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Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi

La capacità narrativa di Pennacchi oggi non ha eguali in Italia, Pennacchi racconta delle storie vere, che possono accadere, e lo fa con un linguaggio che conosce molto bene, quello popolare. Recentemente, dal suo romanzo “Il fasciocomunista” è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico” per la regia di Daniele Lucchetti. Con Antonio Pennacchi abbiamo chiacchierato del film ma anche del suo libro, e poi di tanto altro.
di Simone Olla - martedì 19 giugno 2007 - 20191 letture

Di solito prima conosco le opere e poi gli scrittori, prima mi tuffo nelle storie che scrivono e poi magari mi avvicino all’autore in punta di piedi. Con Antonio Pennacchi è accaduto il contrario. Da circa un anno faccio parte del collettivo Anonima Scrittori, di cui Pennacchi è più di un animatore, ed è lì che ho iniziato ad apprezzare il suo spessore letterario e il suo linguaggio a dir poco colorito. Imbattermi nella sua opera di scrittore (ma anche di storico) è stata una logica conseguenza: la capacità narrativa di Pennacchi oggi non ha eguali in Italia, Pennacchi racconta delle storie vere, che possono accadere, e lo fa con un linguaggio che conosce molto bene, quello popolare. Recentemente, dal suo romanzo “Il fasciocomunista” è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico” per la regia di Daniele Lucchetti. Pennacchi non lo boccia su tutto il fronte, ma quasi. Sostiene –a ragione– che il film è un travisamento del libro, un’altra storia. Partiamo dal libro quindi.

Quello che mi ha colpito maggiormente nel libro “Il fasciocomunista” –ed in generale nella tua scrittura- è il linguaggio che utilizzi, trovo che sia molto musicale. A questo proposito ti chiedo quanto è importante il linguaggio nelle storie che racconti e se c’è uno scrittore o un libro in particolare che l’hanno influenzato.

Il linguaggio è fondamentale nella scrittura, è forma e contenuto. Il linguaggio è la modulazione nel racconto, nella narrazione. Se togli il linguaggio cade tutto. Molto più che la letteratura degli autori, è stato l’ambiente che ho frequentato ad influenzare il mio linguaggio: l’agro pontino in generale e la mia famiglia in particolare. Il mio è un linguaggio popolare, che nasce in fabbrica, al bar e dal barbiere. Io uso espressioni verbali che sento dal barbiere. Per questo la mia è una scrittura popolare, dal popolo per il popolo. Sono le storie a fare il linguaggio, e quelle che racconto io sono autentiche. Quel linguaggio lì è l’unico modo di raccontare le storie che racconto.

Nel tuo libro è presente un’analisi storico-politica dei fermenti giovanili che hanno attraversato l’Italia alla fine degli anni sessanta. Ad una iniziale trasversalità di intenti rivoluzionari è seguita una vera e propria guerra civile fra giovani di destra e giovani di sinistra. In quali termini la classe politica di quegli anni è responsabile della morte di tutti quei giovani? Possiamo affermare che da destra a sinistra la Politica istituzionale ha favorito lo scontro così da indebolire gli slanci rivoluzionari che rischiavano di mettere in crisi la logica dei blocchi contrapposti?

Io non faccio un’analisi storico-politica, ho solo raccontato una storia. Se poi il contesto è veritiero quella è un’altra cosa. Il contesto italiano di quegli anni io l’ho attraversato così come riportato nel libro. In buona parte c’è una responsabilità politica, e primariamente dei politici di destra che più di tutti hanno giocato col fuoco; c’è chi ha fatto il proprio dovere e chi no. Il sessantotto non nasce come movimento antifascista, né in Italia né nel resto del mondo. In Italia diventa antifascista: perché? Perché sono i vertici del MSI a spaccare quel fronte rivoluzionario che andava da destra a sinistra, che univa una generazione diciamo. L’irruzione nelle facoltà la fanno Almirante, Cerullo, Anderson e tanti altri vertici del MSI, ed è lì che inizia la spaccatura e il movimento del sessantotto diventa antifascista.

Ha ancora senso scrivere nell’epoca dell’immagine?

Io so fare questo e faccio questo, è il mio mestiere. Visto che c’è qualcuno che compra e legge i miei libri io scrivo. Non mi frega un cazzo se ha senso o meno. Il senso sta nel mio bisogno di scrivere.

Cosa pensi del film “Mio fratello è figlio unico” tratto dal tuo romanzo “Il fasciocomunista”? Riesci a rintracciare per immagini la vita scriteriata di Accio Benassi?

Il film non è del tutto brutto, ma sicuramente è un travisamento del libro. Se il film è carino è solo perché gli attori sono stati bravi, ma gli autori, quelli hanno cercato di distruggerlo in tutti i modi. La cosa più bella è la prima parte del film, e non a caso è la più fedele al romanzo. Nel film hanno normalizzato il linguaggio politico: se nel mio libro lo sguardo è sulle persone prima di tutto, sugli uomini, nel film questo sguardo è modificato e i fasci sono dipinti come brutti, grezzi e cattivi. Cambiando il finale e la trama hanno nuociuto prima di tutto a se stessi, nel film ci si perde. Gli autori che hanno scritto il film (Rulli, Petraglia e Lucchetti) passano per essere i migliori del cinema italiano, e questo la dice lunga sullo stato del cinema in Italia. Una storia come quella del mio libro non esiste nella narrativa italiana, sono storie vere quelle che racconto. Perché cambiarle?

Cos’ha il film che il libro non riesce ad avere? E al contrario: cos’ha il libro che il film non riesce ad avere?

Sono due linguaggi diversi. Il film è più veloce, dura un’ora e mezza, per leggere il libro ci vogliono otto ore, è chiaro che debbano essere per forza due storie diverse ma, in generale, se un libro è scritto bene è sempre meglio del film, perché se entra nel cuore attiva la fantasia del lettore e gliele fa creare a lui le giuste immagini, lo rende co-autore. Il film fa molto meno ma fa tutto lui, lo spettatore guarda e basta, non costruisce niente.


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Io sono figlio unico. Intervista ad Antonio Pennacchi
28 giugno 2007, di : Giancarlo Mara

Non ho visto il film ed ho finito adesso di leggere il libro. Non posso esimermi dal fare osservare la malafede con cui l’autore presenta il personaggio di Aldo Brandirali a pagina 349. Per tutti gli altri personaggi viene usato il nome e cognome; qui invece si storpia il cognome salvo poi fornire al lettore tutti gli elementi per identificarlo con assoluta certezza. Uno scrittore corretto normalmente avverte il lettore con un’introduzione per spiegare se sta raccontando fatti veri oppure da lui romanzati. Qui niente. Solo alla fine nella nota alla seconda edizione c’è un accenno, circoscritto ai fatti di Valle Giulia, che lascia ancora il dubbio se si tratti di resoconto storiografico o di ricostruzione romanzata per sostenere la tesi di fondo del libro. Il personaggio di Accio, che non so quanto sia autobiografico, in conclusione è quello di un qualunquista al quale interessa solo picchiare. In compenso il libro demolisce sistematicamente tutte le opzioni di vita rappresentate dai diversi personaggi: i genitori credenti, i preti del seminario, i fratelli ed i compagni di militanza politica. Davvero deprimente!