L’Africa martoriata, ovvero la storia che non ci hanno raccontato
L’Africa martoriata : Colonizzazione e decolonizzazione / Soumaila Diawara. - Abra Books, 2025. - 318 pagine. - ISBN 978-88-5502-705-2.
Il libro nasce da una frase che molti di noi hanno sentito almeno una volta. Un ragazzo italiano la rivolge a Soumaila Diawara: "I nostri nonni hanno combattuto nella seconda guerra mondiale per garantirci la libertà." Diawara pensa al proprio nonno, partito dall’Africa per combattere una guerra che non era sua, e si accorge che in Italia di quella partecipazione non si sa nulla. Non si parla dei tirailleurs sénégalais, reclutati in tutta l’Africa occidentale francese e non soltanto in Senegal. Non si parla delle centinaia di migliaia di soldati africani mobilitati da Londra e dalla Francia libera di de Gaulle, né degli africani che combatterono anche nella Resistenza italiana. Diawara è nato a Bamako, si è laureato in scienze giuridiche e ha militato nell’opposizione maliana. Dopo il colpo di Stato del 2012 è fuggito e nel 2014 è arrivato in Italia, dove vive come rifugiato politico e lavora come attivista, giornalista e scrittore. Il suo libro prova a restituire all’Africa la storia che l’Europa ha tagliato via dal proprio racconto.
Tra le pagine più nuove c’è quella su Thomas Sankara. Nel 1984, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, legò la lotta contro la desertificazione a quella contro un modello economico predatorio, e fu accolto con sufficienza. Tre anni dopo, nell’ottobre del 1987, fu ucciso. Oggi l’Africa produce meno del 4% delle emissioni globali ma ne paga le conseguenze più dure, e la Grande Muraglia Verde, il progetto dell’Unione Africana avviato nel 2007 per costruire una fascia verde di circa 8.000 chilometri dal Senegal a Gibuti, porta dentro di sé qualcosa di quella visione. Il progetto si è fermato in più punti anche per la destabilizzazione del Sahel seguita alla guerra in Libia del 2011. Chi vuole conoscere questa storia può guardare il documentario The Great Green Wall, in cui la cantante maliana Inna Modja attraversa il Sahel raccontandola in musica. Accanto a Sankara andrebbe ricordata Wangari Maathai, che con il Green Belt Movement ha fatto piantare in Kenya decine di milioni di alberi e nel 2004 è stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace.

- Copertina di L’Africa martoriata, di Soumaila Diawara
Diawara non fa sconti a nessuno. Contesta il debito ereditato dall’epoca coloniale, che continua a strangolare gli Stati africani e ha aperto la strada ai prestiti cinesi garantiti da risorse ipotecate per generazioni. Critica apertamente il ricorso ai paramilitari russi di Wagner, che non rispondono a nessuno Stato. Denuncia poi l’ipocrisia europea verso le dinastie amiche. Paul Biya governa il Camerun dal 1982 e trascorre lunghi periodi in Svizzera. Teodoro Obiang è al potere in Guinea Equatoriale dal 1979. In Gabon la famiglia Bongo ha regnato dal 1967 fino al colpo di Stato del 2023. In Togo, dopo l’assassinio di Sylvanus Olympio nel 1963, il potere è passato da Gnassingbé Eyadéma al figlio Faure. Nessuno di questi governi ha mai subito le sanzioni che sono piovute sulle giunte del Sahel, perché garantiscono risorse, e allora non dovremmo stupirci se molti Stati africani cercano altri interlocutori. La sua conclusione riprende la formula che Barack Obama pronunciò ad Accra nel 2009: l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ma di istituzioni forti.
Sankara, Lumumba, Nyerere, Nkrumah, Modibo Keïta, Ken Saro-Wiwa, Mandela, Gheddafi: la galleria di leader è tutta maschile. Dove sono le donne? In un continente in cui sono loro a reggere l’economia dei mercati e hanno combattuto in prima linea per l’indipendenza. Winnie Madikizela-Mandela tenne viva la lotta contro l’apartheid durante i ventisette anni di prigionia del marito. In Mali, Aoua Keïta, ostetrica e sindacalista, organizzò le donne contro il potere coloniale e nel 1959 fu tra le prime donne elette all’Assemblea nazionale. Andrée Blouin fu consigliera di Lumumba nei mesi cruciali del 1960. Raccontare la decolonizzazione senza di loro significa ripetere, in piccolo, la stessa operazione di rimozione che il libro denuncia.
L’Africa martoriata non è un libro accomodante. Chiede all’Europa di smettere di guardare il continente come un monolite fatto di 54 Stati indistinti e agli africani di smettere di aspettare un salvatore. Leggerlo è un buon modo per cominciare a togliersi di dosso il vestito del colonialismo come missione civilizzatrice o, peggio, come opera di beneficenza. Vestito che ancora indossiamo senza accorgercene.
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