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Il processo che fa luce sugli abusi del regime siriano

Un articolo di Francesca Gnetti, giornalista di Internazionale
di Redazione - mercoledì 29 aprile 2020 - 870 letture

La sezione 251 era famosa tra i rivoluzionari siriani. L’unità dei servizi segreti aveva una sua prigione su Baghdad street, a Damasco. E tutti sapevano che lì dentro non c’erano interrogatori senza tortura. Il centro di detenzione è composto da diversi edifici collegati e nascosti da un alto muro. Le celle si trovano nei sotterranei e dopo lo scoppio della rivoluzione contro il presidente Bashar al Assad, nel marzo del 2011, si riempirono così tanto che i detenuti erano costretti a dormire in piedi. Chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a svenire, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora.

L’ufficio di Anwar Raslan si trovava al primo piano. Dal 2008 Raslan dirigeva la divisione delle investigazioni della sezione 251, responsabile della sicurezza interna del paese. Nel 2011 era stato promosso a colonnello. Riceveva gli ordini dall’alto, ma aveva abbastanza potere da decidere della vita e della morte delle persone che si trovavano sotto la sua autorità. Eyad al Gharib era un suo sottoposto. Era incaricato di individuare i manifestanti e arrestarli.

Raslan e Al Gharib, che oggi hanno 57 e 43 anni, sono comparsi in un tribunale di Coblenza, nel sudovest della Germania, il 23 aprile, per l’apertura del processo in cui sono accusati di crimini contro l’umanità, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Secondo le ricostruzioni, tra il 29 aprile 2011 e il 7 settembre 2012, Raslan ha ordinato la tortura di almeno quattromila persone, 58 delle quali sono morte. Al Gharib avrebbe fornito assistenza in trenta casi. Sei siriani torturati nei sotterranei di Baghdad street hanno ricevuto l’autorizzazione a testimoniare in tribunale, ma a causa delle restrizioni introdotte per contenere la pandemia di covid-19 in tutta Europa, è prevista la presenza solo di tre di loro.

Momento storico

È la prima volta che dei funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Finora non si era mai parlato in un’aula di tribunale delle torture inflitte dal regime siriano ai suoi cittadini. Negli anni passati c’erano stati solo procedimenti contro soldati di basso grado in Svezia e in Germania o rinvii a giudizio simbolici nei confronti di figure di alto livello rimaste in Siria. “Siamo di fronte a un momento storico nella lotta per la giustizia in favore delle decine di migliaia di persone arrestate illegalmente, torturate e uccise nelle prigioni e negli altri centri di detenzione governativi in Siria”, ha dichiarato in una nota ufficiale Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

Come spiega Thomas Wieder su Le Monde, il processo è reso possibile dal fatto che la Germania ha fatto ricorso al principio della “competenza universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini particolarmente gravi a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. Nel 2003, riferisce il Guardian, è stata istituita un’unità speciale per i crimini di guerra presso la polizia criminale federale tedesca, inizialmente incaricata di investigare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia. Man mano che migliaia di profughi siriani facevano domanda di asilo in Germania tra il 2015 e il 2017, l’unità ha ricevuto più di 2.800 informazioni sui crimini commessi dal regime di Assad durante la rivoluzione.

La Germania sta assumendo nei confronti del regime un approccio simile a quello che portò al processo di Norimberga

In particolare le accuse contro Raslan e Al Gharib si basano su due fonti d’informazioni, scrive ancora le Monde. La prima è il dossier che contiene 50mila foto fornite da Caesar, pseudonimo attribuito a un ex ufficiale della polizia militare siriana incaricato di documentare la morte e le torture inflitte ai detenuti nelle carceri di Bashar al Assad tra il 2011 e il 2013 e fuggito dal suo paese nel luglio del 2013. La seconda è costituita dalle denunce fatte alla procura generale di Karlsruhe, nel sudovest della Germania, da una trentina di siriani fuggiti dalle galere di Assad e rifugiati nel paese.

Anche Raslan aveva cercato rifugio in Germania. C’era arrivato nel 2014, dopo essere scappato in Giordania alla fine del 2012 per unirsi all’opposizione di cui divenne un rappresentante di spicco, tanto da partecipare a una delegazione per i colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite a Ginevra. Al Gharib ha raccontato di aver disertato nel gennaio del 2012 dopo che tre suoi colleghi erano morti in scontri vicino Damasco e perché gli era stato chiesto di uccidere dei civili. Aveva presentato domanda di asilo in Germania nell’estate del 2018. Entrambi sono stati arrestati nel febbraio del 2019. Raslan non aveva cambiato nome ed è stato riconosciuto per strada da Anwar al Bunni, un avvocato siriano da lui arrestato nel 2005 e rimasto in carcere per cinque anni per il suo lavoro a difesa dei diritti umani.

Timori e speranze

Alcuni osservatori, soprattutto all’interno dell’opposizione siriana, temono che perseguire un disertore possa dissuadere altri ex funzionari di Assad da fornire informazioni per il timore di finire sotto processo. Altri, come sottolinea Ben Hubbard sul New York Times, temono che “un numero ridotto di simili azioni penali possa far sì che i governi europei sentano che stanno facendo abbastanza e non c’è bisogno di altri sforzi per portare Assad e i suoi subordinati di fronte alla giustizia”.

L’unità per i crimini di guerra della polizia federale tedesca sta assumendo nei confronti del regime siriano un approccio simile a quello che portò al processo di Norimberga organizzato dagli alleati dopo la seconda guerra mondiale per perseguire i capi nazisti, basato sull’analisi dei singoli ruoli svolti dagli individui all’interno del regime.

Tutti i sopravvissuti e le famiglie delle vittime hanno diritto alla verità, alla riparazione e alla giustizia

Come ha spiegato in una nota Wolfgang Kaleck, segretario generale dell’European center for constitutional and human rights, la principale ong che assiste le persone sfuggite alle carceri siriane nella loro ricerca di giustizia, l’unità ha messo da parte una grande quantità di prove che aiutano a comprendere tutti gli ingranaggi del regime di Assad, nella speranza che si apriranno altri processi contro gli ex funzionari siriani nei paesi europei. “L’essenziale è che abbia luogo un primo processo”, ha detto Kaleck a Le Monde, “Se ce n’è uno, vuol dire che ce ne potranno essere altri. L’importante è cominciare un movimento, creare un precedente”.

Anche Lynn Maalouf di Amnesty International la pensa così: “In un momento in cui i siriani si sentivano abbandonati dalla comunità internazionale, questo processo rinnova la speranza che almeno un po’ di giustizia sia possibile. Tutti i sopravvissuti e le famiglie delle vittime hanno diritto alla verità, alla riparazione e alla giustizia”. Le sparizioni forzate, le torture e le uccisioni avvengono ancora nelle carceri siriane. Ma finora tutti gli sforzi per giudicare gli autori e i complici dei crimini commessi dal regime di Assad si sono scontrati con due ostacoli: il fatto che la Siria non ha firmato lo statuto di Roma, il testo fondatore della Corte penale internazionale, e il veto della Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha bloccato tutti i tentativi di chiamare in causa il tribunale.

Per questo sono in molti a sperare che il processo, che potrebbe durare due o tre anni, non sia solo uno strumento per dimostrare le colpe di Raslan e Al Gharib, ma serva a mettere a nudo il sistema violento alla base del potere di Assad, che in nove anni di guerra ha distrutto intere città, ha ucciso centinaia di migliaia di persone, usando anche le armi chimiche, e ha costretto undici milioni di siriani a lasciare le loro case. E, soprattutto, possa mandare un messaggio a chi in Siria continua a sopravvivere sotto il regime. Come dice Al Bunni intervistato dal quotidiano libanese L’Orient- Le Jour: “Il processo in Germania manda un messaggio chiaro ai torturatori in Siria che continuano a commettere crimini in totale impunità. E manda anche un messaggio di speranza alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie”.

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Siria


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