L’America di Trump davanti allo specchio
Del grottesco che corrompe la politica. In politica, soprattutto nell’ecosistema digitale costruito da Trump, non esistono contenuti accidentali: esistono messaggi testati, lanciati, misurati. Anche quando vengono rapidamente cancellati...
C’è un momento, nel linguaggio politico, dove la polemica smette di essere solo polemica per diventare qualcos’altro: deformazione, derisione, brutalismo. È il territorio del grottesco. Donald Trump lo frequenta da anni, con naturalezza inquietante. Ma l’ultimo episodio — la pubblicazione, poi rinnegata, di un video che ritrae Barack e Michelle Obama come scimmie — segna uno scarto qualitativo. Lo si può archiviare come una gaffe digitale?
Non lo è. E non può esserlo. Siamo davanti al riproporre deliberatamente uno dei simboli più violenti del razzismo americano: l’idea che le persone nere siano “meno umane”. L’immagine affonda le radici nella propaganda schiavista dell’Ottocento e sopravvive ancora oggi nei circuiti più tossici del web.
L’apparire sul canale ufficiale di un presidente degli Stati Uniti — anche solo per poche ore — esprime un segnale preciso: spostare nuovamente il confine del dicibile. Il tentativo della Casa Bianca di minimizzare l’accaduto come “un meme” o “errore di un collaboratore” è una giustificazione fragile, quando non offensiva. In politica, soprattutto nell’ecosistema digitale costruito da Trump, non esistono contenuti accidentali: esistono messaggi testati, lanciati, misurati. Anche quando vengono rapidamente cancellati, fanno ciò che devono fare: parlare alla base più radicale, agitare, polarizzare, riattivare un sottotesto razziale che da tempo non si era mai davvero sopito. Non è un caso isolato.
L’attacco visivo agli Obama si inserisce in una lunga sequenza: dall’accusare Barack Obama di non essere nato negli Stati Uniti, alle insinuazioni e caricature riservate a Michelle Obama negli anni successivi. La logica è sempre la stessa: ridurre l’avversario a caricatura, insinuare senza affermare, umiliare senza assumersi la responsabilità delle parole.
Si tratta di un metodo. Ed è un metodo efficace. Perché il grottesco, oggi, ha una forza più potente della menzogna. Immediato, intuitivo, virale. Abbastanza ambiguo da consentire l’alibi del “non volevo offendere” e abbastanza brutale da colpire nel profondo. La forma perfetta della politica che al voler convincere, preferisci il colpire; che senza argomentare, si propone di scatenare.
Il punto riguarda quanto Trump pubblica e ciò che legittima. Il razzismo lo si può trattare come un gioco grafico, come un meme, come un espediente retorico? Il passato — doloroso, documentato, inciso nella memoria di milioni di americani — lo si può mettere tra parentesi e rendere esplicito nel digitale per un like, un applauso. Il problema va oltre gli Stati Uniti.
Viviamo in un’epoca dove la politica europea — Italia compresa — osserva quello che accade oltreoceano come un laboratorio. Le tecniche si imitano. I registri linguistici si importano. Il grottesco diventa strumento di potere anche da noi: si ridicolizza sistematicamente l’avversario, si demonizza l’altro e si usano le immagini per veicolare ostilità.
Sorge una domanda semplice e urgente: cosa succede quando una democrazia accetta di farsi guidare più che dal confronto, dalla caricatura? Cosa resta della dialettica politica se l’avversario diventa un bersaglio e il dibattito un’arena di meme? Il caso del video sugli Obama è più dell’ennesima provocazione: si tratta di uno specchio che nel riflettere l’America riflette anche noi: il nostro rapporto col linguaggio pubblico, con la civiltà del discorso, con i limiti che scegliamo — o rinunciamo — di porci.
Se Trump ha scelto il grottesco come codice politico, sta alla democrazia, ora, decidere se accettare di parlare quella lingua o difendere la propria.
Che video era
Trump ha condiviso su Truth Social un video di circa 60 secondi che conteneva immagini e messaggi legati alle sue accuse infondate di brogli nelle elezioni del 2020.
Verso la fine del video, per pochi secondi, compaiono le immagini di Barack e Michelle Obama sovrapposte ai corpi di scimmie in una giungla, con una colonna sonora che richiama The Lion Sleeps Tonight. È un elemento che richiama un antico e potente stereotipo razzista utilizzato per deumanizzare persone di origine africana o afro-americana.
🚨 Reazioni e polemiche
Il post ha provocato ampia condanna bipartisan, cioè sia da esponenti Democratici che da membri del Partito Repubblicano, compreso il senatore Tim Scott, che lo ha definito “la cosa più razzista che abbia visto provenire dalla Casa Bianca”.
Gruppi per i diritti civili e leader politici hanno sottolineato che la rappresentazione richiama stereotipi storici usati per giustificare discriminazione e violenza nei confronti dei neri negli Stati Uniti.
🧨 Cancellazione e risposta della Casa Bianca
Il video è stato rimosso circa 12 ore dopo la pubblicazione. La Casa Bianca ha inizialmente difeso il post come un “meme di internet” riferendosi a dinamiche comiche e simboliche, ma poi ha detto che era stato condiviso “per errore da un membro dello staff”.
Trump ha dichiarato di non voler chiedere scusa e ha affermato di non aver visto l’intero video prima della pubblicazione, pur ribadendo di condannare eventuali contenuti offensivi.
🟦 Perché è significativo
Questo episodio è importante per varie ragioni:
Storica: l’associare persone di origine africana e scimmie è un luogo comune razzista con un lungo, doloroso passato nell’iconografia e nella propaganda negli Stati Uniti e altrove.
Politica: è raro che un post così esplicitamente offensivo emerga direttamente dai canali social ufficiali di un presidente in carica e generi critiche così nette anche all’interno del suo stesso partito.
Contesto: l’episodio si colloca durante la settimana di Black History Month, aumentando la sensibilità pubblica e istituzionale verso contenuti potenzialmente razzisti.
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