Italo Meschi, l’ultimo trovatore italiano
Hippy (ante litteram), ribelle, pacifista, giramondo. Fu espulso dagli Stati Uniti per essersi schierato in difesa degli immigrati italiani. Affascinava per la bellezza delle sue melodie e della voce.
“L’ultimo trovatore italiano”, così definirono il lucchese Italo Meschi i giornali di Londra in occasione di un suo concerto negli anni Venti. Suonava la “chitarpa” un misto di lira, cetra, chitarra e mandolino (“Paris Nice”-1926).
Italo Meschi era il beniamino di un pubblico erudito. Le sue esecuzioni avevano un fascino sottile per la bellezza delle melodie e della sua voce e per la sua figura di uomo, capelli e barba fluenti, abbigliamento da hippy ‘ante litteram’. Il suo repertorio comprendeva musiche colte e popolari, come laudi, madrigali, arie, rapsodie, serenate del 1300 e del 1500, musica classica e canzoni popolari dell’Otto-Novecento, oltre a numerose sue composizioni. Alcuni suoi pezzi erano: una laude alla Vergine di un anonimo del 1300, Falconieri 1500 (“Villanella- o bellissimi capelli”), Caccini 1500 (madrigale “Amarilli”), Durante 1600 (arietta “Danza Danza”), preludi di Sor e di Aguado, arie di Scarlatti, il “Capriccio” di Piatti, il “Rustiches” di Zighennrlied di Nertz, Bach (“Preghiera”), Pergolesi (“Siciliana” e arietta “Se tu m’ami”), Mozart (“Minuetto”), Schubert (“Serenade”), Navone (“Rapsody”), Beethoven, Wagner, Alvarez, arie spagnole, stornelli toscani.
“Il Nuovo Giornale” (1924) parla di “fresca, sincera arte del Meschi” e di entusiasmo del pubblico. Le cronache mettono in risalto anche la sua umanità (“The San Francisco News”- 1937). Tenne concerti in Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Libia, Spagna, Austria. Italo Meschi era nato a Lucca nel 1887. “Fin dalla prima età”, scrive il fratello Mario, “fu un angelo biondo, riccioluto, di carattere svelto, vivacissimo. Nella prima adolescenza, fra tante conoscenze, in particolare Tolstòj cambiò il suo carattere, divenendo riflessivo e pacifista”. Dimostrò giovanissimo indipendenza e trasgressività. Si appassionò al naturismo. “L’esistenza degli uomini”, diceva, “dev’essere il più possibile vicina alla natura, quindi alla terra. Gli esseri viventi che davvero meritano d’essere presi a modello, sono gli animali. Gli animali hanno, istintivo, il senso della gratitudine”.
Dai 19 ai 26 anni Meschi fa diversi mestieri: l’ottico, l’elettricista, il daziere, il ferroviere, il barbiere, il sarto; sempre profondamente insoddisfatto. In quegli anni maturò il suo amore per la musica. La sua aspirazione ormai era diventare musicista giramondo. Nel 1913 s’imbarcò per gli Stati Uniti. A San Francisco iniziò la sua carriera di artista, dopo essere entrato in una cerchia di musicisti e cantanti di elevato livello. Italo Meschi non era, però, come gli altri artisti. S’immedesimava molto nella condizione degli immigrati, affamati e sbandati e parlava parlava. Arrivò l’ordine di estradizione. In modo avventuroso ritornò a Lucca.
I cittadini lucchesi cominciano a conoscere questa singolare figura di musicista, dalla barba e i capelli lunghi biondo-rossastri, una strana giacchetta, i pantaloni attillati, i piedi nudi nei sandali, una borsa a tracolla; apprezzano la sua musica e i suoi canti, lo chiamano “Cristo”. Italo Meschi rimane assente da Lucca per lunghi mesi, ed anche per anni; diviene un artista conosciutissimo negli alberghi delle stazioni invernali, nella Costa Azzurra, a Parigi, Londra; ritorna negli Stati Uniti. Guadagna abbastanza, ma il nostro artista non cerca quattrini; ogni concerto è un dono di sé. La musica è la sua vita; una vita sofferta e gioiosa, in sintonia con gli uomini e con la natura. A Lucca ascolta i canti delle spose e le nenie delle vecchiette: tutto diventa canto d’amore e di nostalgia. La sua casa è la stanza del Torrione di Porta S. Gervasio in cima a ottantasei scalini.
Verso la fine degli anni Trenta la salute un po’ declina. L’essere un vegetariano non l’aiuta; cerca una casetta in campagna per realizzare anche il sogno di una vita semplice, in comunione con le altre creature viventi, gli uomini, gli animali, le piante. Non ha soldi. Ottiene, certo per generosità di amici, un rustico a La Cappella, un “tirasotto” , con della terra intorno, olivi e frutteto; vi porta le sue cose, un miscuglio di miseria e di sfarzo; spicca sul pavimento della stanza un bellissimo tappeto. Qui vive otto anni, tutto il periodo della guerra e oltre. Qui attua il modello di vita sognato: coglie i frutti degli alberi, alleva animali, fa amicizia con le famiglie contadine; nel 1943 si innamora di una fanciulla, per l’ultima volta.
Il libro della nipote Laura Bedini “Italo Meschi Musico Cantore della Terra Lucchese” riporta, in buona parte, la testimonianza viva di questo amore delicato: un gruppo di poesie, espressione schietta dei sentimenti di un uomo maturo, che ha vissuto, ha conosciuto il mondo, ma che dinanzi alla bellezza, all’arte, alla natura, all’amore è rimasto un adolescente. Le poesie per Carla sono un racconto palpitante di un amore senza futuro; sono versi scritti nell’urgenza del sentimento. D’altra parte l’autore non si è posto il problema di creare un’opera letteraria; le parole sgorgano per un’invincibile necessità di comunicazione.. L’ingenuità, però, dei mezzi linguistici sortisce un effetto di freschezza e cristallinità che non può non coinvolgere emotivamente. Le descrizioni della figura fisica della fanciulla, della natura nella quale è immersa la vicenda, materializzano visivamente il sentimento del poeta. Plastica e intensa è la scena della vecchia madre che cerca di lenire il dolore del figlio.
L’amore è il sentimento predominante. Ma non è il solo. Troviamo nei suoi scritti lo sdegno contro i governanti dell’epoca (1938), “Quanto sei imbrogliato/ o misero popolo,/ tanto sgovernato/ quanto derubato./ Adesso i tuoi padroni.../ vogliono la vita dei figli tuoi più buoni”. A questa poesia, nella quale è chiaro il presentimento della guerra, altre seguiranno sempre sul tema della guerra, come frutto di cieca disumanità. Tracce notevoli della sua visione della vita , vissuta in comunione con la natura, sono le poesie che si scagliano contro il chiasso, la volgarità, l’invadenza del consumismo, in questo perfettamente in linea con gli scrittori della beat generation, che di lì a poco, nei primi anni Cinquanta, avrebbero consumato la loro ribellione contro una società che elevava a valore la corsa al denaro e al potere (Kerouac, Borrought, Ferlinghetti, Corso, ecc.), precursori degli hippies e dei giovani del ’68.
Italo Meschi, artista e uomo, rimane una figura di grande fascino per la sua libertà, la sensibilità, per le inquietudini e per i furori, per gli ideali d’amore e di giustizia, una figura viva, capace ancora di indicare una meta nel mondo frastornato di oggi.
Morì nel 1957.
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