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L’Eritrea tra tortura e crisi economica

E’ previsto per il 15 luglio l’arrivo a Roma di Samuel e Tekle Ghebregherghis, i due maratoneti eritrei partiti da Ginevra il 16 giugno.

di Vincenzo Raimondo Greco - mercoledì 6 luglio 2005 - 4751 letture

E’ previsto per il 15 luglio l’arrivo a Roma di Samuel e Tekle Ghebregherghis, i due maratoneti eritrei partiti da Ginevra il 16 giugno. Chiedono che venga istituita una commissione Internazionale di Ispezione nei luoghi di detenzione in Eritrea, paese dove i diritti umani vengono calpestati.

E’ necessario sbloccare la situazione al più presto -ci dice Dania Avallone - perché per la popolazione è diventata insostenibile. Non si può parlare di democrazia in un paese dove non ci sono state elezioni, non c’ è multipartitismo, non c’ è una Costituzione”. Gli arresti ingiustificati e le persecuzioni verso chiunque esprima, pacificamente, il proprio dissenso politico continuano quotidianamente nell’indifferenza della comunità internazionale.

A chi ha chiesto il perché di tanta ingiustizia il governo eritreo ha risposto semplicemente: “non avete il diritto di chiedere!”. Allora “avendo le mani legate” i due quarantenni eritrei hanno “deciso di usare i piedi e di fare questa marcia per sensibilizzare l’opinione pubblica”. Il dettagliato rapporto di Amnesty International sull’Eritrea è agghiacciante: migliaia di persone sono recluse, anche da diversi anni, in località segrete, impedite perfino alla visita dei parenti. “Le violazioni dei diritti umani in Eritrea continuano su larga scala”, si legge nel dossier di Amnesty.

La tortura è praticata in modo sistematico. Tutti i giovani sono costretti in campi di addestramento militare per essere tenuti sotto controllo. Decine di persone, sospetti oppositori del governo o sostenitori di gruppi di opposizione armata, sono state rinchiuse segretamente e detenute: non sono informati delle accuse sollevate contro di loro, non hanno diritto di difesa, né di rappresentanza legale e non possono fare ricorso a giudici indipendenti per opporsi agli abusi perpetrati contro i loro diritti fondamentali.

La tortura è praticata sistematicamente all’interno dell’esercito sia per gli interrogatori sia come punizione: in particolare per chi ha eluso il servizio di leva obbligatoria, per i disertori, per i soldati accusati di reati militari e per gli appartenenti a religioni minoritarie: “disertori dell’esercito, renitenti alla leva e richiedenti asilo rimpatriati forzatamente sono stati - accusa Amnesty - trattenuti incommunicado (pratica che ha generalmente luogo nelle prime ore di detenzione, n.d.r.) e torturati sotto custodia militare. Picchiati, legati mani e piedi in posizioni dolorose e lasciati sotto il sole per lunghi periodi (un metodo di tortura noto come “elicottero”), oppure appesi con funi al soffitto o a un albero”.

Un mondo lontano, dove il pugno di ferro impedisce qualsiasi libera espressione del pensiero (è rimasto in vigore il bando sulle religioni diverse dalla Chiesa ortodossa eritrea, dalle Chiese cattolica e luterana e dall’Islam) e dove la donna subisce l’onta dell’infibulazione: “diffusamente praticate, nonostante i programmi di educazione promossi dal governo e dalle Nazioni Unite”. Una situazione resa ancora più drammatica dai recenti dati pubblicati dall’Unicef secondo cui solo due paesi su dieci “in cui sussistono emergenze ricorrenti sono sulla via di raggiungere i fondi ritenuti necessari dall’UNICEF, mentre la maggior parte sono a malapena a metà strada”. In Africa, i 5 paesi meno finanziati in situazione di emergenza cronica sono l’Angola (14% dei fondi stimati necessari), la Liberia (18%), il Burundi (19%), la Guinea (20%) e, appunto, l’Eritrea (24%). “Le più gravi situazioni di sottofinanziamento interessano paesi che riemergono o sono ancora nel mezzo di guerre civili. Nessuno di questi paesi figura sulla prima pagina dei notiziari, ma le loro condizioni sono spaventose e richiedono un’urgente attenzione”, dichiara Dan Toole, direttore dell’UNICEF per i programmi di emergenza.

In ognuno di questi paesi sono i bambini e le donne a soffrire per primi e a sopportarne le conseguenze più a lungo”. Cinque anni di siccità diffusa e cattivi raccolti hanno ridotto l’Eritrea in rovina.

Attualmente 2,3 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari, incluse 300.000 donne e bambini. Anche la confinante Etiopia risulta afflitta dalla siccità. Oltre 150.000 bambini sono gravemente malnutriti, e quasi mezzo milione sono affetti da qualche forma di malnutrizione. Ciò nonostante, la raccolta di fondi per l’Etiopia ha a malapena raggiunto il 32% dell’obiettivo fissato per il 2005. “I disastri naturali tendono ad essere meglio finanziati rispetto a paesi colpiti da conflitti interni di lunga durata” ha aggiunto Dan Toole che ha,mestamente, fatto notare come l’Eritrea rappresenti “l’eccezione alla regola”.

Girodivite.it/Oltrenews.it


- Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
> L’Eritrea tra tortura e crisi economica
18 luglio 2005

Prima di scrivere un articolo penso che un giornalista abbia il compito di informarsi bene dei fatti e da ciò che scrive denoto che lei non lo ha fatto. I due maratoneti NON SONO DEI CITTADINI ERITREI ma dei cittadini Etiopici che stanno facendo una politica sporchissima per denigrare il popolo ed il governo Eritreo. Scusi se ho usato un tono forte ma non sopporto le mensogne. fthawit@hotmail.com
    Quando parlare non costa nulla
    18 luglio 2005

    Samuele e di Tekle sono cittadini eritrei che vivono in Germania. La marcia è sostenuta anche da Amnesty International e da Human Rights Watch. Sarebbe il caso di leggere, prima di emettere giudizi approssimativi, i documenti delle varie associazioni umanitarie sulle condizioni di vita del popolo eritreo. Sinceramente Vincenzo Greco