In attesa di verità e giustizia: intervista a Salvatore Borsellino
"Paolo è come un soldato, che è andato a combattere una guerra. In una guerra, si sa, c’è il rischio di venire uccisi, ma il fuoco che ha ucciso Paolo e i ragazzi della sua scorta non è arrivato dal nemico che stavano combattendo"
Quella che segue è un’intervista a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del movimento delle Agende rosse. Salvatore ha accolto il mio invito a rispondere ad alcune domande per iscritto e le sue risposte sono arrivate il 1° febbraio di quest’anno.
D) Salvatore, così come ho domandato ad altri interlocutori familiari delle vittime innocenti della mafia, ti chiedo in che modo è cambiata – se è così – la percezione della mafia prima e dopo quel tragico 19 luglio 1992?
R) In realtà, io non credo che la percezione della mafia si cambiata in corrispondenza proprio della strage di via D’Amelio, perché troppe altre stragi avevano già prima di quella insanguinato il nostro paese. Quello che è cambiato, visto la sua vicinanza alla strage di Capaci e visto che tutti si aspettavano che il prossimo obiettivo sarebbe stato Paolo e dati che tutti hanno percepito che Paolo non è stato protetto dallo Stato come avrebbe dovuto, anzi, è stata più che la percezione della mafia la percezione dei rapporti e delle complicità tra mafia e Stato.
D) In uno dei tuoi interventi al liceo artistico torinese “Renato Cottini”, tu dicesti che, dopo la scomparsa di Paolo e dei ragazzi della scorta, credevi di dover fronteggiare i suoi nemici e ti sei trovato, invece, a dover combattere (non ricordo il verbo esatto) contro i suoi “amici”. Cosa intendevi esattamente?
R) In realtà, questo è un concetto che spesso, nei miei incontri con gli studenti, esprimo in altra maniera, non facendo riferimento agli “amici”. Quello che dico, per rendere evidente il concetto è che Paolo è come un soldato, che è andato a combattere una guerra. In una guerra, si sa, c’è il rischio di venire uccisi, ma il fuoco che ha ucciso Paolo e i ragazzi della sua scorta non è arrivato dal nemico che stavano combattendo, ma è un fuoco che è arrivato dalle loro spalle, proprio da chi avrebbe invece dovuto combattere insieme a loro.
D) Prima di entrare nel discorso più specifico sulla travagliata vicenda giudiziaria relativa alla strage di via D’Amelio, ti pongo una domanda più generale: quel tragico episodio è legato, a tuo parere, ad altre vicende criminose che lo precedono e che gli succedono? Se sì, quali sono i legami che tu intravedi tra quel fatto drammatico e gli altri? È sbagliato isolare via D’Amelio da Capaci, da Bologna, dalle stragi del ‘93, in sostanza?
R) È sbagliato isolare la strage di via D’Amelio sia dalle stragi che la hanno preceduta – Stazione di Bologna, Capci e le altre – sia da quelle che la hanno seguita, via dei Georgofili, via Palestro e il mancato attentato allo Stato Olimpico. Purtroppo, questo è quello che sta tentando di fare sia la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta da una amica di terroristi del calibro di Ciavardini come Chiara Colosimo, sia la Procura di Caltanissetta, incline alle archiviazione e ad avallare depistaggi come quelli di Scarantino e che non ha mai istruito un processo specifico sulla sparizione dell’Agenda Rossa, la scatola nera della strage di via D’Amelio, sia lo stesso sistema di potere che oggi ci governa e che sta tentando di cancellare le tracce e la memoria di quel filo nero del terrorismo neofascista che invece tutte queste stragi indissolubilmente collega.
D) Entriamo nel caso giudiziario specifico. A oggi, Salvatore, cosa si sa e cosa, a tuo giudizio, resta ancora in ombra della strage di via D’Amelio? E cosa e perché, a tuo parere, resta ancora silenziato di quella drammatica vicenda? Credi ancora nella possibilità che si giunga a una più completa verità giudiziaria?
R) Nella strage di via D’Amelio, ci sono purtroppo ancora molte più ombre che luci, a partire da quella agenda rossa scomparsa e mai più venuta alla luce anche perché, addirittura, non c’è stato mai un processo specifico sulla sua scomparsa a parte quello dove l’allora capitano Arcangioli, fotografato mentre si allontana dalla macchina di Paolo con la sua borsa, che conteneva l’agenda, in mano, è stato assolto in fase addirittura di udienza preliminare. Non si sa ancora chi e da dove ha premuto il telecomando che ha causato l’esplosione, non si sa chi era l’uomo che, insieme ai mafiosi, in un garage di Palermo, sovrintendeva alla preparazione della trappola esplosiva, non si sa chi abbia detto a Totò Riina della necessità di compiere prima possibile quella strage e i veri motivi di questa accelerazione. E potrei continuare a lungo, ma ormai ho perso la speranza che si possa, in un’aula di Giustizia, arrivare alla Verità.
D) Com’è noto, tu sei il fondatore e l’animatore del movimento delle Agende rosse, il cui simbolo è, appunto, l’agenda scomparsa dalla borsa di Paolo e mai più ritrovata. Sai che molti analisti e commentatori rilevano un certo infiacchimento dell’antimafia civile. Qual è la tua opinione a riguardo? Le Agende rosse mantengono lo stesso slancio iniziale in una società che pare, per tanti versi, assuefatta ai discorsi sulle mafie?
R) L’antimafia civile ha purtroppo ormai perso molto impulso e purtroppo la stessa parola è ormai troppo spesso diventata uno slogan e niente altro. Non poteva succede altrimenti in un paese in cui, addirittura a livello governativo, si ipotizza la possibilità di convivere con le mafie. Nelle stesse Agende Rosse c’è sicuramente ancora lo stesso slancio iniziale, ma, anche se ancora tanti giovani si accostano al nostro Movimento, per tanti di noi gli anni cominciano a pesare e le forze necessarie per combattere questa battaglia cominciano a venire meno.
D) Nell’ottobre 2024, eri presente in un dibattito al Senato dal titolo “vogliamo tutta le verità sulle stragi”, un accorato intervento di alcuni familiari delle vittime delle mafie che rivendicavano il diritto a conoscere, finalmente, tutta la verità su alcuni dei più drammatici fatti di sangue della nostra Repubblica. Oggi quell’incontro è diventato un Coordinamento; puoi spiegarmi, per favore, di cosa si tratta?
R) Ho cercato in ogni modo di arrivare a creare questo coordinamento tra le associazioni dei familiari delle vittime di stragi e di mafia, perché, troppo spesso, siamo soltanto noi familiari di vittime a portare avanti – e anche a essere lasciati soli – questa battaglia senza fine per la Verità e la Giustizia. Sono riuscito a creare questo Coordinamento di cui fanno parte le associazioni dei familiari delle vittime della Strage della Stazione di Bologna, di Piazza della Loggia, di Piazza Fontana, del Rapido 904, del Treno Italicus oltre che singoli familiari come i familiari del Giudice Bruno Caccia, del Giudice Mario Amato, dell’agente di polizia Agostino Catalano, dell’agente di polizia Nino Agostino, dell’agente di polizia Antonio Montinaro, dell’educatore carcerario Umberto Mormile, dell’urologo Attilio Manca, di Luigi Ilardo, ucciso prima che potesse diventare collaboratore di Giustizia L’ho fatto nella speranza che la voce di tutti, di tutti insieme, potesse diventare più forte e ascoltata. Purtroppo, sino ad ora, i mezzi di informazione, asserviti al potere, ci hanno oscurato e le Istituzioni, alle quali si sono rivolte i nostri appelli, sono rimaste sorde, ma continueremo a combattere e la nostra voce si leverà sempre più forte.
D) Posso chiederti, se non è indelicato, un tuo ricordo di Paolo? Sono passati tanti anni da allora, dal 19 luglio. È cambiato il ricordo di tuo fratello? Si è arricchito di qualche particolare? Cosa manca di Paolo Borsellino non solo alla magistratura contemporanea, ma al dibattito pubblico sulle mafie, Salvatore?
R) Il ricordo più vivo che ho di Paolo è quello dell’ultima telefonata, ricordo che, perentoriamente, si sovrappone ai tanti ricordi che ho della nostra gioventù, prima che io lasciassi Palermo e che lui vi restasse per incontrarvi la morte. Quel giorno, era il venerdì precedente a quella tragica domenica in cui la sua vita sarà spezzata, gli telefonai e gli dissi: «Paolo, per carità, vieni via da Palermo, chiedi di essere trasferito, se resti li ti ammazzano». Paolo mi rispose con delle parole che non posso scordare, mi disse: «Io non accetterò mai di fuggire, io presterò fede sino all’ultimo al giuramento che ho fatto allo Stato». Quello stesso Stato di cui pezzi deviati hanno contribuito alla sua morte.
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