Includere, credere e obbedire
L’inclusione che si erge a giudice della storia ed indica col dito gli errori del passato e tace sul presente, non è inclusione è la nuova ignoranza ideologica, il cui scopo è addestrare soldati...
L’inclusione nella forma dell’eguagliamento acritico continua la sua corsa. L’obiettivo finale è l’inclusione nel migliore dei mondi: il capitalismo guerrafondaio e inclusivo! Naturalmente si deve percepire solo l’immagine di una società inclusiva senza guardare la realtà e la verità della violenza velata da parole di facile consenso e assenso come: inclusione.
Quest’ultima parola campeggia inquietante e bugiarda in ogni dimensione istituzionale e nell’industria culturale. Uno dei modi per accrescere la percezione di essere situati in una società inclusiva è la trasformazione dei libri di testi delle scuole in strumenti ideologici finalizzati a formare generazioni fedeli all’ideologia dell’inclusione, mentre sui media dominano modelli sociali crematistici ed edonistici. Il denaro ostentato e il successo individuale sono le cattive stelle che brillano fino ad accecare la ragione individuale e pubblica.
Negli ultimi anni sono stati tagliati 13 miliardi alla sanità pubblica negli ultimi anni (dati Gimbe), siamo in un tempo così inclusivo che una parte ormai sempre più ampia della popolazione non può usufruire della sanità pubblica per le lunghe attese e non può accedere alla sanità privata per gli alti costi. Tagliare il sociale ed escludere questa è la verità, facilmente accertabile, dell’inclusione del nostro tempo menzognero.
Malgrado la verità oggettiva di questi dati che offendono il dettato costituzionale e svendono il pubblico al privato, continua ad imperare l’ideologia dell’inclusione. In taluni manuali di storia della filosofia, e suppongo non solo, sono presenti paragrafi specifici sulla condizione femminile nelle civiltà antiche e, in particolare, nell’Antica Grecia.
Gli alunni constatano che la civiltà greca si connotava per la sua organizzazione escludente, mentre la nostra società, si connota per la sua capacità inclusiva ed emancipatrice, al punto che può giudicare il passato e chiudersi al futuro, in quanto bisogna difendere il presente inclusivo. Il contrasto, naturalmente, è usato per obliare il passato ed esaltare il presente. Gli alunni scoprono che il logos era rigorosamente al maschile e le donne erano zittite. La civiltà greca è descritta come “androcentrica”, e non vi è neanche un “pudico tentativo” di spiegare la motivazione di tale androcentrismo.
La civiltà greca è dunque naturalmente discriminante, non vi è riferimento alcuno alle condizioni economiche, tecnologiche e storiche. I Greci antichi sono naturalmente razzisti. Tutto questo non può che favorire, nella società inclusiva, l’affermarsi di pregiudizi verso gli studi antichi, e inevitabilmente diventa uno spot per la società attuale a capitalismo integrale.
Ancora una volta le istituzioni che dovrebbero difendere la filosofia nella sua finalità onto-assiologica, sono le stesse che la denigrano. Naturalmente il semplicismo ideologico ha lo scopo di produrre l’eguagliamento dell’ignoranza, gli alunni devono credere che il tempo attuale sia inclusivo per contrasto col mondo greco. In tale lavoro ideologico è abilmente occultato il modo di produzione e, specialmente, si omette un dato non secondario, che gli uomini che non avevano sostanze sufficienti e gli schiavi erano anch’essi esclusi dall’attività filosofica e politica e, pertanto, se nella civiltà greca tale esclusione era determinata dal modo di produzione (non vi erano macchine e l’energia era muscolare) nella nostra realtà sono esclusi dall’attività politica e teoretica gran parte dell’umanità, benché vi siano le condizioni materiali per il libero accesso (la parola inclusione è asfissiante) di ogni essere umano alla cultura teoretica come ai servizi, ma ciò malgrado ciò non è perseguito, anzi l’esclusione sulla base del censo è la norma mai posta in discussione, mentre si esalta l’inclusione in campo pedagogico e istituzionale. Tale contrasto ha il fine di deviare l’attenzione dalla nuda e cruda realtà.
Ancora una volta si usano parole buone (inclusione) per ottenere e perseguire l’adattamento acritico ad una realtà fondata sulla discriminazione in base al censo. Si insegna ai ragazzi che è non vi è alternativa al nostro presente talmente inclusivo che ha tollerato e tollera genocidi, perché contano solo gli affari. L’inclusione è dunque strategia ideologica con la quale si inoculano pregiudizi e si alzano barriere.
Giudicare il passato e istituire tribunali, qualsiasi storico lo confermerebbe, è il modo più errato per capire, in quanto “le realtà sociali altre” sono complesse nella loro realtà olistica e devono essere comprese mediante categorie (struttura-sovrastruttura) che permettono di comprendere senza proiettare giudizi in modo semplicistico che producono “pubblico rimprovero” e mai cultura critica e progettuale:
“La giustizia storica, quando lei stessa viene esercitata realmente e con pura disposizione di idee, è per questo motivo una virtù terribile, perché mina da sotto e manda in rovina il vivente: il suo giudicare è sempre un annientare. Se dietro la spinta storica non agisce nessuna spinta costruttiva, se non si distrugge e non si fa ordine, affinché un futuro che vive già nella speranza costruisca la sua casa su un terreno liberato, se la giustizia agisce da sola, allora l’istinto creativo viene svuotato di forza e scoraggiato.
Una religione, ad esempio, che debba essere mutata in sapere storico sotto l’azione della giustizia pura, una religione che debba essere riconosciuta in modo del tutto scientifico, è insieme distrutta alla fine di questa via. Il motivo si trova nel fatto che nel controllo storico ogni volta emergono tante cose false, rozze, disumane, assurde, violente, che uno stato d’animo così pieno d’illusione e di pietà, nel quale tutto ciò che vuol vivere riesce a vivere, necessariamente va in polvere; ma solo nell’amore, solo all’ombra dell’illusione d’amore l’uomo crea, cioè solo nella fede incondizionata in ciò che è perfetto e giusto.
A chiunque, che si obblighi a non amare più in modo incondizionato, si sono tagliate le radici della sua forza: egli deve disseccarsi, cioè diventare insincero. In tali effetti l’arte è opposta alla storia e solo se la storia sopporta di essere mutata in opera d’arte, di diventare una pura immagine artistica, può mantenere gli istinti o addirittura risvegliarli. Ma una tale storiografia contraddirebbe senz’altro il lato analitico e non-artistico della nostra epoca, verrebbe certamente percepita come una falsificazione.
Ma la storia, che distrugge solamente senza che la conduca una spinta costruttiva interiore, sulla durata rende i suoi strumenti indifferenti e innaturali, dato che tali uomini distruggono le illusioni e “chi distrugge le illusioni in sé e negli altri, questi viene punito dalla natura, il tiranno più severo” [1].
L’inclusione che si erge a giudice della storia ed indica col dito gli errori del passato e tace sul presente, non è inclusione è la nuova ignoranza ideologica, il cui scopo è addestrare soldati in difesa dell’ordine costituito. La filosofia deve combattere tutto questo, oggi ha un grande compito.
Nelle istituzioni filosofiche e tra gli operatori del settore, e di questo dobbiamo prendere atto, vi è un adattamento antifilosofico al sistema e ciò rende la condizione del nostro tempo malinconica, ciò malgrado la filosofia da sempre ha il compito di dialettizzare il suo tempo storico per vincere le sclerotizzazioni filosofiche.
[1] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Traduzione a cura di Monica Rimoldi, pp. 21-22.
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