Il quadro della settimana: “Venere e Cupido” di Lorenzo Lotto

1513.
 Olio su tela.
 Ubicato al Metropolitan Museum of Art di New York.

di Orazio Leotta - martedì 25 settembre 2012 - 6034 letture

E’ questo uno dei rari quadri di Lotto a soggetto mitologico del quale sono però ignote le circostanze della committenza. Non sembra inverosimile che a richiederlo sia stato il nipote dell’artista, Mario D’Armano, il cui nome appare nel “Libro di Spese” dello zio come acquirente di una “Venere” in genere identificata con la Venere adornata dalle Grazie. 11) Venere e Cupido.jpg

All’indubbia qualità del quadro fa riscontro una certa complessità dell’iconografia, tipica dell’artista veneziano. La dea, cosparsa di petali di rosa che simboleggiano l’amore, tiene in mano una corona di mirto (altro simbolo amoroso) attraverso il quale un Cupido impertinente urina. Nella lettura più semplice potrebbe trattarsi di un augurio di fortuna e fecondità. Oppure, secondo una più approfondita indagine, probabile che il Lotto abbia voluto rappresentare la Venere, dunque la donna, come il crogiuolo in cui si realizza l’”opus” del Cupido (alato e felice) in quanto Eros.

Egli è infatti rappresentato, con un sorriso di gioia compiaciuta, nell’atto della minzione, del dare, metafora del riversamento del piacere che trova, eroticamente parlando, giusta e alchimistica collocazione nella donna. In fondo trattasi di complicità, desiderio di voler condividere con la donna che si ama, le gioie dispettose e trasgressive della passione umana.

Lorenzo Lotto. Nato intorno al 1480 e cresciuto certamente a Venezia, figlio di un Tommaso, non possediamo alcuna documentazione circa la formazione giovanile di Lorenzo Lotto, che pure dimostra fin dalle prime opere di conoscere a fondo Giovanni Bellini e Alvise Vivarini, le cui botteghe assai probabilmente frequentò. Forse per diretto interessamento del vescovo Bernardo de’ Rossi, sotto la cui protezione ebbe le prime committenze, si stabilì a Treviso, dove risiede nel 1503. Qui, a contatto con gli ambienti umanisti, realizza i primi ritratti, le tele di devozione privata e alcune pale d’altare, subito di altissimo livello.

La fama del grandioso polittico circola rapidamente, dalla vicina Loreto al Vaticano, dove il pontefice chiama il pittore per decorare alcune stanze, nel 1508. Il soggiorno romano, di poco più di un anno, fu quanto mai utile per Lotto, anche se purtroppo nulla ci resta, ma l’ambiente era troppo competitivo e forse il suo stile troppo anticlassico per essere pienamente apprezzato. Dunque si allontanò da Roma per tornare nelle Marche. Dove, a Jesi, realizza opere che risentono dell’incontro con Raffaello, sempre operando per edifici ecclesiastici e compagnie religiose. Probabilmente ancora tramite i domenicani partecipa e vince la gara per una grande pala d’altare a Bergamo, offerta da Alessandro Martinengo Colleoni, condottiero filoveneziano. Apparsa come novità modernissima, capace di sintetizzare colore veneziano e densità lombarde, la pala era uno straordinario "biglietto da visita".

Così dal 1513 Lorenzo Lotto vive a Bergamo, libero e stimato, con una clientela privata che annovera le più importanti famiglie patrizie. Per loro comincia a realizzare opere da cavalletto: ritratti fra i più belli del Cinquecento, diverse opere di devozione privata, altre interessantissime pale d’altare e un vasto ciclo di affreschi che compiutamente decorano un oratorio di campagna, a Trescore Balneario: storie di ambientazione popolaresca, con una freschezza di toni e sentimenti, velocità di stesura e varietà d’accenti che ancora ci entusiasmano. Le commissioni però tendono a scemare: pur avendo ancora in corso il contratto per fornire i disegni degli stalli del coro di Santa Maria Maggiore, cui continuerà a dedicarsi con passione e precisione, Lotto, che sempre opera per privati e ordini religiosi, preferisce andare a Venezia da cui, tra l’altro, potrà inviare con più comodità, per via d’acqua, le sue tele e tavole nelle Marche, ove mantiene ottimi rapporti. Dal 1526 è dunque stabilmente in laguna. Continua a lavorare per committenti privati, ma ha anche un ordine prestigioso nel 1529 per la chiesa di Santa Maria dei Carmini: il San Nicola in gloria con i santi Giovanni Battista e Lucia, per cui diventa ovvio l’accostamento ai modi di Tiziano, il pittore allora sovrano in città. In generale però il periodo veneziano non è ricco di soddisfazioni, anzi. Lo spazio delle grandi committenze, con la pittura di storia e per il patriziato, gli è precluso. Lotto produce sempre per le Marche, per Jesi anzitutto, con la Pala di Santa Lucia del 1532 e l’eccezionale Crocifissione nella chiesa di Santa Ma¬ria in Telusiano, firmata e datata "Lotus 1531", in Monte San Giusto, presso Fermo. Un episodio di drammaticità assoluta, una scena visionaria sovrastata da croci altissime su cui si consumano tragedie cosmiche e individuali.

Un documento datato 29 agosto 1532 indica che in quel giorno Lotto è momentaneamente a Treviso: qui riesce ancora ritrattista perfetto con la Gentildonna in veste di Lucrezia, realizzata intorno al 1533. Poi probabilmente raggiunge nuovamente le Marche, dove si fermerà, sembrerebbe ininterrottamente, fino a quel 1539 in cui compirà la Madonna del Rosario per la chiesa di San Domenico a Cingoli. Lo troviamo ancora ad Ancona, poi a Macerata, in una fase di intensa attività e sempre di capolavori.Ma è ormai stanco e vorrebbe tornare definitivamente nella natia Venezia. Spera di accasarsi da un nipote, Mario d’Armano, che ha famiglia e attività prestigiosa: con lui abiterà dal 3 lu¬glio 1540 fino al 17 ottobre del 1542: nel marzo di quell’anno termina l’Elemosina di Sant’Antonino per la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, ultima commissione pubblica a Venezia. Probabilmente visse quel periodo con un certo prestigio, spendendo molto denaro, ma per diverse ragioni la vita familiare piegò verso rapporti più difficili da sostenere. Va allora a Treviso, presso l’antico amico Giovanni dal Saon. Spera ancora in questa nuova sistemazione, vuole "viver e morir in casa sua in amore e terminj da christiani sapori, boni amici et vinculo del San Joanne et como padre e fiol".

Da allora fino alla morte nel 1556, dunque dall’età di poco più di sessanta anni ai settantasei, la produzione pittorica di Lotto sarà ancora intensa. Riusciamo a seguirla con precisione attraverso il suo Libro di spese diverse, iniziato nel 1542. Seguiamo i suoi movimenti, le sue fatiche e le sue difficoltà. Cambierà molte abitazioni, moltissimi aiuti, produrrà tanto ma sarà sempre meno pagato, sempre più emarginato e a volte anche umiliato da una clientela sempre più tirchia. Dal 1545 lascia definitivamente Treviso, dove ha pochi clienti, e torna a Venezia. Poi altri viaggi nelle Marche: è ad Ancona nel 1550. È stanco, e impoverito: decide di tentare una lotteria, e vende solo sette quadri. Un uomo solo e deluso, che si sente sull’orlo della miseria, è il Lorenzo Lotto che l’8 settembre 1554 si fa oblato alla Santa Casa di Loreto. Vivrà ancora due anni attivi e forse più sereni, dipingendo per i confratelli del grande santuario. In una data di fine autunno del 1556, si spegne, solo con le ombre dei suoi ultimi, commoventi dipinti.


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