Il quadro della settimana: “Il Figliol Prodigo” di Giovan Francesco Barbieri detto Il Guercino

1627-1628
 Olio su tela,
 cm 125 x 163.
 Conservato nella Galleria Borghese in Roma.
di Orazio Leotta - martedì 4 giugno 2013 - 6271 letture

Il tema del figliol prodigo era particolarmente caro al Guercino che lo riprese più volte e sempre nello stesso momento della storia, quando cioè il figlio si sta liberando delle vesti da porcaro per indossare di nuovo quelle da signore. Il padre, accanto a lui in silenzio, sembra aver appena pronunciato (da Luca 15; 11-32): “Presto, prendete la veste migliore e fategliela indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso e ammazzatelo….Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. 1-guercino[1] Un momento dunque profondamente commovente, in cui il silenzio si fa denso di emozione e significato. Siamo negli anni 1627-28, considerati dagli storici anni di transizione tra lo stile giovanile e quello maturo del pittore. Guercino fa ritorno a Cento, sua città d’origine, dopo un lungo soggiorno romano. A Roma il pittore aveva attraversato una fase di forte influsso caravaggesco, caratterizzata quindi da un uso marcato del chiaroscuro e dalla sperimentazione di nuove strutture compositive. Il ritorno a casa coincide con una sorta di ritorno all’ordine, alla ricerca cioè di uno stile più classico ed equilibrato.

Rispetto alle ardite sperimentazioni caravaggesche, il quadro ha in effetti un ritmo più meditato. Le figure interagiscono dolcemente e il vecchio padre, posto al centro della composizione, sembra una statua antica. I colori, ricchi, profondi, intensi e pastosi, denunciano non soltanto la conoscenza della pittura caravaggesca ma anche una conoscenza approfondita della scuola veneziana. Cento si trova infatti tra Bologna e Ferrara. Il giovane Guercino aveva quindi avuto la possibilità di guardare non soltanto ai modelli bolognesi, suo imprescindibile punto di partenza, ma anche alla pittura ferrarese che, grazie alla tradizione di Dosso, era ricca di elementi veneziani. Non si conosce il committente dell’opera, ma si sa dai documenti che apparteneva alla famiglia Lancellotti e fu venduta ai Borghese nel 1818.

Il volto del figliol prodigo è avvolto nell’ombra, mentre la spalla e il braccio, colti nell’atto di sfilare la veste da porcaro, sono ben illuminati. Il contrasto ombra-luce ha inoltre un forte valore simbolico di passaggio dal peccato alla redenzione. Il cane che riconosce il padrone appena ritornato, è un importante simbolo di fedeltà. In questo caso il riferimento è soprattutto alla fedeltà verso la propria famiglia e ai propri doveri. La finestra chiusa attraverso cui filtra la luce dell’esterno conferisce un senso di intimità alla scena. Il modo in cui Guercino ha dipinto i drappeggi della logora veste del figliol prodigo indica chiaramente il fatto che il pittore si è formato anche su modelli veneziani. La luminosità del bianco è infatti ottenuta attraverso sovrapposizioni graduali di tonalità sempre più chiare di grigi e ocra, fino al bianco assoluto nei punti di massima intensità luminosa.


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