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L’Ottocento, il secolo difficile di Palermo

Nostra intervista al Professore Pasquale Hamel su un periodo certamente non facile per il nostro capoluogo
di Emanuele G. - lunedì 15 aprile 2019 - 1038 letture

Quanta differenza fra la Palermo di Federico II° e quella dei Borboni. La Palermo federiciana era senza dubbio una delle capitali della sua epoca. Una città all’avanguardia in Europa. Crocevia e crogiuolo di culture e storie differenti afferenti all’area del Mediterraneo. Invece, la Palermo del Settecento e dell’Ottocento era una città non più in grado di essere luce per sé e gli altri. Era una città burocratica dove un’aristocrazia fuori dal tempo sperperava immensi patrimoni. Altrimenti "voli di rondine". Forse in questa parabola risiede il dramma di una terra passata dai fasti dei Normanni e Svevi ad un presente che definire problematico è rappresentazione annacquata della realtà effettuale.

Sull’Ottocento palermitano - il secolo difficile - abbiamo avuto modo di intervistare il Professore Pasquale Hamel direttore del Museo del Risorgimento. Già docente di storia contemporanea. Autore di numerosi saggi sull’epopea normanna in Sicilia. Già direttore della Fondazione Federico II e della Istituzione Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Già Collaboratore de “La Repubblica” attualmente editorialista del "Giornale di Sicilia".

Come mai Re Ferdinando III decide di cambiare le carte in tavola passando dal Regno di Sicilia al Regno delle Due Sicilie?

"Ferdinando immaginava un regno più coeso, capace di giocare un ruolo nel Mediterraneo ma, anche, voleva con quella decisione punire chi l’aveva umiliato. Era anche una risposta alla soffocante presenza inglese, un atto di autonomia."

Possiamo affermare che prima del 1816 il regno aveva due capitali: Palermo e Napoli?

"I regni erano due e, chiaramente, le capitali non potevano che essere due."

Quali le caratteristiche precipue della Palermo di quegli anni? Non era la città principe della burocrazie e degli avvocati?

"Era una città in cui un’aristocrazia poco illuminata celebrava i suoi ultimi fasti, ma era anche la città dei burocrati, la città dei legulei chi si alimentavano grazie ad un rilevante contenzioso effetto di una forte risssosità locale. La presenza degli uffici amministrativi e di governo, la presenza del Parlamento e delle corti di gistizia, garantiva un certo benessere, lo spostamento della capitale a Napoli significò solo perdita di prestigio ma un vero e proprio danno economico."

Mi pare che i rapporti fra Palermo e Napoli siano stati sempre conflittuali. Ci può spiegare le origini e le motivazioni?

"Per trovare l’origine del conflitto bisogna fare un salto indietro, arrivare alla rivolta del Vespro del 1282 e alla successiva guerra che contrappose gli angioini di Napoli agli aragonesi di Sicilia."

Con l’atto del 1816 la Sicilia che era l’ancella del regno è degradata a semplice provincia. E’ così?

"Non solo un pezzo, anche se importante, di territorio del nuovo Regno ma addirittura un gruppo di province, per la precisione 7, denominate intendenze, che spezzavano l’unità amministrativa dell’isola. Palermo da capitale era ridotta a capoluogo di una delle sette intendenze."

Dopo quella data i rapporti fra l’aristocrazia siciliana e Napoli diventano per lo meno complicati…

"Era stato ferito l’orgoglio di quella classe dirigente che era stata privata della competenza storica di deliberare i tributi."

Tuttavia, sorge un particolare molto importante. E cioè che non tutta la Sicilia era con Palermo. Infatti, le città della Sicilia Orientale erano più realiste del re…

"La più penalizzata dalla riforma era proprio Palermo che si vedeva privata della primazia con una certa soddisfazione dell’antagonista storica Messina ma anche di Catania e di Siracusa. Proprio in queste tre città erano presenti forti componenti democratiche, a Catania c’era, ad esempio Emanuele Rossi. Non è un caso che nel 1820 i rappresentanti di queste tre città inviarono propri rappresentanti al parlamento di Napoli."

Quali gli eventi che hanno maggiormente caratterizzato la storia della nostra isola dal 1816 al 1861...

"La rivoluzione del 1820, che interessa solo Palermo ed Agrigento ma non la Sicilia orientale, la rivoluzione del 1848 con la quale si chiude il ciclo indipendentista per il prevalere, come esito imprescindibile l’idea che la Sicilia non poteva che entrare nella famiglia italiana, l’impresa dei Mille e la conclusione del ciclo separatista."

Che ruolo aveva nella Sicilia di quegli anni la borghesia? Era sulla stessa linea d’onda dell’aristocrazia?

"La borghesia, non aveva raggiunto la propria autonomia di classe. Per un borghese il massimo della scalata sociale era entrare a far parte del ceto dominante. Non pochi borghesi - cito, fra gli altri, i Riso e i Chiramonte Bordonaro - vennero cooptati con tioli e blasoni nella noblesse siciliana. Di tutto questo se ne da una rappresentazione letteraria nel Gattopardo. La figura del don Calogero Sedara descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa è metafora delle aspiurazioni dei borghesi arricchiti."

La Sicilia fra il 1816 e il 1816 era un territorio depresso dal punto di vista economico. Leggenda metropolitana?

"Sicuramente sì, era una terra priva di infrastrutture essenziali, con qualche eccellenza che si collocava in aree ristrette. Le potenzialità che derivavano dalla presenza di risorse naturali, vedi lo zolfo, non furono sfruttate in modo razionale e furono saccheggiate senza aggiungere nulla alla ricchezza della società siciliana."

Quali le piaghe che la Sicilia avrebbe consegnato al futuro Regno d’Italia?

"Potremmo dire la mafia, che dopo l’unità si strutturò in termini organizzativi e che era già presente prima dell’unità anche se in forme ancora arcaiche."

In Sicilia c’era una classe dirigente all’altezza della situazione e capace di imprimere un movimento di rinascita globale?

"Da quanto abbiamo detto, appare evidente che non ci fosse una vera classe dirigente all’altezza delle sfide del tempo."

Possiamo dire che una parte dei problemi che affliggono la nostra povera terra risalgono a quel periodo?

"Il problema era la cultura della gente, quella cultura si è tramandata per arrivare fino ai nostri giorni."

Allora la decadenza di Palermo non è frutto dei Sabaudi…

"Tutt’altro, Palermo era già una capitale decadente."

Pertanto, l’assioma secondo cui si stava meglio con i Borboni è errato…

"Assolutamente errato, non si stava affatto meglio con i Borbone, come non si è stato peggio con i sabaudi. Personalmente esamino le situazioni per quello che sono. Infatti non mi unisco al coro di quanti aprioristicamente demonizzazono i Borbone ma neppure mi schiero con quel revisionismo storico, di bassa cucina - mi riferisco per citare un nome a Camilleri - che in questi anni imperversa e che tende ad addossare le colpe del mancato decollo dell’isola all’essere entrata nella grande famiglia italiana. A questo proposito, è corretto affermarlo, alla Sicilia si aprirono grandi opportunità con l’unità, opportunità che non vennero sfruttate."

- Recensione del libro "Breve Storia della Società Siciliana (1790 – 1990)”:

"Breve Storia della Società Siciliana (1790 – 1990)”

- Photo credits:

La foto di copertina ci è stata fornita dall’intervistato


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