L’anno che verrà
"L’anno che sta arrivando tra un anno passerà / io mi sto preparando è questa la novità" (Lucio Dalla, "L’anno che verrà", 1978)
Il tempo della “possibile speranza”
Siamo nel tempo ordinario della lotta di classe. Le oligarchie plutocratiche sono in guerra. I conflitti sono armati e assumono forme giuridiche. La giurisprudenza mostra il suo volto ideologico, le leggi e le Costituzioni sono curvate ai desiderata dei più forti. Trasimaco è tra di noi nella sua palese evidenza. I conflitti armato al fine di saccheggiare le risorse dei popoli, il caso Ucraina è solo uno dei tanti, sono sostenuti e coordinati dalle finanziarie che drenano la ricchezza prodotta dai subalterni (proletari, precari, migranti e piccola borghesia) verso gli obiettivi stabiliti dalle oligarchie. I Parlamenti sono solo il passaggio medio di questa operazione conflittuale. Sono la maschera legale dei conflitti. I Parlamenti gestiti dagli addetti alla politica dell’obbedienza rappresentano il punto di disvelamento della verità.
Per i dominatori la storia è solo un lungo conflitto strategico, non ha fine, poiché possono essere sconfitte talune oligarchie, ma i “nuovi arrivati” non possono che perpetuare il medesimo cammino. Il potere per il potere è il loro scopo, pertanto ogni mezzo è lecito per vincere nella lotta tra le oligarchie e contro i popoli. Al momento, malgrado il conflitto tra oligarchia statunitense e orientale con gli europei in condizione di ambiguità perenne, tutte le plutocrazie sono compatte nel ridurre o nel non concedere la partecipazione viva, libera e democratica dei popoli.
Anche il socialismo cinese nella sua peculiarità storica corrisponde a tale dinamica, esso ha dalla sua parte l’assedio a cui è sottoposto da secoli, pertanto l’evoluzione democratica potrebbe indebolirlo e consentire agli occidentali di penetrare nel suo tessuto culturale per destabilizzarlo e vincerlo. Tale progettualità è stata posta in atto in Russia dopo la Caduta del Muro di Berlino. La Russia in Putin ha trovato un baluardo in difesa dell’indipendenza nazionale. Tra gli aggiogati, invece, il sistema oligarchico ha lanciato una serie di campagne di “liberazione e divisione”. Il fronte dei subalterni è diviso dalla lotta tra i generi, gli uomini sono assassini per natura, per cui il fronte delle donne individua nel genere maschile la causa di ogni male. Il sistema scaltramente utilizza il “timore di un ritorno al passato” per rinfocolare il terrore presente con un semplicismo interpretativo dei fatti che riscontra un facile successo. Le categorie marxiane per leggere la violenza non sono utilizzate, pertanto i crimini sono astratti dal sistema.
Le responsabilità individuali sono scisse dal contesto culturale e produttivo. L’inquietudine divide il fronte dei subalterni. Nel contempo è in atto una campagna contro le identità. L’identità è un male, perché essa raccoglie una lunga storia nella quale è conservata la memoria viva con cui orientarsi criticamente nel presente. Popoli e singoli senza identità sono consegnati all’amorfismo impotente e sterile. L’amorfismo è la libertà a misura del capitale, ovvero è il “nulla” e il “niente” è sterile nel corpo e nello spirito.
Le tradizioni sono vilipese o sopravvivono come business da divorare; alla religione è concessa visibilità solo se interviene per limitare con “il pacco per i poveri” gli effetti mostruosi delle politiche sociali, mentre la scuola incute terrore e paura agli studenti con l’orientamento sempre più precoce. Le scelte si misurano sul mercato, pertanto ci si autoesclude dalla vita autentica con le proprie passioni, per essere inclusi e diventare liberi sudditi del mercato. Ciò che il mercato non “valorizza” dev’essere negato liberamente, altrimenti si è esclusi. Le passioni non spendibili sono tacitate con il timore della disoccupazione e con la pubblica irrisione. Le intelligenze teoretiche e metafisiche vivono la loro tragedia.
Ci si adatta fino a scomparire e ad ammalarsi. Spontaneità, passione e coraggio nella scoperta di sé sono sostituiti da scelta adeguate all’idolo mercato da venerare senza che il dubbio faccia capolino. Si va a scuola per imparare la legge sovrana della omologazione.
Dividere e dominare sempre
I pensionati, eternamente giovani, sono i nemici dei giovani, questi ultimi non possono entrare nel tempo etico della stabilità lavorativa, etica ed erotica, poiché ci si avvia ad uscire dal lavoro, sempre più una prigione, a circa settant’anni. I pensionati sono così pronti ad esalare in qualche anno l’ultimo respiro e le casse dello Stato emancipate dagli oneri sociali possono essere utilizzate per le guerre. Su tutto campeggia la scuola luogo dove si disimpara ad essere umani e comunitari per diventare competenti barracuda del mercato. L’eguagliamento dell’ignoranza conserva in salute gli oligarchi e viene venduta dalle scuole ai “genitori anch’essi adolescenti” come “successo formativo” e “benessere a scuola”. I docenti con stipendi al limite della povertà si contendono progetti e simili con i quali il tempo dei contenuti e dei concetti si contrae fino ad essere un tempo disomogeneo impacchettato e organizzato per rendere l’ignoranza una pubblica virtù. Divisi in tutto e diffidenti l’un con l’altro i subalterni non hanno punti di riferimenti, ma possono sospendere il loro quotidiano inferno con i social nei quali si illudono di essere protagonisti imitando i vip e influencer. La tragedia ha volti infiniti e da ognuno di essi, se si ha la pazienza di seguirne il filo di Arianna possiamo ricostruire il quadro di diabolico sfruttamento alienante del nostro tempo. I subalterni sono dominati e divisi, mentre le oligarchie si combattono, ma sono compatte nel raggiungere gli obiettivi e condividono le medesime finalità. Questa è la condizione con cui ci avviamo ad affrontare il nuovo anno. Malgrado le manipolazioni e gli oscuramenti mediatici la verità gradualmente emerge, in quanto le contraddizioni sono sempre più feroci e palesi e penetrano nelle nostre carni dolenti per diventare piaghe psicologiche e carnali.
L’anno che verrà
Per l’anno che verrà dovremo porci l’obiettivo di ascoltare il nostro dolore per riconoscerlo nei tanti che sembrano omologati e muti, ma in realtà sono le vittime di un sistema che umilia e offende la passione, la spontaneità vitale e la razionalità critica con cui dobbiamo ricostruire la civiltà. Non è la comunità ad essere sotto attacco, ma la civiltà nella sua interalità. Siamo dinanzi “al primitivismo di massa”. Le moltitudini dolorose avide di illusioni sciamano dolorose tra bancarelle, merci e viaggi. A tutto questo dobbiamo opporre il “principio di realtà” e la “ricostruzione concettuale del vero”. Ciascuno di noi può essere un punto ottico di resistenza e può contribuire a ricostruire una resistenza reale mediante rappresentanza e testimonianza. A ciascuno secondo i propri talenti.
Il fine a cui dobbiamo tener fede è il superamento della lotta di classe. La grande scoperta di Marx con il materialismo storico e dialettico non è riducibile alla “lotta di classe”, quest’ultima dev’essere superata con il socialismo e con il comunismo. Se per i dominatori il fine della storia è la giungla perpetua, ovvero la lotta senza limite etico e disumanizzante, per i rivoluzionari la storia è campo di lotta per umanizzare le esistenze tutte mediante un lungo processo che conduce verso la fine della lotta di classe per diventare umani, ovvero per porre in essere l’eccellenza della natura storica di ogni essere umano: la solidarietà comunitaria e con essa il congedo dalla “lupa del capitale”. Non è sufficiente eliminare o contrarre eticamente la proprietà dei mezzi di produzione, poiché la rivoluzione è olistica, per cui solo il ringiovanimento della totalità sociale potrà condurci fuori dalle manipolazioni e dagli eccidi del dominio e dei dominatori sempre disponibili a perpetrare la guerra e a caldeggiare “la pace armata” che divide, sanguina e prepara nel suo seno nuove tragedie immani.
Il capitale è una potenza sociale, esso non si identifica meccanicamente con i possessori dei mezzi di produzione, ma è l’invisibile potenza del male proprietario e crematistico che penetra nella società tutta con i suoi linguaggi, con i suoi desideri e con le sue tossine divisorie. La potenza del capitale non alberga in un luogo o nelle istituzioni, ha le sue centrali di comando, ma circola impalpabile e si rende visibile nei suoi effetti. Alla potenza sociale del capitale bisogna opporre la potenza sociale del comunismo comunitario e internazionale conforme alla natura umana sociale e solidale. Il compito è arduo, ma niente è impossibile. Il cominciamento è nel riconquistare il senso dello scandalo: guardiamo nelle nostre famiglie, osserviamo le scuole, analizziamo le istituzioni dove i corpi e le menti sono oggetto di cura: tutto è merce, per cui le parole di Marx sono eterne finché il capitale come potenza sociale continuerà la sua opera di cannibalizzazione e di primitivismo sociale:
“Su che cosa si basa la famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia; ma essa trova il suo complemento nella forzata mancanza di famiglia dei proletari e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di questo suo complemento, e ambedue scompariranno con lo sparire del capitale. Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale all’educazione domestica noi sopprimiamo i legami più intimi. Ma non è anche la vostra educazione determinata dalla società, dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dall’intervento più o meno diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, eccetera? Non sono i comunisti che inventano l’influenza della società sull’educazione; essi ne cambiano soltanto il carattere; essi strappano l’educazione all’influenza della classe dominante. Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti fra i genitori e i figli diventano tanto più nauseanti, quanto più, in conseguenza della grande industria, viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro. Ma voi comunisti volete la comunanza delle donne - ci grida in coro tutta la borghesia. Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di produzione. Egli sente che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell’uso in comune colpirà anche le donne. Egli non si immagina che si tratta appunto di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione” [1].
Lo scandalo etico è contraddizione con il “mondo” e, dunque, con esso si spalanca la storia e ci si emancipa dalla mercificazione degli esseri umani, i quali oggi sono venduti per sezioni (ovuli, spermatozoi ecc.). Ricominciare la lotta è sempre possibile, sta a noi individuale le modalità della prassi in un momento storico in cui i subalterni sono senza rappresentanza politica. Il futuro non è profetizzabile, per cui allontaniamoci dai pessimisti che con la loro ignavia complice e ideologica sono i migliori alleati del sistema. Riconquistiamo la nostra passione e spontaneità, perché solo con esse è possibile “ricominciare a pensare il futuro”. Senza esodo non c’è svolta ma solo la lugubre palude del capitale in cui affondare.
[1] Marx, Engels, Manifesto del Partito Comunista, Capitolo II: Proletari e comunisti.
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