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Immigrazione, sfruttamento e conflitto sociale - Una mappatura delle aree a rischio e quattro studi di caso territoriali

Pubblichiamo un accurato ed esaustivo studio dell’Ires - centro studi della Cgil - su alcune aree ad elevato rischio sociale. Fra queste l’area del siracusano.

di Emanuele G. - lunedì 12 marzo 2012 - 4149 letture

Abstract

L’obiettivo che ci ha spinto a realizzare una prima mappatura delle aree a maggior rischio sociale nel nostro Paese nasce da un profonda riflessione che l’Ires e la Cgil hanno intrapreso all’indomani degli sconcertanti “fatti di Rosarno”. La volontà di capire cosa realmente nascondessero quegli episodi ci ha indotto a realizzare un ricerca complessa su quali fossero i diversi fattori sociali e territoriali alla base di tali avvenimenti. In tal senso la prospettiva utilizzata è stata quella di individuare nella vicenda calabrese una sorta di paradigma di quelle problematicità di mancato sviluppo sociale, economico e culturale che caratterizzano molti altri territori della nostra penisola. Territori in cui nel corso degli anni si è andato affermando un sistema basato su quelli che potremmo definire come “equilibri distorti”, all’interno di cui alcuni attori hanno tratto enormi benefici a discapito delle fasce più deboli della popolazione, provocando profondi squilibri territoriali e di sviluppo.

In tal senso la rivolta degli immigrati a Rosarno, nel gennaio 2010, rappresenta un episodio emblematico che, al di la del clamore mediatico per gli episodi di violenza, sottende la realtà di una condizione di sfruttamento selvaggio del lavoro e nel caso particolare dei braccianti agricoli. Il rischio - che con questa ricerca vorremmo scongiurare - è quello di semplificare quanto accaduto derubricandolo ad un episodio casuale, una mera questione di ordine pubblico in cui affiorano gravissimi atti di razzismo e xenofobia, senza cogliere davvero il peso del fenomeno. La questione, invece, è molto più articolata e deve essere analizzata in tutta la sua complessità. Crisi economica, condizioni di lavoro particolarmente dure (e in alcuni casi al limite della schiavitù), un sistema d’impresa in cui la contrazione del costo del lavoro è l’unica risposta per migliorare la competitività e in cui il peso del sommerso è sempre maggiore, connivenze con la criminalità organizzata e mancanza di controlli da parte delle istituzioni, sono tutti fattori che non possono essere tralasciati se vogliamo evitare che si ripetano episodi come quelli di Rosarno, cosi come quelli di Castel Volturno di due anni fa. Per cercare di spiegare quanto accaduto e la ratio alla base dell’impostazione metodologica della ricerca, prendiamo in prestito il modello proposto dallo storico Lawrence Stone1 che individua tre fasi nella spiegazione di fenomeni sociali complessi: nella prima definisce gli elementi precursori; nella seconda gli elementi precipitanti e nella terza i possibili elementi detonatori.

I precursori di quanto avvenuto a Rosarno sono da ritrovarsi nelle condizioni socio-economiche del territorio: alto tasso di inattività, alto tasso di disoccupazione (soprattutto tra i giovani e le donne), alto tasso di lavoro irregolare, bassa capacità produttiva, difficile accesso agli ammortizzatori sociali, sistema imprenditoriale parcellizzato, un alto tasso di dispersione scolastica, nonché una mancanza da parte delle istituzioni di politiche dedicate all’immigrazione e all’accoglienza.

Elementi questi che rendono estremamente fragile il tessuto sociale e che agiscono su un mercato del lavoro locale in cui il sistema dei diritti e delle tutele copre solo una minima parte dei lavoratori. In questa condizione di estrema precarietà i più esposti sono proprio i lavoratori immigrati; e lo sono doppiamente sia per la loro condizione di migranti economici più facilmente disposti – in mancanza di alternative – ad occuparsi in lavori pesanti, pericolosi e mal retribuiti, sia per le difficoltà oggettive derivanti dalla normativa sull’immigrazione che criminalizza gli irregolari e tiene costantemente sulle spine chi ha il permesso di soggiorno rendendo questi lavoratori ancora più ricattabili e privi di diritti.

I precipitanti comprendono tutti gli elementi di contesto che interagiscono con i precursori e producono effetti specifici accentuandosi e degenerando all’interno del territorio, come il lavoro nero, il caporalato, l’intreccio tra l’illegalità diffusa all’interno dei rapporti di lavoro stessi e la criminalità organizzata. In un quadro del genere è quasi naturale che si vengano a creare delle situazioni di forte sfruttamento sul lavoro e di degrado rispetto alla condizione socio-abitativa, anche perché soprattutto per i lavoratori immigrati l’accesso ai servizi più elementari, come ad esempio un’abitazione dignitosa o le cure mediche, è spesso molto difficile. Secondo il Rapporto annuale pubblicato alla fine del 2009 dall’European Network Against Racism (ENAR), ad esempio, in Italia il 65% dei lavoratori stagionali vive in baracche, il 10% in tende e solo il 20% in case in affitto. Sono lavoratori fondamentali per l’economia agricola soprattutto nelle regioni meridionali eppure nella maggior parte dei casi sono costretti a vivere in condizioni disumane, senza acqua, luce e cure mediche, con paghe che non superano i 25 euro giornalieri.

I detonatori comprendono quei processi che se esasperati e protratti nel tempo, necessariamente finiscono per palesarsi in un conflitto sociale; ovvero la presenza contingente di fattori esogeni che provocano una rottura di quelli che abbiamo definito “equilibri distorti”. Nel caso di Rosarno, le perduranti condizioni di schiavitù nel rapporto di lavoro, il ruolo preponderante delle mafie e il peso devastante che ha la diffusione della cultura xenofoba e razzista rispetto alla convivenza ed alla percezione dell’altro, unitamente alle difficili ed instabili condizioni socio-economiche del territorio ed alle conseguenze della crisi economico-finanziaria, sono state la miscela esplosiva che ha portato a quelle giornate di forte conflitto. Sicuramente nella zona di Rosarno, un ruolo fondamentale nello scoppio delle rivolte dello scorso gennaio lo ha avuto la criminalità organizzata che avendo il controllo sull’intera filiera produttiva (produzione, raccolta, distribuzione, conservazione, commercializzazione) e approfittando di un perdurante “vuoto istituzionale”, esercita un forte controllo sulla gestione della manodopera e su una parte non trascurabile dell’intera società.

A detonare questa miscela esplosiva – facendo saltare lo status quo – sono stati fattori esterni che hanno reso antieconomico il “modello produttivo” dominante. Oggi, infatti, la commercializzazione delle arance in Calabria non è più conveniente come qualche anno fa, sia a causa dell’applicazione delle nuove disposizioni delle politiche agricole comunitarie, che destina i contributi europei non più in base alla quantità di frutta effettivamente prodotta ma in base al numero di ettari posseduti, sia per via dei prezzi altamente competitivi dei mercati spagnoli, tunisini e marocchini.

Pertanto i lavoratori stranieri, che ormai da venti anni, da ottobre a marzo, lavoravano in queste terre nella raccolta delle arance e non solo, non sono più ritenuti utili alla produzione e sono quindi diventati “ospiti” indesiderati. Il quadro appena tracciato e alcune delle dinamiche sopra descritte non sembrano caratterizzare solamente la zona della Piana di Gioia Tauro, o le aree più depresse del Mezzogiorno, ma, seppur con le dovute differenze, si possono osservare anche nelle regioni centro-settentrionali. Precursori, precipitanti e detonatori di “nuove Rosarno” si possono riscontrare in diversi territori del nostro Paese. Quanto accaduto dovrebbe, quindi, condurre ad una riflessione collettiva e più ampia: il combinato disposto di sfruttamento, mancato sviluppo e corruzione della piana di Gioia Tauro in generale e di Rosarno in particolare, costituiscono una sorta di paradigma di quello che potrebbe accadere in molte altre realtà. Quanto è emerso dopo la rivolta dei lavoratori africani a Rosarno ha nuovamente posto l’attenzione sia rispetto alle gravi forme di sfruttamento lavorativo e degrado sociale in cui versa una considerevole parte dei lavoratori in questo paese - e si tratta soprattutto di immigrati -, sia rispetto all’assenza di decisive ed adeguate politiche locali e nazionali in materia di accoglienza, di lavoro e di sviluppo che invece porterebbero a ridurre, almeno in parte, i rischi potenziali di conflitto sociale.

Da queste riflessioni è dunque nata l’ipotesi di questa ricerca sul territorio che l’Ires Cgil ha realizzato in collaborazione con il dipartimento Mezzogiorno, l’Ufficio Immigrazione, la Flai e la Fillea. Tale ricerca è da intendersi come un punto di partenza utile alla creazione di un “tavolo” permanente di confronto tra le diverse strutture della CGIL direttamente coinvolte e le istituzioni locali, per avviare un percorso di lavoro condiviso che permetta da un lato di individuare e proporre le policies più adatte, dall’altro di promuovere iniziative volte a prevenire e contrastare l’insorgere di questi fenomeni.

In particolare la ricerca si è articolata in due fasi: nella prima è stata realizzata una mappatura delle aree maggiormente esposte al rischio di questi fenomeni, mentre nella seconda sono stati realizzati quattro studi di caso in specifiche aree di altrettante province italiane (Caserta, Reggio Calabria, Foggia e Siracusa). L’obiettivo è stato quello di analizzare le condizioni socio-economiche dei territori individuati e verificare se possono essere considerate come fattori precursori di eventuali rischi e se sul territorio insistono anche quegli elementi precipitanti e detonatori che possono innescare reali momenti di conflittualità.

La ricerca in versione completa e definitiva è disponibile nel file allegato al presente dossier.

Per maggiori informazioni: Ires


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