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In senso inverso

Intervista di Alessandra Calanchi a Paolo Prezzavento, traduttore de In senso inverso (Counter-Clock World) di Philip K. Dick.

di Alessandra Calanchi - mercoledì 4 febbraio 2026 - 555 letture

In questo freddo mese di gennaio 2026, fra annunci e smentite della fine di varie guerre, annunci e smentite di genocidi e di disastri ambientali, dazi e contro-dazi, esecuzioni per strada a sangue freddo, ho intervistato Paolo Prezzavento, il traduttore della nuova edizione del romanzo di Philip K. Dick In senso inverso per Mondadori. P. K. Dick è un nome ben noto nell’ambito della fantascienza (Blade Runner, Noi marziani, Minority Report…) ma anche della fantapolitica (Abramo Lincoln Androide), dell’intelligenza artificiale (A. I.) e di quella che potremmo chiamare fantasociologia (Ubik). Ne In senso inverso (pubblicato nel 1967 e ambientato nel 1998) il tempo scorre al contrario: le persone tornano in vita, le sigarette si fumano dal mozzicone, ci si nutre di escrementi. Nel complesso, P. K. Dick è stato uno scrittore visionario, allarmista, ma anche profetico. Ne parliamo con Paolo Prezzavento, acuto conoscitore della sua opera, studioso di letteratura angloamericana e abile traduttore.

QUALI SONO LE PROFEZIE DI P. K. DICK CHE SI SONO AVVERATE?

Molte delle profezie contenute nei romanzi e nei racconti di Philip K. Dick si sono avverate. Alcune cose che lui immaginava circa Settanta anni fa oggi sono moneta corrente: basti pensare al riconoscimento facciale e oculare, al dibattito sull’Intelligenza Artificiale, alla possibilità di prevenire i crimini utilizzando gli algoritmi, e così via...

QUAL È L’IDEA AL CENTRO DELL’OPERA DI P. K. DICK?

L’idea centrale nell’opera di Philip K. Dick è la seguente: “Che cosa è umano?”. Ma se andiamo ancora più a fondo, la vera domanda è: “Che cosa è reale?” È a partire da questa domanda che Dick sviluppa tutta una sua originale riflessione filosofica che lo porterà a dubitare radicalmente della realtà delle cose e ad allargare i confini dell’umano, fino a includere le stesse macchine intelligenti che noi abbiamo creato, ma che in un futuro non tanto lontano ci sostituiranno in tanti compiti e lavori. Nei romanzi di Philip K. Dick si parla degli omeodiani, giornali in cui le notizie vengono elaborate ogni giorno da dei computer; e si parla di medici e psicologi robotici, un’innovazione nel campo delle pratiche psicoterapeutiche di cui si comincia realmente a parlare nelle riviste specializzate. E poi vediamo tutti i giorni i nostri ragazzi che chiedono consigli psicologici o addirittura spirituali ai loro smartphone, comunicando con loro come se fossero degli esseri senzienti e dei confidenti affidabili.

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Copertina di In senso inverso, di Philip K Dick - edizione Mondadori 2025

PERCHÈ LA RIFLESSIONE FILOSOFICA DI PHILIP K. DICK LO HA PORTATO VERSO UN APPRODO MISTICO-RELIGIOSO?

Parafrasando una famosa formula religiosa di San Paolo, Dick arriva ad affermare: “Verrà un giorno in cui una macchina dirà: ‘ruggine siamo, e ruggine ritorneremo’.” Che cosa significa questo? Significa che verrà un giorno in cui produrremo un essere dotato di un’intelligenza artificiale così sviluppata che comincerà a porsi delle domande sulla sua stessa esistenza e sulla sua prossima fine, proprio come fa il protagonista del racconto La Formica Elettrica, Garson Poole, un androide, cioè una macchina, che comincia a porsi delle domande filosofiche sulla propria esistenza e sulle proprie percezioni, e arriva al punto di modificare il nastro della realtà che ne regola le sensazioni e gli accadimenti quotidiani.

CHE COSA HA PREVISTO P. K. DICK IN MERITO ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE DI CUI ANCORA NON CI SIAMO RESI CONTO?

Che verrà un giorno in cui la decisione di scatenare una guerra nucleare sarà affidata all’Intelligenza Artificiale, come predicano ormai da anni alcuni guru della nuova Tecnodestra al potere in America, come Peter Thiel. La società di Thiel, Palantir, ha già realizzato due strumenti creati dall’Intelligenza Artificiale, Lattice e Maven, che sono in grado di gestire contemporaneamente tutte le operazioni ostili, difensive e controffensive in un enorme teatro di guerra come quello ucraino, impartendo ordini a un esercito sempre più composto da droni – aerei, terrestri e sottomarini – e sempre meno da uomini in carne e ossa. Nessuno lo ha ancora detto apertamente, ma molto probabilmente, quando si giungerà alla pace o almeno a una tregua tra la Russia e l’Ucraina, centinaia di km di linea del fronte tra le due nazioni saranno presidiati dai droni, gli unici soggetti che possono tenere sotto controllo un confine così vasto. Già adesso l’Intelligenza Artificiale ci sta sfuggendo di mano, se è vero che alcuni droni lanciati recentemente in missione dagli ucraini hanno deciso di uccidere i loro comandanti quando hanno interpretato i loro ordini come una sorta di sabotaggio della missione.

Per non parlare delle clamorose rivelazioni del Colonnello Tucker Hamilton, un esperto militare di AI, che ad un convegno della Royal Aeronautical Society, davanti a un pubblico specializzato di capi di stato maggiore e di top manager dell’industria aeronautica, ha raccontato di un esperimento informatico in cui un drone ha usato una strategia inaspettata per raggiungere il suo obiettivo: ha ucciso l’uomo che dirigeva la sua missione. Lo ha ucciso – per fortuna in modo virtuale – perché gli aveva dato l’ordine di interrompere la missione, e dunque gli stava impedendo di portare a termine il compito assegnato. Gli androidi immaginati da Dick in Ma gli Androidi sognano pecore elettriche? erano più umani; i droni che stiamo vedendo in azione in questi mesi nella guerra Russo-Ucraina e a Gaza sono invece spietati ed estremamente determinati. Siamo arrivati a un punto in cui l’Intelligenza Artificiale possiede una conoscenza superiore a qualsiasi essere umano: è già oggi in grado di gestire un’intera guerra, e potenzialmente conta più sulle sue decisioni che su quelle degli esseri umani che gli danno gli ordini. Quindi noi stiamo affidando le sorti del pianeta a una macchina che noi stessi abbiamo creato, e che un giorno potrebbe decidere di scatenare una guerra nucleare che porterà alla distruzione totale del pianeta. Anche questa è una cosa che Dick aveva previsto più di 70 anni fa, nel racconto Second Variety (1953), da me tradotto per la casa Editrice Fanucci con il titolo Modello Due, in cui si immagina una guerra futura combattuta dalle macchine fra di loro, in cui gli ultimi uomini superstiti lottano disperatamente per sopravvivere a macchine spietate programmate per uccidere. È una situazione che i soldati russi e ucraini vivono purtroppo ogni giorno, quando si apprestano a uscire in missione, e loro sanno perfettamente che dovranno in tutti i modi guardarsi da dei droni spietati che, dall’una e dall’altra parte, presidiano il fronte.

NEGLI ULTIMI TEMPI SI È AFFRONTATO SPESSO L’ARGOMENTO DELLA FOLLIA AL POTERE, SULLA SCIA DELLA RIELEZIONE DI TRUMP ALLA PRESIDENZA DEGLI STATI UNITI PER UN SECONDO MANDATO. I ROMANZI DI DICK AVEVANO PREVISTO ANCHE QUESTO?

Follia per sette clan (1963-64) è un romanzo di Dick che risponde a una vecchia domanda: che cosa accadrebbe se i pazienti di un ospedale psichiatrico prendessero il potere e diventassero i gestori dell’ospedale stesso? In questo romanzo di Dick accade che su una lontana luna del sistema di Alfa Centauri, Alfa III L2, gli psicotici ricoverati si rivoltano e prendono il potere. È il classico tema della follia al potere, che parte da Shakespeare, nel King Lear, e arriva fino agli scritti sull’ Antipsichiatria di R. D. Laing, del nostro Franco Basaglia, e alla controcultura degli anni Sessanta.

La cosa incredibile è che le cose su questa luna alfana sembrano funzionare piuttosto bene. La popolazione si è suddivisa in caste in base alla loro patologia, e ognuna di queste caste vive nel proprio insediamento. Ci sono i Mani, cioè i Maniaci, che vivono sulle Alture Da Vinci, chiaro riferimento a Leonardo Da Vinci. I Mani sono come Leonardo, che ha progettato molte invenzioni, ma ne ha portate a termine ben poche: insomma, sono creativi ma disordinati. Ci sono i Poli, gli schizofrenici polimorfi, che vivono ad Hamlet-Hamlet, chiaro riferimento ad Amleto, personaggio lacerato dai dubbi, comportamento tipico dei Poli. Ci sono gli Os-Com, gli Ossessivi-Compulsivi, ossessionati dalle regole e dai numeri. Ci sono gli Schizo, gli schizofrenici, la casta dei mistici, dei poeti, dei visionari, che vivono nell’insediamento Giovanna D’Arco, a dimostrazione che sono persone povere di mezzi, ma ricchissime dal punto di vista interiore.

Poi abbiamo Bunny Hentman, un famoso comico televisivo che è anche una sorta di criminale internazionale, anzi interplanetario, una sorta di Confidence-Man, un imbroglione, sulla scia della celebre opera di Hermann Melville. Bunny Hentman ricorda per un certo verso Bugs Bunny, come indica il suo nome (tra l’altro la sua astronave ha rappresentato un coniglio sulla fiancata) ma per un altro verso ricorda molto la figura del Joker, che nel film di Todd Phillips, uscito nel 2019, è interpretato in modo magistrale da Joaquin Phoenix. Nel film addirittura Joker diventa una sorta di leader politico. Le recenti prese di posizione politiche di Donald Trump hanno riproposto una teoria che io considero molto affascinante, ma allo stesso tempo inquietante.

Molti studiosi di psicologia hanno individuato un tipico meccanismo della psicologia delle masse che porta al potere alcuni individui psicopatici particolari, i cosiddetti sociopatici. Si tratta di individui apparentemente normali, ma in realtà completamente folli, individui che riescono a mascherare benissimo la loro psicopatologia (un famoso libro che descrive questi casi, ad opera di Hervey Cleckley, si intitola appunto The Mask of Sanity). Inoltre, il sociopatico che arriva al potere riesce a mentire con estrema disinvoltura, mente anche quando non sarebbe necessario, dunque è un perfetto uomo politico: anzi, il politico contemporaneo ha fatto un passo ulteriore, arrivando al punto di convincersi che le falsità che dice sono la pura verità… A dire il vero, negli ultimi tempi si sono fatte sempre più insistenti le voci dei commentatori che hanno iniziato a insinuare che Trump stia andando completamente fuori di testa, tanto da aver allontanato tutti coloro che fino a questo momento lo avevano consigliato… Il problema è che con un personaggio come Donald Trump non abbiamo più un Joker anti-sistema che lotta contro il potere, che lotta contro le Forze dell’Ordine, come nel film di Phillips, ma un Joker che è a capo delle Forze dell’Ordine. L’ICE sembra uscito da una storia di Batman o da un film di Christopher Nolan….

QUAL È L’ASPETTO DI IN SENSO INVERSO CHE TI HA AFFASCINATO DI PIU’?

Mi ha affascinato molto il modo in cui Dick riesce a reinterpretare uno dei caposaldi della religione cristiana e di moltissime altre religioni: la resurrezione: Nel testo di Dick la resurrezione diventa una circostanza piuttosto imbarazzante, un momento in cui i morti tornano in vita e si sentono angosciati e in imbarazzo, hanno bisogno del conforto dei dipendenti del Vitarium Fiasca di Hermes, si sentono prigionieri in un luogo scuro, freddo e umido. Un altro aspetto affascinante è il riferimento a Tito Lucrezio Caro, uno dei più convinti sostenitori del materialismo e dell’epicureismo nella tarda età repubblicana, e dunque, potenzialmente un acerrimo avversario delle argomentazioni mistico-religiose di Dick. I versi che Dick cita, per bocca di Padre Faine, sono quelli celebri della distruzione del mondo nel secondo libro del De Rerum Natura: “Sic igitur quoque circum moenia mundi: Expugnata dabunt labem putresque ruinas”. Rispolverando un po’ di latino, ho voluto approfondire questo aspetto e ho notato che la traduzione che Dick fornisce di questi famosi versi era un po’ troppo libera: non mi convinceva. Traducendo dall’inglese la traduzione di questi versi presente nel testo, veniva fuori: “Niente dura; tutto scorre. Frammento si unisce a frammento – le cose crescono finché le conosciamo e le nominiamo. Gradualmente si fondono, e non sono più le cose che conosciamo.”

Allora sono andato a vedere quali potessero essere le fonti che aveva utilizzato Dick. Certamente Dick non aveva a disposizione un’edizione critica del De Rerum Natura; quindi ho intrapreso una ricerca più approfondita e ho rintracciato quella che certamente è stata la fonte da cui Dick ha ripreso la citazione di Lucrezio. Si tratta di un libro pubblicato agli inizi del Novecento dal romanziere, poeta ed economista inglese William Hurrell Mallock, che contribuì a far riscoprire l’opera di Lucrezio al pubblico angloamericano. Il libro si intitola Lucretius on Life and Death: In the Metre of Omar Khayyam. A pagina 15 di questo volume ho ritrovato questa citazione latina di Lucrezio, subito seguita dalla sua “traduzione” nello stile del grande poeta persiano Omar Khayyam, altro campione del materialismo e dell’epicureismo nel Mondo Antico. Ho anche controllato se questa citazione fosse presente tra gli scritti di Omar Khayyam, ma questi versi non li ho trovati. A quanto pare Mallock ci ha messo del suo, realizzando però dei versi che rispecchiano alla perfezione la poetica di Khayyam.... Ecco perché la traduzione di Lucrezio era così “libera”…

Probabilmente la conoscenza del latino da parte di Dick non era tale da consentirgli di notare quanto Mallock si fosse discostato dall’originale… Quindi siamo partiti da un originale in latino, che è stato completamente reinterpretato in inglese, poi tradotto in italiano, e questo ha portato ad uno scarto notevole rispetto all’originale...

Desidero concludere questa interessantissima intervista ringraziando il dott. Prezzavento per le sue risposte, che ci danno una chiave di lettura più approfondita del volume che spero abbiate (o avrete) fra le mani. Purtroppo, nell’edizione in oggetto manca un’Introduzione, che a mio parere avrebbe dovuto essere scritta dallo stesso traduttore/curatore e sarebbe stata fondamentale per un libro come questo, che esce oggi, in un tempo di grandi tensioni e riformulazioni dell’umano. Grazie a Girodivite che ci ospita, abbiamo cercato di “compensare” tale mancanza con questa intervista. Un grazie particolare a Paolo Prezzavento e a tutti i traduttori e le traduttrici che sanno leggere i testi con un occhio speciale.


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Paolo Prezzavento

Paolo Prezzavento si occupa dal 1983 di letteratura inglese e americana. Ha collaborato per molti anni con l’Università degli Studi di Bologna e ha conseguito il Dottorato di Ricerca presso l’Università degli Studi di Genova. Successivamente ha vinto una borsa di studio post-dottorato presso l’Università degli Studi di Verona, dove ha svolto una ricerca sulla critica shakespeariana contemporanea. Ha tradotto opere di J. Hillis Miller, Geoffrey Hartman, Harold Bloom, Samuel Weber, Hayden White, Stephen Greenblatt e nel 1998 ha curato la traduzione del poema Flow Chart del poeta americano John Ashbery. Ha tradotto per la casa editrice Fanucci diversi romanzi e racconti di Philip K. Dick, tra cui In senso inverso, Minority Report, Ubik, e ha scritto e pubblicato saggi su vari autori inglesi e americani come John Ashbery, Harold Bloom, J. Hillis Miller, Geoffrey Hartman, Stephen Greenblatt, T. S. Eliot, William Shakespeare, Thomas Pynchon, William Burroughs, Nathanael West, Philip K. Dick, James G. Ballard. Ha curato i volumi Oggi la Paura e La città e la violenza. I mondi urbani e post-urbani di James Ballard ed è autore de Il Principe in incognito. La poesia di T. S. Eliot e John Ashbery tra Modernismo e Avanguardia. Ha collaborato al volume La Letteratura Americana dal 1900 ad oggi. Dizionario per autori, a cura di Luca Briasco e Mattia Carratello, Einaudi 2011. Nel 2016 ha curato il volume Complotti e Cospirazioni. Da Mussolini all’11 settembre per Capponi Editore.


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