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Joker

Un film di Todd Phillips. Con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron (USA 2019)
di Piero Buscemi - venerdì 11 ottobre 2019 - 1645 letture

Quanti clown ci sono in ognuno di noi? No... no... non quanti ce ne sono nel mondo. Non è la classica domanda di chi si pone il problema di quanti falsi amici, conoscenti, compagni di vita affiancano la nostra vita. La classica domanda che tutti pongono senza ottenere mai delle risposte soddisfacenti, se non accomodanti.

La domanda che nessuno pone a se stesso, prima ancora di pretenderne un’ammissione dal resto del mondo, come a potersi escludere dal giudizio ed ergersi su un piedistallo che nessuno ci aveva garantito. Sin dall’inizio. Sin dalla prima mossa di questo gioco che nobilitiamo con l’attributo "vita", per fingere di essere più umani.

Joker, o Happy come lo chiamava la madre da bambino, la maschera l’ha indossata prima di sedersi davanti allo specchio a tingere il volto da mostrare all’esterno, sia quando deve strappare un sorriso al passante per strada, stressato da ritmi meccanici e obblighi di società e di lavoro, da non riuscire a scambiarlo questo smile offerto generosamente e con quel tocco di empatia, soffocata dall’arroganza e dalla violenza, sia quando ritorna a casa ad accudire una madre ubriaca dalla televisione, con frammenti di un segreto passato da custodire. Quella violenza che subirà, sin dalle prime scene del film, ad opera di una scontata babygag, annoiata e ringalluzzita da un gesto spocchioso senza un vero motivo. Per gioco, per sfizio. Per mera manifestazione di superiorità e disprezzo verso il personaggio Arthur, travestito da clown per lavoro.

C’è un filo conduttore che si può seguire sin dalle prime scene, che ci condurrà dentro il tunnel di una follia nella quale riconoscersi. La consapevolezza del personaggio, che si umanizza attraverso la coinvolgente interpretazione di Joaquin Phoenix, che nessuno è poi così disposto a rimanere in silenzio ed ascoltare. Ascoltare il disagio di un sorriso di circostanza, di un tic nervoso che sfocia in una risata incontrollabile, della quale Joker è costretto a manifestare una giustificazione porgendo un biglietto di avviso che spieghi agli sbigottiti passeggeri di un autobus il suo disturbo mentale.

Ascoltare. Semplicemente la voglia di comunicazione che tanti, troppi muri respingono al mittente per quella strana esigenza di rifugiarsi dentro uno dei tanti alveari di una città alienante, Gotham City (le scene sono interamente girate a New York), a cercare conforto in un mondo artefatto che invade la vita attraverso uno schermo televisivo. Sempre acceso. Sempre troppo mistificatore di una realtà scomoda.

Il film di Todd Philips è un richiamo continuo, voluto, a tratti anche ricercato, a scene cult viste in altre opere cinematografiche. La lenta trasformazione di Arthur in Joker segue una costruzione narrativa che ci ricollega subito al Travis Bickle di Taxi Driver di Martin Scorsese. Era Robert De Niro lo Joker di quel mitico film. L’istrionico attore lo ritroviamo anche qui, ad interpretare la parte di un personaggio televisivo, Murray Franklin, che ha il compito di farci pensare ad un altro omaggio a Scorsese e allo stesso De Niro, nel suo Re per una notte.

Ma, soprattutto, il film si pone l’obbiettivo di inchiodarci davanti alla nostra coscienza. Alla nostra sufficienza nel sottovalutare quel veicolo comunicativo, affidato ai giorni nostri ad un cellulare o una tastiera di computer, che permetterebbe di comprendere, quanto meno provarci, l’essere umano che ci ritroviamo di fronte alla fermata della metropolitana, dentro un precario ascensore in attesa del piano prenotato. O nello studio di un psicanalista che pretende di spiegarci cosa sia la nostra vita, senza aver mai capito cosa sia la propria.

Nella versione italiana di Joker si può notare la curiosità delle scritte in italiano che possiamo leggere tra le righe del diario personale di Arthur, nel suo biglietto da visita, nei giornali tra le mani dei passeggeri di un treno. Un particolare che fa pensare all’eventualità che questo lo si possa riscontrare nelle altre lingue dei Paesi dove sarà distribuito il film.

Il finale del film, che non descriveremo nei dettagli, accende quella sensazione di un copione scontato che lo spettatore sembra scrivere nella propria mente, mentre le scene trascinano la storia fino all’epilogo. Un’ultima considerazione va fatta proprio sugli ultimi piani sequenza, ma forse è stata solo una nostra impressione o una speranza, che Todd Philips abbia voluto ispirarsi ad un grande della suspense cinematografica. Un’atmosfera hitchcockiana sembra chiudere il film in un sorriso in dissolvenza.

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