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Khartoum sospende accordo con Mosca per costruzione base navale a Port Sudan

di Antonio Mazzeo - mercoledì 5 maggio 2021 - 524 letture

È a Port Sudan, la città sudanese che si affaccia nel Mar Rosso, che si disputa l’ennesimo confronto-scontro tra Stati Uniti e Russia per la penetrazione politico-militare ed economica delle due superpotenze nel continente africano. Con una mossa che ha sorpreso le cancellerie di mezzo mondo, le autorità sudanesi hanno deciso di congelare l’accordo bilaterale con la Russia sottoscritto a Khartum il 16 novembre 2020 con cui veniva autorizzata la realizzazione di una base navale delle forze armate russe a Port Sudan.

La notizia è stata resa nota dall’emittente televisiva Al Arabiya ed è stata confermata a Mosca dall’agenzia TASS. Secondo la rete tv, il governo sudanese avrebbe spiegato che l’accordo con il ministero della difesa russo “sottoscritto dal precedente regime” è stato “sospeso in attesa della sua approvazione da parte dell’organo legislativo”.

Secondo i termini del memorandum, l’infrastruttura militare nel Mar Rosso dovrebbe fungere da hub logistico e centro di supporto e manutenzione per le unità da guerra e commerciali della Federazione Russa. Essa dovrebbe ospitare sino a 300 militari e civili e non più di quattro imbarcazioni militari contemporaneamente, comprese quelle a propulsione nucleare. Nella nuova base verrebbe pure autorizzato l’atterraggio di aeromobili russi, grazie alla costruzione di un’apposita pista, nonché il transito e lo stoccaggio di “armi, munizioni ed equipaggiamenti necessari al suo funzionamento”. Il terreno destinato ad ospitare l’infrastruttura verrebbe messo a disposizione gratuitamente dalle autorità sudanesi, così come non sono previsti canoni e imposte per l’uso. La durata dell’intesa bilaterale era stata fissata in 25 anni, con la possibilità di un’estensione per altri dieci con il consenso delle due parti.

Il 3 aprile scorso il sito middleeasteye.net aveva rivelato che a Khartum era in corso un braccio di ferro per rimettere in discussione i termini dell’accordo militare con Mosca, sotto il pressing del Dipartimento di Stato USA e del Pentagono. “Il Sudan è impegnato separatamente in colloqui diplomatici con le due superpotenze che vogliono rafforzare entrambe la loro presenza militare nel Mar Rosso e in Medio Oriente”, riferiva il periodico. Citando poi una fonte governativa che aveva richiesto l’anonimato, middleeasteye.net aggiungeva che le autorità sudanesi “stavano studiando delle proposte da sottoporre ai due paesi per realizzare una partnership regionale marittima per sostenere la lotta internazionale contro il terrorismo, il traffico delle persone e la pirateria”. Presumibilmente la “sospensione” della validità dell’accordo con Mosca e il rinvio della sua approvazione in Parlamento consente a Khartum di guadagnar tempo utile per non scontentare - perlomeno ora - le due superpotenze.

Era stato l’ex presidente Omar al-Bashir a sostenere l’ipotesi di concedere un’installazione militare alla Russia in occasione di un meeting con il ministro della difesa Sergi Shoigu. Dopo le sue forzate dimessosi due anni fa a seguito delle proteste popolari, il Consiglio Militare di Transizione aveva avviato i colloqui con le autorità russe, conclusisi a novembre 2020 con la firma del memorandum sulla base di Port Sudan. Precedentemente, nel maggio 2019, Russia e Sudan avevano sottoscritto un accordo di mutua cooperazione in ambito militare e sfruttamento dell’energia nucleare. Mosca è attualmente il primo fornitore di sistemi d’arma delle forze armate sudanesi e secondo quanto riportato da fonti d’intelligence occidentali, nel paese africano opera il Gruppo Warner attraverso due società minerarie e petrolifere. Una presenza, quest’ultima, che ovviamente verrebbe rafforzata nel caso in cui venisse realizzato l’hub logistico militare a Port Sudan. Da qui le forti preoccupazioni di Washington che sta tentando in tutti i modi di convincere le autorità sudanesi a rivedere i termini del memorandum con i russi.

Di certo nelle ultime settimane non sono mancati in Sudan i colpi di scena frutto dei tentativi di equilibrismo pro-Usa e pro-Russia del governo. A gennaio 2021, il vicecomandante di Africom (il comando militare per le operazioni nel continente africano delle forze armate statunitensi), Andrew Young, e il direttore del settore d’intelligence ammiraglio Heidi Berg, erano stati ricevuti in visita ufficiale a Khartum per “espandere i legami di cooperazione tra USA e Sudan nella lotta al terrorismo”, come riporta la nota stampa del Pentagono. Il 28 febbraio 2021, era invece la fregata “Admiral Grigorovich” ad approdare a Port Sudan insieme ad una nave appoggio e rifornimento della Marina russa, dopo un lungo ciclo addestrativo nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Il giorno successivo, 1° marzo, ancora a Port Sudan ancoravano il cacciatorpediniere lanciamissili “Winston S Churchill” e la nave da trasporto “Carson City” di US Navy. Le unità russe e statunitensi, le une di fronte alle altre, si fermavano in Sudan per alcuni giorni.

Ovviamente USA e Russia non sono gli unici paesi in gara per accaparrarsi infrastrutture e risorse nell’area geostrategica prossima al Corno d’Africa. Le ex potenze coloniali europee come Francia e Gran Bretagna, insieme a Cina e più recentemente Turchia, Arabia Saudita, Egitto, hanno firmato accordi di tipo militare o economico con Sudan, Kenya, Somalia e Gibuti, e in quest’ultimo paese “convivono” i reparti d’élite delle forze armate di Stati Uniti, Cina, Giappone, Francia, Spagna, Arabia Saudita e Italia.

Il governo Draghi ha mostrato in queste settimane di guardare con sempre più interesse alla regione nel quadro di uno smisurato sogno di grandezza italico in terra d’Africa. Il ministro della difesa Lorenzo Guerini ha annunciato il potenziamento della partnership con Mogadiscio e Gibuti e l’escalation militare italiana in quell’immensa area geografica che dalla sponda sud del Mediterraneo si estende al Corno d’Africa, al Sahel sino al Golfo di Guinea per “fronteggiare” proprio la “penetrazione di Russia e Cina nel continente”. Alle follie neocoloniali del tricolore non c’è mai fine.


Fonte: AntonioMazzeoBlog, Pressenza



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