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Jethro Tull al Teatro Antico di Taormina

Atmosfera d’altri tempi, una notte magica. Pifferai magici e la voglia di fermare il tempo. Dal nostro inviato.
di Piero Buscemi - domenica 23 giugno 2019 - 1250 letture

La ricorderemo per sempre la copertina di Aqualung, il mitico album pubblicato nel 1971 dal gruppo rock progressive britannico, Jethro Tull. Quella sorta di autoritratto di Ian Anderson, un disegno raffigurante un barbone che ci guarda con occhi di rimprovero, per le contraddizioni e le crudeltà dell’uomo, vinto assecondante di un crollo di valori da rendere la vita barbara e priva di ogni qualsiasi immaginazione di futuro.

In parte i Jethro Tull ce l’hanno riconsegnata domenica sera, durante il concerto che hanno tenuto al Teatro Antico di Taormina. Il concerto non è stato solo questo tentativo, riuscito, di riportarci con la mente ad anni in cui interpretare il dissacrante rock, era anche denunciare una società in corsa verso una spoliazione dell’essere umano da qualsiasi elemento che lo possa fare considerare tale. Non sappiamo se suonare My Sunday Feeling, un pezzo inciso nel 1968, tratto dall’album This Was, sarebbe stata solo una scelta coincidente involontariamente con una riflessione alle nostre rivoluzioni spente in una crescita che, da un urlo adolescenziale, avremmo voluto fermare per sempre. Non lo sappiamo, ma quel 1968 fa ancora parlare di sé.

Come gli stessi Jethro Tull, ad oltre cinquanta anni dal loro esordio musicale, certe sonorità e certe atmosfere sembrano non tramontare mai. In anni in cui la produzione musicale era in pieno fermento, tanto da lasciare i più acerrimi appassionati nella completa confusione d’ispirazione, tra le tante scelte che gli scaffali dei nostalgici negozi di vinili proponevano.

I Jethro Tull hanno saputo trovare il loro spazio, tra produzioni che cercavano di emergere da vecchi e polverosi scantinati dove fare musica alternativa. Le copertine colpivano la fantasia di quei alternativi ragazzacci coi capelli lunghi, in cerca di stimoli nuovi e nuove musicalità da trasformare in inni alla vita. Da prendere di petto, con una chitarra distorta a tracciare vie da seguire e la dolcezza di un flauto che ci riportasse a secoli passati, illudendoci che fossero più meritevoli e veri di essere vissuti.

Molti di questi ragazzacci si sono ritrovati sugli spalti del Teatro Antico di Taormina. Insieme ad inseguire un sogno rinnovato che nessuno tra loro, ha realmente voluto sotterrare nell’oblio. Insieme a cantare quei versi che, nella produzione del gruppo di Blackpool, ci sono sempre sembrati usciti da testi arcaici di antichi componimenti poetici barocchi, quasi shakespeariani.

Scenografia essenziale, dove gli effetti speciali sono stati lasciati al libero arbitrio dell’antico delle mura del teatro, artefatte e colorate dalle luci a trasformare la scena in un fumetto onirico, dove i musicisti, ancora con tanta voglia di trasmettere un modo diverso di vedere il mondo, più di quell’agronomo del ’600 dal quale hanno tratto il nome.

I capelli degli artisti sul palco, brillanti di riflessi iridei non hanno nascosto la voglia di stare ancora lì, davanti al loro pubblico che ha cantato a memoria le loro canzoni, in cambio di una notte di magia nella quale, in alcuni frangenti, ci è sembrato di vedere dei saltellanti folletti che ci hanno preso per mano per condurci dentro la favola, seguendo un flauto ammaliante in attesa del lieto fine.

Guardandoci intorno, tra le migliaia di ragazzacci mai cresciuti del tutto, abbiamo avuto la certezza che nessuno aveva alcuna voglia di addormentarsi, alla fine di una favola che, molti avrebbero voluto riascoltare all’infinito...

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