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Italia, per una nuova stagione dei diritti dei migranti

La stragrande maggioranza dei rifugiati dalla Libia non avrà protezione: parte la campagna di Melting Pot in loro difesa. (Un articolo di Christian Elia da Peacereporter.net)
di Redazione - venerdì 9 dicembre 2011 - 2483 letture

Il progetto Melting Pot Europa, network che si batte per il rispetto dei diritti dei migranti, ha lanciato una campagna/petizione affinché ai richiedenti asilo provenienti dalla Libia approdati in Italia venga rilasciato un titolo di soggiorno idoneo. Non essendo libici, infatti, la stragrande maggioranza di loro si vedrà rifiutare la protezione internazionale. PeaceReporter ha intervistato Nicola Grigion del Progetto Melting Pot Europa.

Come è nata questa iniziativa?

L’iniziativa della petizione nasce dal riconoscimento di un problema, dei suoi effetti e delle possibili soluzioni. Gli arrivi dalla Libia durante la cosiddetta emergenza Nord Africa sono differenti da quelli precedenti. Le persone che sono fuggite lo hanno fatto per salvarsi dai bombardamenti delle forze Nato, per sfuggire dalla ’caccia al nero’ scatenata dalle forze ribelli, che li consideravano mercenari, oppure perché costretti a partire dai lealisti fedeli a Gheddafi, usati come bombe contro l’Europa, che ha molta paura dell’arrivo dei migranti. Questo è il problema e il suo effetto è intrecciato con la legge sull’asilo, che non guarda alle drammatiche storie personali di queste persone, ma si basa sulla situazione del Paese di origine. E’ chiaro che cittadini del Mali, del Pakistan, del Bangldesh o della Nigeria non hanno - secondo i parametri dell’asilo - il diritto a essere riconosciuti come rifugiati. Ma sono qui dopo una fuga di quel genere. La situazione che si viene a creare è quella di circa 20mila nuovi potenziali clandestini nelle nostre città, con circa l’80 percento delle domande d’asilo respinte. Di fronte a questa situazione ci siamo organizzati perché potesse nascere una risposta politica, sociale e culturale per chiedere che qualcosa venisse fatto. Da questa considerazione siamo partiti, con molte associazioni e collettivi, singoli cittadini e organizzazioni, che si sono attivati in diverse città sia per raccogliere firme che per spingere gli enti gestori dell’accoglienza a mobilitarsi nella stessa direzione.

Come va la raccolta firme?

In una settimana ci sono circa 3500 firme online, alcune in attesa di pubblicazione, ma sappiamo che ci sono decine e decine di realtà che ci hanno scritto e che si stanno organizzando raccogliendo firme su moduli cartacei, con il lavoro che ci sarà da fare nelle piazze e nelle iniziative territoriali. Un aspetto molto interessante che è emerso è l’atteggiamento degli amministratori locali. C’è stata un’inaspettata adesione alla petizione di sindaci, assessori, consiglieri comunali, di città più o meno grandi, che si sono attivati nel loro territorio perché anche formalmente gli enti locali chiedessero la stessa cosa al governo. Una via istituzionale, dunque, che si è affiancata all’iniziativa che viene dal mondo dell’associazionismo e della cittadinanza. Lo trovo un dato molto rilevante, perché significa che chi gestisce il territorio si rende conto di quanto questa situazione sia da un lato esplosiva, dall’altro paradossale.

Proprio l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, oggi chiede un sistema di accoglienza e integrazione unico, mentre il rapporto annuale dello Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) parla dell’aumento del 102 percento delle domande di asilo. Una situazione grave, alla quale il governo italiano in passato ha saputo far fronte solo con politiche d’emergenza. Che fare ora?

Dal punto di vista del diritto di soggiorno e quindi dal punto di vista del riconoscimento del diritto di queste persone, ci stiamo attrezzando assieme a molte altre associazioni in tutta Italia per fare ricorso li dove è possibile, ma questo è l’ordinario strumento. E’ ovvio, però, che c’è bisogno di una scelta politica. Quel decreto di protezione temporanea, già adottato tempo fa nei confronti dei tunisini. Il nodo è proprio quello dell’emergenzialità, per la quale la politica si muove in deroga ai diritti e alle dinamiche ordinarie e in deroga ai diritti umani. Un governo, il vecchio, che determina uno stato di emergenza in un altro Paese - cosa già abbastanza paradossale di suo - per giustificare ogni violazione della prassi del diritto. Un esempio è quello che queste persone, in base alle direttive europee, hanno diritto all’accoglienza nei circuiti previsti, che è proprio lo Sprar, che andava allargato, potenziato, sostenuto e invece si è scelto di dare tutto in mano alla Protezione civile, costruendo un circuito parallelo dell’accoglienza dove tutto è lecito. Non esistono standard minimi, anzi quelli previsti sono quelli dei CARA, quindi un’accoglienza assolutamente di serie B, ma non esiste neanche quello che sarebbe ordinario, come il medico di base. Combattere questa situazione solo dal punto di vista giuridico può non bastare, se manca una volontà politica generale che da un lato riconosca come spendere 46 euro al giorno per persona (che è molto più di quanto viene dato alla Sprar, tra i 35 e i 38 euro) facendola poi finire nell’irregolarità, mentre da un altro lato porti a una scelta di dignità e giustizia per il bene di tutti . In primo luogo di questi ragazzi, ma anche per le nostre città, evitando che si alimentino i circuiti dell’illegalità e dello sfruttamento, perché la criminalità pesca in questi circuiti di marginalità.

Intanto, però, nel silenzio, continuano i respingimenti?

Non ci sono più situazioni come quelle dei respingimenti in mare, come nel 2008 dopo gli accordi con la Libia. Si tratta di respingimenti differiti, di persone che arrivano qui e poi vengono rimandate verso i paesi di origine. In questo c’è la finzione delle parole utilizzate in questi mesi e che riguarda anche questi ragazzi che arrivano dalla Libia . Quando a quelli che arrivavano dalla Tunisia si sono aggiunti quelli che arrivavano dalla Libia,m si è tentata una separazione tra profughi ’buoni e cattivi’, tra quelli che fuggivano da una guerra e quelli , come li ha chiamati il governatore del Veneto Zaia, i ragazzotti con le scarpe griffate e il telefonino. Attorno a questi si è creata una deroga totale dei diritti di difesa, con persone trattenute nei Cie senza che la decisione venga presa dai giudici, senza permettere loro di difendersi dai provvedimenti di respingimento differito. Un atteggiamento classico dell’Italia, che costruisce attorno ai migranti l’immaginario criminale e di quello dell’invasione. In realtà, poi, il numero di espulsioni non è grande come il precedente governo ha tentato di far credere per molto tempo. Rispetto al nuovo esecutivo, per il momento, non si segnalano iniziative differenti dal passato. Questa situazione è il frutto di un atteggiamento dell’Europa, che continua a immaginare l’immigrazione come un fenomeno temporaneo, senza affiancare a logiche commerciali logiche del diritto di libera circolazione delle persone.


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