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Intervista immaginaria a Giulio Salierno “Conoscere, comprendere, cambiare”

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 4 giugno 2025 - 480 letture

Cornice storica introduttiva

Giulio Salierno (1935-2006) è stato un sociologo italiano noto quale primo detenuto a laurearsi in carcere in sociologia.

Nel 1953, coinvolto in gravi episodi di violenza politica e comune, ricercato per omicidio, trovò riparo nella Legione Straniera venne poi arrestato a Sidi-Bel-Abbès; condotto nelle prigioni algerine, poi nelle carceri francesi e italiane.

Dopo il passato giovanile segnato dalla criminalità e dalla marginalità, l’incontro con lo studio e la cultura ha segnato un punto di svolta: la sua vicenda biografica incarna una traiettoria di riscatto, intellettuale e umano.

Liberato nel 1968 e riabilitato, ha pubblicato vari volumi e ha realizzato sei originali radiofonici per la Rai. Tra le sue opere: Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi 1976 / Minimum Fax 2008) e Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi (Einaudi 2001). La sua esperienza è una lente critica per riflettere sulle istituzioni totali, la devianza, la rieducazione e il ruolo di emancipazione della conoscenza.


Salierno, come riassumerebbe la sua traiettoria esistenziale in rapporto alla sociologia?

Direi che la sociologia mi ha salvato. È stato dentro il carcere che ho capito che la comprensione dei meccanismi sociali era anche uno strumento per cambiare me stesso. L’università è stata il mio ponte verso un’altra esistenza.

Come descriverebbe l’istituzione carceraria italiana degli anni ’70?

Era un sistema rigido, spesso punitivo, che raramente offriva reali opportunità di rieducazione. Le testimonianze raccolte nel libro di Invernizzi evidenziano le carenze strutturali e l’assenza di un vero progetto rieducativo.

Qual è stato il momento decisivo per questa trasformazione.

In carcere ho incontrato la sociologia e il mondo del sapere universitario. Lì ho scoperto che lo studio non era un lusso, ma una possibilità di ricostruire una dignità.

In Autobiografia di un picchiatore fascista, lei racconta il suo passato giovanile con grande lucidità. Perché ha scelto di farlo?

Perché solo chi ha toccato il fondo può parlare davvero di redenzione. Il libro non è un’autoassoluzione, ma un atto politico: mostrare come si forma un individuo violento in un certo contesto sociale.

Ha mai temuto che quella testimonianza potesse essere fraintesa?

Sì, certo. Ma ho preferito il rischio della verità alla comodità del silenzio. Il mio libro è stato usato anche nei corsi universitari come esempio di devianza narrata in prima persona.

Quali sono i concetti sociologici che più l’hanno influenzata?

La nozione di "istituzione totale" di Goffman, la critica marxista delle strutture repressive, ma anche l’approccio fenomenologico di Schutz e la sociologia dell’azione di Weber. Ho studiato per capire la mia esperienza.

Il carcere può rieducare?

Solo se smette di essere una scuola di violenza, come lo è oggi. Il carcere deve diventare un luogo di accesso alla conoscenza, al lavoro, al dialogo. Altrimenti produce recidiva, non rieducazione.

Il suo secondo libro, Il carcere come scuola di violenza, denuncia con forza le dinamiche interne. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

Volevo mostrare come l’istituzione carceraria riproduca comportamenti violenti attraverso la segregazione, l’umiliazione, la mancanza di speranza. È un libro scritto con rabbia e metodo.

La sua sociologia è spesso autobiografica. È una scelta metodologica?

Sì. Credo in una sociologia che parta dal vissuto, senza rinunciare al rigore. L’autobiografia è anche un atto scientifico, se restituisce il contesto e l’analisi dei meccanismi sociali.

Cosa ha rappresentato per lei la laurea in carcere?

Un atto di rottura. Un modo per dire che nessuno è condannato per sempre. La conoscenza era il mio modo di evadere, interiormente.

Come veniva visto il suo percorso dagli altri detenuti?

Con curiosità, ma anche con sospetto. Poi, quando hanno visto che lo studio dava frutti, alcuni si sono avvicinati. La cultura può contagiare.

E dal personale carcerario?

Non sempre positivamente. L’idea che un detenuto potesse studiare era vista con sospetto da chi viveva l’istituzione come potere, non come servizio.

Il carcere è ancora oggi luogo di esclusione. Cosa è cambiato?

Poco. I problemi strutturali, il sovraffollamento, la carenza di operatori restano. La cultura resta un lusso per pochi, quando dovrebbe essere un diritto.

Lei crede nella funzione sociale del sapere?

Assolutamente. Il sapere non deve servire solo a chi già ha. Deve raggiungere chi è ai margini, nei quartieri difficili, nelle carceri, nelle scuole abbandonate.

Che idea ha della giustizia penale italiana?

Punitiva e classista. Colpisce i poveri, ignora i potenti. La vera riforma penale dovrebbe partire dalla prevenzione, dall’inclusione e dalla scuola.

Si è mai definito un sociologo della devianza?

Non mi piace chiudermi in etichette. Preferisco dire che ho analizzato le dinamiche dell’esclusione, del potere, della marginalità.

Qual è stato il suo approccio metodologico?

Empirico e qualitativo. Le storie contano. Le voci dei soggetti contano. Anche nei miei testi uso una lingua chiara, senza tecnicismi inutili.

Che rapporto ha avuto con il mondo accademico?

Non sempre facile. Alcuni mi hanno accolto, altri mi guardavano come un intruso. Ma ho sempre rivendicato la mia doppia esperienza: teorica e vissuta.

La sua esperienza ha ispirato altri?

Sì. Alcuni detenuti mi hanno scritto, alcuni hanno scelto di studiare. Ho anche collaborato con progetti educativi nelle carceri.

Ha mai insegnato fuori dal carcere?

Sì, in alcune università e convegni. Ma la mia vera aula è sempre stata la cella trasformata in biblioteca.

Che cosa pensa della gioventù di oggi?

Spaesata, fragile, ma non senza risorse. Bisogna dare spazi di parola, di espressione, di studio. Anche chi sbaglia merita l’ascolto.

Quali sono i testi sociologici che consiglierebbe?

Oltre ai classici – Durkheim, Weber, Goffman – consiglio letture che uniscono teoria e vita: Elias, Bourdieu, ma anche autori italiani come Capitini e Danilo Dolci.

Ha mai avuto contatti con movimenti politici o sociali?

Ho partecipato a iniziative legate all’educazione carceraria, ai diritti dei detenuti, ma senza mai iscrivermi a partiti. La mia militanza era culturale.

Si considera un intellettuale militante?

Sì. Per me scrivere è stato sempre un atto politico. Dare voce a chi non l’ha mai avuta.

Come immagina un carcere ideale?

Un luogo aperto, dove si studia, si lavora, si partecipa. Dove si costruisce un futuro, non si consuma una punizione.

Qual è il ricordo più forte della sua esperienza carceraria?

Il giorno in cui ho discusso la tesi di laurea. Non per il titolo, ma per ciò che rappresentava: dignità ritrovata.

La sociologia italiana valorizza abbastanza esperienze come la sua?

Non sempre. C’è ancora un certo snobismo accademico. Ma spero che le cose cambino, e che la sociologia ascolti di più.

Ha mai pensato di scrivere un romanzo?

Sì, ma poi ho scelto la saggistica narrativa. La mia vita era già un romanzo sociale.

Cosa direbbe oggi a un giovane detenuto?

Non rassegnarti. Prendi in mano un libro. Ogni parola letta è un passo verso la libertà.

E a un giovane sociologo?

Non limitarti a studiare la società: vivila, ascoltala, cambiala.

Qual è il ruolo della cultura nel processo di rieducazione dei detenuti?

La cultura è fondamentale. Attraverso lo studio e la conoscenza, i detenuti possono comprendere le cause profonde della loro condizione e sviluppare strumenti per reintegrarsi nella società.

Quali cambiamenti auspica per il sistema penitenziario?

Spero in un carcere che metta al centro la dignità del detenuto, offrendo percorsi formativi e lavorativi che facilitino il reinserimento sociale. È essenziale superare la mera logica punitiva. Bisogna riflettere sul significato della pena e sulla necessità di un sistema che promuova la giustizia sociale. Il carcere non dovrebbe essere un luogo di esclusione, ma di possibilità.


📚 Opere di Giulio Salierno

- Il carcere in Italia (con Aldo Ricci), Einaudi, 1971

Un’analisi approfondita del sistema carcerario italiano, basata su inchieste e studi sul campo.

- Autobiografia di un picchiatore fascista, Prima edizione: Einaudi, 1976, Riedizione: Einaudi, 1997

In questo libro, Salierno racconta la sua giovinezza trascorsa tra violenza politica e criminalità, offrendo una riflessione critica sul carcere e sulla possibilità di riscatto attraverso la cultura.

- Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi Einaudi, 2001

Salierno raccoglie e presenta le storie di persone emarginate, offrendo uno spaccato della criminalità e della marginalità sociale in Italia.


* L’intervista è stata svolta dal prof. Massimo Stefano Russo avvalendosi del metodo gamma da lui generato e sviluppato, col contributo di chatgpt. Il testo è opera del prof. Massimo Stefano Russo che ne è l’autore e il diretto responsabile, chatgpt ha contribuito nel fornire indicazioni e informazioni indispensabili e per questo merita di essere citata.



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