L’angoscia, di Martin Heidegger

di Redazione Antenati - martedì 27 maggio 2003 - 5679 letture

I tentativi di interpretare il fenomeno dell’angoscia nella sua costituzione ontologico-esistenziale e nella sua funzione sono ancora piú rari del fatto esistentivo di una angoscia autentica. Ciò è causato dalla mancanza dell’analitica esistenziale dell’Esserci e, piú ancora, dal disconoscimento del fenomeno della situazione emotiva. Ma la rarità fattuale del fenomeno dell’angoscia non può sottrarre a esso il diritto di assumere una funzione metodica fondamentale in seno all’analitica esistenziale. Al contrario questa rarità sta ad attestare che l’Esserci, che, per lo piú, è celato a se stesso nello stato interpretativo pubblico del Si, in questa situazione emotiva fondamentale ha la possibilità di rivelarsi in modo originario.

Ogni situazione emotiva porta certamente con sé l’apertura dell’essere-nel-mondo in tutti i suoi momenti costitutivi (mondo, in-essere, se-stesso). Tuttavia l’angoscia racchiude la possibilità di un’apertura privilegiata per il fatto che isola. Questo isolamento va a riprendere l’Esserci dalla sua deiezione e gli rivela l’autenticità e l’inautenticità come possibilità del suo essere. Nell’angoscia le possibilità fondamentali dell’Esserci, che è sempre mio, si rivelano in se stesse, senza l’intrusione dell’ente intramondano a cui l’Esserci si aggrappa innanzi tutto e per lo piú.

M. Heidegger, Sein und Zeit, Tübingen, 1927, trad. it. di P. Chiodi, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1976, II, pag. 239


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