Sei all'interno di >> :.: Culture | Cinema - Visioni |

L’eresia è un’idea impazzita

L’invisibile filo rosso / regia di Alessandro Bencivenga. - Italia, 2025. - Durata 90 minuti. - Interpreti: Lello Arena, Tommaso Bianco, Ornella Muti, Massimo Bonetti, Antonio Catania, Alfredo Cozzolino, Paco De Rosa, Gino Rivieccio, Francesco Villa (Franz).

di Evaristo Lodi - giovedì 26 febbraio 2026 - 532 letture

L’invisibile filo rosso, senza ombra di dubbio, è un recente capolavoro del cinema italiano. Ho avuto la fortuna di poter assistere a una sua proiezione con la presenza del regista. Pensavo che il tema fosse pesante, noioso ma, fin dalle prime immagini, si sprigionano una poesia, una durezza e una commozione che ormai raramente si possono trovare al cinema. Gli attori sono i protagonisti di questa magia. Lo stesso regista ha affermato che si è sentito tale quando, al termine della scena, andavano tutti da lui a chiedergli se era andata bene, se era quello che voleva.

Il film si avvale di due finestre temporali ben precise: il 1909 e il 1953. Nelle didascalie iniziali si avverte che la storia si dipana su documenti inediti e reperiti dopo un’indagine approfondita sul passato dell’ex manicomio di Pergine Val Sugana e su documenti dell’archivio di Stato di Trento. Ma soprattutto del fatto che su questi documenti non si è voluto dare un’interpretazione politica, razziale o, se ricordo bene, religiosa.

Il tema è la follia e l’interpretazione del protagonista, Massimo Bonetti, ci fornisce un’idea della pazzia come eresia dell’uomo, alla ricerca della felicità. E qui le idee, le poesie, le utopie e le speranze di Franco Basaglia o di Ada Merini sono facili da considerare come prede per l’ispirazione del film. Ma indubbiamente c’è molto di più, se non altro, a fianco della precisione storica degli avvenimenti: una tenerezza, un’intensità e una commozione che trascinano e coinvolgono.

Su tutto aleggia minacciosa la figura di un Benito Mussolini socialista, focoso che vuole incendiare la società, il potere e non si ferma di fronte a nulla pur di affermare le proprie idee. Nemmeno la Chiesa è esente da questa sua furia rivoluzionaria e sappiamo cosa significhi questa istituzione per la città del Concilio tridentino. Sfidare il potere della Chiesa all’epoca, e forse ancora oggi, non era da tutti e la scoperta di una montanara che ha il coraggio di denunciare gli abusi di un prete nel 1909 non è cosa da poco. Il futuro duce fa proprio questo: la sua protesta è eretica vuole rovesciare la società e la sua violenza iconoclasta e rivoluzionaria colpisce dove può e ciò che può, prima di comprendere che il potere va conquistato, prima di poter urlare all’Italia le proprie idee eretiche.

Tanto eretiche da far internare nel manicomio la sua amante segreta, prima vera moglie nascosta, negata e ripudiata: Ida Dalser. Interpretata da Ornella Muti, Ida ebbe un figlio da Benito, il suo amato, che non lo riconobbe mai e che lo fece internare in manicomio, come la madre. Morirono entrambi nella loro follia eretica, legata al duce degli italiani. Ornella Muti si mostra per poche immagini bella, giovane, affascinante a chiedere pubblicità per il suo istituto di bellezza milanese. Poi il confino in manicomio, palazzo del conte Crivelli di Pergine Valsugana, dove si mostra invecchiata, brutta, disperata per non poter far conoscere al mondo il suo amore perduto.

JPEG - 263.8 Kb
Locandina di L’invisibile filo rosso

Napoleone/Franz è il classico pazzo che arringa la scarna folla del manicomio ma che lo fa con una determinazione e una protervia tipica dei giorni nostri. Sostiene che sono gli altri ad aver bisogno di lui e che ci fornirà l’ordine e la sicurezza di cui abbiamo bisogno. Fino a scoprire che la libertà gli fa paura, lo terrorizza anche se gli scalda il cuore. L’interpretazione di Francesco Villa è determinante a sottolineare la durezza e, al contrario, la tenerezza che alberga in ognuno di noi.

Poduccio, il personaggio descritto dall’interpretazione di Lello Arena, in un’ambientazione ischitana, insolita quanto romantica e affascinante, ci porta per mano nel mondo impazzito di chi, pur non volendosi arrendere alla barbarie, sceglie di vivere con i normali, cercando di sottolinearne i difetti e provando a smascherarli nella sua innocente voglia di socializzazione. Anche oggi il problema dei rapporti sociali è cruciale e tutti noi, comprese le giovani generazioni, annaspiamo nel mare magnum di internet, spesso senza soluzione di continuità.

«Il vero problema in quest’epoca, è che l’abitudine di farsi degli amici contandoli, moltiplicando il loro numero e di essere assorbiti in questo genere di attività, lascia molto poco tempo per acquisire le competenze sociali necessarie a negoziare i propri rapporti, la propria coabitazione con altri esseri umani, pieni e reali» [1]. La coabitazione con altri esseri umani ci risulta ormai difficile e ancor di più con gli esseri umani diversi. La pazzia diventa quasi un archetipo per esorcizzare la solitudine. «La felicità è, in ultima istanza, una scelta personale» [2].

Giovanni Alesini non vide mai il mare. Il pensiero della libertà, associata ad un orizzonte infinito, ribalta la prospettiva di questo malato che morì in manicomio. Massimo Bonetti riesce ad aprirci le porte della felicità attraverso i suoi vacui ma intensi primi piani, con i suoi significativi sguardi. Con la forza del suo ideale a cui rimane aggrappato anche quando tutto sembra accanirsi per sottrarglielo, attraverso la segregazione. Non sarà Mussolini ma l’ingiustizia protrattasi verso il suo amico più sincero, Cesare Battisti, a farlo precipitare nella sua lucida follia. La poesia della sua fissazione è un’idea impazzita: con il pensiero si possono spostare le montagne, le città per poi arrivare al mare, alla felice libertà.

Nel nostro mondo, nella nostra società, ci rifugiamo nelle nostre idee, nei nostri valori e tendiamo a essere eretici. Quando diventiamo originali, quando non ci lasciamo omologare dai consumi, quando affermiamo i nostri valori e le nostre idee con forza, siamo profondamente eretici. Sotto casa mia c’è un barbone che continua ad affiggere manifesti e a stare all’aperto durante il giorno. Forse per la notte ha una casa, un rifugio. Continua a parlare con frasi articolate, non sconnesse, che vogliono criticare la politica e la società. Non mi sono mai fermato ad ascoltarlo con attenzione ma forse dovrei mostrare più empatia e cercare di capire il significato della sua prolissa protesta.

L’eresia non è altro che un’idea impazzita come la libertà, come il mare, come l’amore. Le nostre scelte dovrebbero tendere a cambiare la prospettiva del consumo a favore di una maggiore attenzione alla persona.

Comunque è sempre Meglio essere felici.

[1] Zygmunt Bauman, Meglio essere felici, 2017, Lit edizioni, basato sulla conferenza svoltasi il 3 giugno 2016, nell’ambito del festival Leggendo Metropolitano di Cagliari.

[2] Ibid.


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -