L’America col cappello in mano
Gli Stati Uniti sono infatti impantanati nella palude iraniana e hanno bisogno della Cina. Hanno bisogno che Pechino non armi Teheran, che tenga aperto Hormuz, che li aiuti a non far esplodere definitivamente il Medio Oriente.
C’è una scena che riassume perfettamente il summit tra Donald Trump e Xi Jinping. Trump che esce sorridente dicendo: «È andata benissimo, abbiamo fatto affari straordinari, rapporto magnifico, tutti felici». E Xi Jinping che, con la calma di uno che non deve vendere condomini in Florida né convincere gli elettori del Midwest, gli ricorda pubblicamente una cosa semplice semplice: Taiwan è affare cinese e la Cina non accetterà mai interferenze americane.
Tradotto dal linguaggio diplomatico: grazie per la visita, per il tè, per le foto tra i bonsai imperiali e gli alberi millenari, ma le regole del gioco le decidiamo noi. E infatti mentre Trump parlava di «fantastici accordi», «grandi relazioni» e «problemi risolti come nessuno prima», Xi rispondeva di linee rosse e di Taiwan come nodo centrale dei rapporti tra le due superpotenze.
È il vecchio trucco della politica americana recente quello di trasformare una ritirata in una conferenza motivazionale. Perché diciamolo chiaramente: Washington è arrivata a Pechino più per chiedere ossigeno che per dettare condizioni. Gli Stati Uniti sono infatti impantanati nella palude iraniana e hanno bisogno della Cina. Hanno bisogno che Pechino non armi Teheran, che tenga aperto Hormuz, che li aiuti a non far esplodere definitivamente il Medio Oriente.
E la Cina che fa? La Cina si è seduta al tavolo con la tranquillità di chi sa che il tempo, ormai, gioca dalla sua parte. Niente urla. Niente slogan. Niente cappellini patriottici. Solo quella fastidiosa superiorità dei regimi che parlano poco e nel frattempo comprano mezzo mondo. Trump invece continua a comportarsi come quel giocatore di poker che ha perso quasi tutte le fiches ma sorride al tavolo dicendo che sta dominando la partita.
Il problema è che gli Stati Uniti sembrano davvero sempre più prigionieri della propria propaganda. Devono raccontarsi invincibili anche quando vanno in giro a chiedere aiuto diplomatico per uscire da guerre che loro stessi hanno contribuito a incendiare. E allora ecco Trump che torna a casa vendendo il summit come un trionfo epocale, raccontando che lui e Xi Jinping pensano all’unisono che l’Iran non debba avere il nucleare e che lo stretto di Hormuz debba essere riaperto immediatamente.
In realtà, Xi Jinping si è mantenuto abbottonatissimo e non ha detto niente sulla guerra. Anche perché in questo momento storico non gli conviene correre in aiuto degli americani in una crisi che sta mettendo in difficoltà Washington e accrescendo il potere e l’influenza cinese nel mondo. Si è sbottonato solo per qualcosa di molto più concreto: ribadire all’America e al mondo intero che la Cina non ha alcuna intenzione di arretrare su Taiwan
Dal canto suo Washington ha altri problemi da affrontare: Trump infatti è in calo nei sondaggi persino dentro quell’America che lo aveva riportato alla Casa Bianca come un vendicatore col cappellino rosso. La guerra infatti sta prosciugando soldi e consenso, i dazi stanno facendo salire i prezzi, la gente comune paga l’aumento della spesa. Eppure lui tira dritto. Non capisce quello che sta succedendo oppure, peggio ancora, lo capisce benissimo e non gliene importa nulla. In entrambi i casi fa paura. Perché quando un leader continua a giocare alla guerra con il cappellino in testa e la bandiera dietro le spalle mentre il suo stesso popolo inizia a soffocare sotto inflazione, tensioni internazionali e paura del futuro, significa che il confine tra potere e ossessione personale diventa sempre più sottile.
Ma il vero problema, per quegli americani che non ne possono più di Trump, è che purtroppo le elezioni di medio termine sono ancora lontane. Troppo lontane per un’America che appare stanca, nervosa, spaccata, mentre il resto del mondo osserva con la sensazione sempre meno rassicurante che la superpotenza più forte del pianeta sia guidata da qualcuno che continua a scambiare la realtà per un reality show permanente.
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