riconoscere che la sicurezza di ciascuno dipende dalla sicurezza di tutti.
La restituzione piena dei diritti umani richiede inoltre un profondo ripensamento delle istituzioni nazionali e internazionali. I diritti cessano di essere universali quando vengono applicati in modo selettivo o subordinati alla ragion di Stato. La convivenza civile comincia proprio nel riconoscimento dell’inviolabilità dell’integrità fisica, della libertà e della dignità di ogni persona, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, etnica o religiosa.
La smilitarizzazione delle coscienze
La smilitarizzazione delle società deve allora accompagnarsi a una smilitarizzazione delle coscienze: educare alla pace significa formare cittadini capaci di risolvere i conflitti attraverso il dialogo, la mediazione, la giustizia e la cooperazione, anziché attraverso la forza.
In ultima analisi, la felicità umana non coincide con il benessere individuale, ma con la possibilità di sviluppare pienamente le proprie capacità all’interno di una comunità pacifica e solidale. Una civiltà che continua a destinare risorse immense alla produzione di armi e sempre meno alla salute, all’istruzione e alla tutela dell’ambiente rinuncia, di fatto, al proprio futuro.
L’appello alla pace, al disarmo e all’accoglienza universale ci ricorda una verità essenziale: la grandezza di una civiltà non si misura dalla potenza dei suoi eserciti, ma dalla capacità di proteggere la vita, custodire i più fragili e garantire a ogni essere umano il diritto di vivere libero dalla paura della guerra.
Nella foto: Fin del Conflicto, Alessandro Siviglia. - Tecnica mista acrilico e spray su tela, anno 2022
Questo articolo è stato diffuso anche da Faro di Roma.
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