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Il sonno della ragione genera guerre

Faglie, opzioni e linee di tendenza. Sdilliriamo (poco) allegramente.

di Sergej - mercoledì 1 novembre 2023 - 496 letture

Nella faglia che segna la presa del timone mondiale da parte degli Stati Uniti, dopo la recessione in Russia (il periodo di Eltsin) da una parte c’è il tentativo da parte degli Stati Uniti di porsi come “unico sheriffo mondiale”. Potenza globale, egemonica in campo culturale oltre che economico e militare. Sotto, la debolezza di una economia in trasformazione, il passaggio dall’economia di produzione e quella finanziaria; e dall’analogico al digitale con le nuove start-up dell’informatica. Il settore informatico viene lasciato prosperare, secondo le metodiche tipiche di chi lascia che una cosa si evolva, impicciandosi il meno possibile (se non in maniera indiretta immettendo finanziamenti tramite l’alibi militare), salvo poi quando la cosa diventa matura intervenire successivamente soprattutto a livello fiscale, facendo così tornare gli investimenti con gli interessi. L’investimento dello Stato in forma di laissez-faire apparente.

Nella fase di passaggio, proprio la rapida evoluzione delle dot-com faceva sì che in esse si manifestassero alcune linee di tendenza interessanti: l’evoluzione della company in forma di nation-company. La company diventava nei fatti come uno Stato, una piccola nazione, con i propri dipendenti e i consumatori che diventano parte della company, assumevano la “cittadinanza” della company: finendo per acquistare solo prodotti della company, mentre la company assicurava al consumatore e dipendente il circuito totale, e totalizzante: dalla nascita alla morte. In linea di tendenza: la company sviluppava non solo uno “stile” (si pensi allo “stile” Apple, o a quello Coca-Cola vs Pepsi…) ma persino una legislatura propria, forze di autodifesa e sicurezza interne separate da quelle dello Stato di cui ufficialmente faceva parte; un ambito d’azione trans-nazionale… Tutte queste linee di tendenza cadono in recessione quando, dopo la guerra in Siria, il mondo si evolve verso un’altra direzione. La Russia riprende in mano un certo margine di autonomia, mentre la delocalizzazione della produzione sembra consentire ad alcuni paesi di poter disporre di una forza contrattuale maggiore che nel passato, e si avviano forme diplomatiche di avvicinamento tra potenze regionali. È l’idea del mondo multicentrico, contrapposto al mondo statunitense-centrico.

In linea di tendenza tuttavia ciò significa che il tentativo illuminista, rooseveltiano (e “di sinistra”), di una organizzazione diplomatica internazionale (l’ONU) capace di dirimere le controversie internazionali viene spazzato via. Prima era stata proprio l’egemonia degli Stati Uniti a infrangere quel tentativo - gli Stati Uniti hanno per primi disfatto l’ONU nel momento stesso in cui non ne hanno più riconosciuto la preminenza giuridica. L’organizzazione internazionale, nata dal conflitto e dai problemi vissuti tra prima e seconda guerra mondiale, proprio in quanto creata per intervenire sui conflitti “tra” Stati, si trova impotente a poter intervenire quando i conflitti avvengono o vengono fatti scatenare “all’interno” degli Stati. Si veda il caso Siria, o il caso Libia ecc_. L’ONU dal 2000 appare non solo obsoleta ma completamente esautorata. E l’impossibilità a risolvere con le sue risoluzioni il caso Israele/Palestina è solo una cartina di tornasole destinata a esplodere negli anni Venti.

Il tentativo diplomatico internazionale dei BRICS è possibile a fronte del fallimento dell’egemonia degli USA. Un “nuovo ordine mondiale” è l’esigenza. Ma non sembra che neppure questa possa essere una soluzione. Intanto perché la formazione di potenze continentali non risolve il problema del controllo della violenza nel pianeta: tendenzialmente anzi la situazione sembra proiettata, se mai dovesse realizzarsi il piano dei BRICS, verso una conflittualità globale ancora più accentuata: una situazione simile alle conflittualità esistenti tra i Paesi Europei nel XVI-XX secolo, ma su scala planetaria. Con il rinchiudersi delle nuove potenze continentali all’interno di sistemi chiusi al loro interno (per intendersi: una Cina che sviluppa un proprio sistema operativo, una propria Internet ecc_ ecc_, imitata in questo da India, Brasile, Europa se mai dovesse sopravvivere all’attuale rovescio ecc_), realtà incomunicanti e “blindate”, con ferree e molto ben controllate (a livello statale) delle comunicazioni e dei commerci con l’esterno. E in stato di conflitto permanente con le altre realtà imperiali, con alleanze e contrapposizioni continue destinate a deteriorare e consumare le risorse di tutti i soggetti. La fine di una lingua universale, e l’impoverimento e la decadenza complessiva di tutti. Una situazione globale "orwelliana" (per chi ha letto 1984).

Di fronte alla decadenza e alla perdita delle ricchezze imperiali, la parte “occidentale” ha reagito cercando di giocare d’anticipo, scatenando il conflitto globale. È quella che è stata chiamata “terza guerra mondiale a pezzi”. Analisti statunitensi e britannici hanno preso atto della difficoltà di colpire “il nemico” in maniera diretta, ora e subito, come avrebbero voluto alcuni di loro; e stanno optando per intanto, accendendo focolai di conflitto a livello regionale - ma ovunque nel mondo, lungo tutte le linee di frattura esistenti, linee che corrispondono con le linee di “confine” tra i territori controllati dall’ “occidente” (per usare questo termine pre-moderno che in realtà significa Washington e Londra) e i territori del nemico - tendenzialmente la Cina.

Le èlites occidentali avevano negli ultimi trent’anni sviluppato altre opzioni: l’utilizzo delle masse islamiche in funzione anti-cinese; questo significava da parte dell’Occidente un processo di avvicinamento con i paesi arabi, persino anche una assimilazione se necessario dello stesso islamismo all’interno delle strutture ideologiche e religiose occidentali. L’islamizzazione dei Paesi occidentali tuttavia ha avuto per ora un percorso accidentato e direi che richiederebbe anche troppo tempo rispetto al “poco tempo” che l’Occidente ha rispetto al problema Cina. Quando si è provato a occupare comunque territori islamici per farne basi militari avanzate, per “circondare” il nemico cinese, la cosa non ha funzionato: troppe risorse necessarie, un onore finanziario non sostenibile.

Con la Brexit, scaturita a mio avviso dallo shock inglese per la perdita di Hong-Kong, la Gran Bretagna è passata al contrattacco impegnandosi a far pendere l’Occidente dalla parte del conflitto. L’uso di tutti i mezzi leciti e illeciti possibili fa parte della lunga esperienza imperiale e corsara della Gran Bretagna al riguardo. L’obiettivo dello smantellamento dell’Europa, delle sue organizzazioni politiche, e della potenza economica della Germania è un obiettivo tipico della mentalità imperiale britannica.

Nello stato attuale del conflitto tra Occidente e resto del mondo, sembra che l’Occidente - territorialmente e per numero di popolazione, minoritario nel mondo - sia impegnato a: 1) accendere fuochi regionali; 2) utilizzare Stati controllati a livello regionale per far divampare conflitti di teatro regionale - ma che impiegano, come in Ucraina, eserciti “tradizionali” tecnologicamente sempre più qualificati. Mentre un conflitto come quello della Siria, nella fase precedente, era un conflitto tecnologicamente arretrato, quello in Ucraina comincia a impiegare le armi più tecnologicamente avanzate dei due schieramenti. I due schieramenti si “misurano” come due lottatori di sumo che fanno le prime mosse. Nello stesso tempo ognuno impara dall’altro quanto, rispetto alla guerra sul campo, l’altro è in grado di fare senza dover necessariamente “perdere la faccia” dato che comunque ad affrontarsi non sono militari britannici o statunitensi. La guerra per procura tuttavia non sembra potrà essere portata avanti ancora per molto. E come la prova ucraina ha dimostrato, non sarà possibile utilizzare eserciti “professionisti” o “a contratto”, ma sarà necessario utilizzare eserciti di leva, e tutte le risorse economiche e interne dei diversi Paesi, con tutto quello che questo significa.


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