Il ritorno all’anima del mondo..."Del mondo come presenza" di Maria Cunsolo
«Il nostro tempo sembra dominato da una corsa inarrestabile verso la dissoluzione dei legami tra l’uomo e la terra. In un’epoca di globalizzazione sradicante e di razionalizzazione tracotante, il sentimento della natura come ’presenza’ si è progressivamente eclissato. In questo articolo, proponiamo una profonda riflessione sulla necessità di invertire la rotta. È un invito a riscoprire la dimensione locale e il limite naturale come uniche vere risposte al nichilismo del profitto e della tecnica moderna, per ricominciare ad abitare il mondo.»
L’occidente moderno si è edificato attorno a un paradigma drammatico: la lotta incessante contro la natura. Quella che per i pensatori arcaici era l’armonia di un cosmo vivente, è stata lentamente declassata a mero "fondo" di risorse da sfruttare. La ragione tecnica, esaltata nel suo orgoglio e priva di freni, ha spezzato l’antica alleanza, trasformando il nostro spazio vitale in un’entità inerte, oggettivata, muta.
Eppure, da questa crisi profonda e da questo disorientamento che definisce l’epoca contemporanea, affiorano istanze antiche e al contempo radicalmente nuove. È quanto emerge con cristallina lucidità nel testo «Del mondo come presenza» (riferimento: mondo_come_presenza_2015.pdf), un riferimento fondamentale che ci guida attraverso le radici del nostro spaesamento e traccia le linee per una possibile redenzione ecologica e spirituale.
Come sottolinea il testo, l’esaurimento delle capacità poietiche dei territori coincide con un esaurimento umano in senso pieno. La globalizzazione e i dispositivi del sistema dominato dalla tecnica tendono a uniformare i luoghi, rendendoli "non-luoghi" indifferenti alle storie e alle identità di chi li abita. Di fronte a questo scenario, sorge imperativa la necessità di «fare mente locale». Fare mente locale non è un semplice esercizio nostalgico, bensì un atto essenziale di resistenza. Significa recuperare la capacità di porsi in ascolto del proprio territorio, riconoscerne il "verso" e le invisibili relazioni. Significa, in definitiva, tornare ad abitare. Chi abita veramente non si limita a occupare uno spazio, ma se ne prende cura, lo salva e lo rispetta, riconoscendo la legge nascosta della terra che impone la misuratezza e il limite.
Da qui nasce la visione dell’ecologia profonda e del bioregionalismo. Non si tratta di un ambientalismo di facciata che cerca compromessi con l’insostenibilità del sistema industriale, ma di un vero e proprio ripensamento geofilosofico. È il passaggio da uno spazio astratto e dominato dal mercato globale, al ritorno alla «matria»: un luogo d’appartenenza che non è chiusura etnica, ma grembo accogliente in cui ritessere le fila della comunità.
«Un altro mondo è possibile», recitano i movimenti sociali che attraversano le piazze. E questo altro mondo richiede l’abbandono dell’antropocentrismo arrogante per riabbracciare il senso del limite. È un combattimento metapolitico per l’anima del mondo, un’assunzione di responsabilità che ci chiama a vivere in consonanza con i ritmi della physis. Soltanto ritrovando la giusta distanza e mettendoci in un ascolto rispettoso, potremo arginare il deserto che avanza e ricostruire una vera dimora terrena.
Nota di edizione
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