7. Il territorio merce - Conclusioni

Al di qua c’è l’assoluta incapacità di concepire il territorio come relazione essenziale della comunità locale. Al di qua c’è il baratro culturale che più su abbiamo chiamato l’idea dominante del territorio merce...
di DDISA - mercoledì 13 dicembre 2006 - 3342 letture

Tutta l’operazione che qui abbiamo tentato di riassumere ha un “al di qua”. Già, perché al di là dei risvolti legali, tecnici, amministrativi, politici ed economici, esiste un minimo comune denominatore che unisce le “nostre destre” e le “nostre sinistre”, i “nostri politici”, i “nostri tecnici” e i “nostri affaristi”.

Al di qua c’è l’assoluta incapacità di concepire il territorio come relazione essenziale della comunità locale. Al di qua c’è il baratro culturale che più su abbiamo chiamato l’idea dominante del territorio merce. C’è il dominio culturale del mercato, che impedisce ogni possibile identificazione della comunità col territorio che abita, il territorio come relazione determinata/determinante.

È questa pervasiva concezione che produce, ad esempio, la subordinazione dell’organizzazione del territorio alle esigenze di bilancio; al territorio concepito come merce di scambio ovvero al territorio ridotto a spazio disponibile ai flussi di mercato.

Siamo assai lontani dallo sviluppo locale autosostenibile “basato sulla valorizzazione dei luoghi e del paesaggio siciliani”. Assai lontani da ciò che prefiguravano le linee guida del Piano paesaggistico regionale. C’è miopia amministrativa, politica ed economica, quella miopia che ad esempio impedisce di concepire la valorizzazione del “bello”, di investire nel “bello”. Un investimento senz’altro più produttivo e, se si vuole, anche più redditizio - per la comunità - di una speculazione che invece arricchisce pochi e danneggia i più.

C’è il porsi al servizio delle lobby delle speculazioni a cui nulla importa del durevole danno recato al territorio, ai suoi abitanti di ora e di domani. Bisogna sostanziare quanto Renzo Piano -che non è ambientalista né urbanista- ha significato sottolineando che: «Dobbiamo ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell’ultima parte della modernità». E che in Sicilia ha comportato deterritorializzazione e degrado ambientale, ma anche elevati costi sociali e sprechi economici. Nell’azione di risanamento e recupero della società e dell’ambiente siciliani possono tornare preziose le regole comuni, i valori condivisi coglibili dalle grandi risorse dell’ingente patrimonio paesaggistico, naturale e culturale, tuttora rilevante. Esse possono assumere valenze che vanno molto oltre il restauro paesaggistico e la ristrutturazione territoriale; diventano le linee guida del prossimo sviluppo sostenibile dell’isola, che non può che assumere base locale e fondarsi sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio in questione. Specie dopo l’acquisizione dei fallimenti delle politiche legate ai «grandi poli industriali e infrastrutturali» Alberto Riparo

E mentre già si apprestano, sull’onda dell’affare Scirumi, altre proposte di insediamenti in ambito chiuso nel nostro territorio, non resta che prepararsi a ciò che i nostri politici di destra e di sinistra ci prospettano: una più estesa deterritorializzazione e ad un ancor più grave degrado ambientale.


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Il territorio merce - Conclusioni
30 dicembre 2006, di : Zerega Rossana

Grazie, grazie per tutto questo lavoro di informazione. Sarebbe interessante avere una localizzazione su una cartina della zona. Qualche giorno fa transitavo per lavoro sulla strada detta "Ribera" da Scordia a Lentini e ne ammiravo rapita il paesaggio in ricordo della mia frequentazione nella trascorsa infanzia, quando percorrevo quelle strade con mio padre che mi raccontava il suo lavoro: era uno dei commercianti più devoti a quella sapiente coltivazione della terra: dalla saggia, faticosa cura e protezione dipendeva il benessere della mia famiglia, oltreche naturalmente dalla specifica professionalità del genitore. Mi descriveva con minuzia e trasporto cosa si celava dietro a quel paesaggio, apparentemente bello nella sua essenza naturale in realtà governato, frutto di secolare testarda dedizione. Allora non c’era, non si diceva "irrigazione a baffo" ma si parlava di saie, conche e mastro d’acqua. Ma quella è un’altra storia. Sono sconvolta dalla cecità e assenza di coraggio.... è certamente molto più difficile e temerario investire sull’agricoltura e sul recupero delle varietà agrumicole che erano il vanto, (oggi avrebbero potuto essere il DOP) il marchio di qualità delle ns zone e stante il drammatico disastro anche della commercializzazione del ns prodotto, dell’assenza di investimenti in formazione e diffusione del PATRIMONIO CULTURALE E COLTURALE AGRUMICOLO, non è cosa da nulla. Ma quanta vera LUNGIMIRANZA ci sarebbe nel RI-COSTRUIRE quella CULTURA-COLTURA, un lavoro che sapevamo fare, un lavoro senza fine. Nuove idee, che vanno studiate e tentate coniugando nuovo e vecchio sapere con umiltà per poi realizzarle, davvero. Molto più facile proporre e auspicare un PO PO di progetto, come scrivi, alla toscana, sottintendendo la natura puzzolente della cagata cementizia, di opera urbanistica in ambiente che di urbano proprio non ha nostalgia e che qualora si realizzasse, negherebbe per sempre il DIRITTO all’autodeterminazione del ns territorio (esso da sè PARLA, ci INDICA, già da tempo RESISTE, ai nostri barbari scempi, sì, scellerati ed empi). Un progetto poi è per sua costituzione l’anteprima di un manufatto, di un prodotto.... ma ne abbiamo analizzato l’utilità collettiva, l’impatto ambientale, l’effetto spaesante, l’effettiva RICADUTA economico-sociale? Sembra che ci si dimentichi spesso una cosa fondamentale, cioè gli effetti dei progetti, spesso devastanti a distanza di anni e quindi anche anti economici. Dovremmo dedicare più tempo alle capacità analitiche e predittive.... sopratutto alle capacità di previsione, meno arraffare egoisticamente l’oggi senza pensare al domani perchè il domani riguarderà tutti anche chi oggi pensa di aver fatto il "furbo" intascando un bel po po di danaro. Assistiamo come e per sempre negare ai ns figli la possibilità di un vero e duraturo lavoro, segno di un arricchimento reale, di crescita vera, anche di sapere e di esperienza. Sogno un salto di qualità collettivo... si è pensato di portare un pò di ragazzi delle scuole per fargli vedere di che cosa li si sta rapinando? Due tre anni di lavoro e poi? Paradossale la relazione prodotta proprio da un agronomo.... non dite quindi che tutto ciò è per Lentini. O siete a corto di idee, di stimoli? Abbiamo gettato la spugna, smesso di sognare l’isola, la nostra bellissima terra? Aspetto la cartina per capire meglio la localizzazione. Diffondiamo la speranza, usciamo dal nuovo medioevo. Zerega Rossana