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Il verminaio della lunga storia repubblicana: intervista a Nino Morana Agostino

Una vicenda che non ha bisogno di una verità giudiziaria, per quanto sia fondamentale per i familiari di Nino e Ida che anche un tribunale italiano si pronunci andando oltre le reticenze di decenni

di francoplat - martedì 15 luglio 2025 - 1104 letture

Ci si incontra in streaming martedì 8 luglio, nel primo pomeriggio. Il mio ospite è Nino Morana Agostino, un giovane di 24 anni – li compie il 5 agosto – che porta già nel nome e nel cognome una storia importante e tragica. È il nipote di Nino Agostino, il poliziotto del commissariato di San Lorenzo, a Palermo, ucciso con la moglie incinta, Ida Castelluccio, la sera del 5 agosto 1989, a Villagrazia di Carini, dove la famiglia era riunita per festeggiare, il giorno dopo, il diciottesimo anno di età di Flora, sorella e cognata dei due sfortunati coniugi e mamma del mio interlocutore.

Nino Morana Agostino è, inoltre, nipote di una figura importante, uno dei più iconici simboli della lotta alla mafia e della battaglia per la ricerca di verità e giustizia davanti alle stragi e agli omicidi che, ancora, paiono come cristallizzati dalla torbida volontà di lasciarli irrisolti: Vincenzo Agostino, suo nonno Vincenzo, è la barba bianca più nota di questo Paese, l’uomo che, per decenni, ha lottato perché l’omicidio del figlio e della nuora trovasse una risposta alle ragioni di quelle morti, alle cause, ai mandanti, agli esecutori. Una barba bianca che, come racconta il mio interlocutore nella lunga intervista integrale qui allegata, è diventata una promessa davanti alle bare di Nino e di Ida: non sarebbe stata tagliata sino a che non fosse stata fatta giustizia e non fosse stata indicata, senza reticenze e omissioni, la verità su quelle morti. Tre morti, come più volte precisa Nino Morana, ricordando che Ida era incinta.

È una chiacchierata pregnante, la nostra. Nino rievoca una vicenda che si è scolpita nella memoria familiare, raccontata più e più volte, nel nucleo domestico, dai nonni – nonno Vincenzo e nonna Augusta, entrambi ormai scomparsi – e dal fratello e dalle sorelle di Nino Agostino. Una vicenda che il mio interlocutore ricostruisce con tutti i particolari che, negli anni, ha dovuto imparare a conoscere, perché certe tragedie non danno scampo a nessuno, seppelliscono i morti e stringono i vivi dentro una cornice complessa, soprattutto quando, come non di rado è accaduto in questo Paese, i vivi non riescono a trovare risposte alle loro domande. E, allora, devono farsi carico di manifestare, girare in lungo e in largo la penisola, andare nelle scuole o in altri spazi, perché quella vicenda non cada nell’oblio, perché nessuno dimentichi. Devono farsi carico di un dolore che, come spiega con grande lucidità Nino Morana, i suoi nonni e la sua famiglia hanno saputo trasformare in una potente e creativa lotta pubblica, in una vicenda non solo personale, hanno saputo restare generosi e aperti quando avrebbero, per comprensibili ragioni, potuto rimanere chiusi in un dolore privo di parole.

Dalla lunga chiacchierata emergono due quadri, distinti e intrecciati: da un lato, la descrizione, affettuosa e commossa, di zio Nino e zia Ida, due persone generose e innamorate, lui, poliziotto che si muoveva nel difficile quartiere Zen di Palermo non come uno “sbirro” – così nella percezione di una parte degli abitanti del borgo – ma come un uomo che cercava di stimolare i più giovani a riscattarsi attraverso lo studio, che cercava di sottrarli alla manovalanza del crimine; lei che andava a visitare gli ospiti di Villa Nave insieme a Nino e offriva caramelle e dolci agli orfani dell’istituto. Generosi, entrambi; un tratto che caratterizza l’intera famiglia Agostino. Ma c’è un altro quadro, quello che il mio interlocutore delinea a partire dall’omicidio degli zii, un quadro fosco e ancora non risolto. Sin dalle prime battute successive all’omicidio, già fitto di stranezze agli occhi dei parenti dei due giovani, prende forma uno dei più classici dei depistaggi, l’attribuzione delle cause dell’assassinio a questioni di femmine. Un depistaggio lungo, iniziato da una figura discussa della storia repubblicana, Arnaldo La Barbera, allora a capo della Squadra mobile di Palermo. Inizia, così, il calvario della famiglia, che, gradualmente, scopre che Nino Agostino non era un semplice poliziotto assegnato al commissariato di San Lorenzo, ma svolgeva, sotto copertura, un’attività rischiosa, quella di cacciatore di latitanti. Non solo: è accertato che Nino avesse avuto rapporti diretti con Giovanni Falcone, che, non a caso, visitò la camera ardente dei due giovani, dove avrebbe detto che doveva la vita a quelle due bare.

Un riferimento, forse, al fallito attentato dell’Addaura di pochi mesi prima. Perché l’omicidio Agostino si inquadra, appunto, in quello che Rino Giacalone ha definito, parlando di una fitta trama di avvenimenti cupi della nostra storia repubblicana, un “verminaio”: dal fallito attentato contro il giudice Carlo Palermo – nel quale persero la vita una madre, Barbara Rizzo e i due figli gemelli Giuseppe e Stefano Asta – all’Addaura, appunto, dall’omicidio Agostino-Castelluccio all’attentato al treno 904, il Rapido Napoli-Milano. Vicende intrecciate in un verminaio costituito da una fitta rete di cointeressenze tra mafia, destra eversiva, servizi segreti, massoneria, poliziotti corrotti, una certa politica. E Nino finì per guardare dentro il verminaio, di questo sono convinti non solo i familiari, come racconta il mio ospite, ma anche giornalisti – Giacalone, appunto – e l’avvocato difensore della famiglia, Fabio Repici, che in più occasioni ha ribadito la complessità della cornice nella quale si mosse Nino Agostino e che gli costò la vita.

Una vicenda che non ha bisogno di una verità giudiziaria, per quanto sia fondamentale per i familiari di Nino e Ida che anche un tribunale italiano si pronunci andando oltre le reticenze di decenni. Perché, sul piano processuale, lo stato dei lavori è tutt’altro che concluso: se dopo anni e anni, si era giunti, in primo grado e in appello, alla condanna di Nino Madonia e di Gaetano Scotto – uomini di Cosa nostra legati agli apparati dello Stato –, una sentenza della Cassazione del gennaio di quest’anno ha ordinato un nuovo processo d’appello per Madonia, che risponderà soltanto dell’uccisione del poliziotto, mentre è stato dichiarato prescritto l’omicidio di Ida Castelluccio. Per ciò che concerne Scotto, la Corte d’Assiste di Palermo ha emesso, nello scorso autunno, una condanna all’ergastolo con isolamento diurno.

Bisognerà andare avanti, bisognerà continuare a lottare, come hanno fatto Vincenzo e Augusta, i nonni del mio interlocutore, ai quali il nipote dedica parole di profondo affetto e riconoscenza; non solo sul piano della loro dimensione pubblica, ma anche in un resoconto della loro dimensione privata, a partire dalla loro capacità, già evocata, di trasformare il dolore privato in una battaglia pubblica e collettiva. La stessa operazione che riesce a Nino Morana, quella di disegnare un ritratto, amaro e delicato, speranzoso e frustrato, di una vicenda familiare all’interno di un contesto più largo, l’atroce vicenda repubblicana di un’intollerabile quantità di vittime innocenti sacrificate sull’altare dei poteri occulti e di dinamiche politico-istituzionali precluse a chi ha dovuto imparare, suo malgrado, che esiste la storia dei manuali scolastici e, poi, ce n’è una parallela, che non si vuole scrivere nero su bianco. Deve rimanere oscurata, perché, come dice legittimamente il mio giovane interlocutore, «non è solo mafia».


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