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Il pinocchio che ci meritiamo

Ogni epoca ha il suo Pinocchio. Anzi, ogni epoca ha il Pinocchio che si merita.
di Sergej - giovedì 9 gennaio 2020 - 914 letture

Ogni epoca ha il suo Pinocchio. Anzi, ogni epoca ha il Pinocchio che si merita. C’è stato quello penoso e fastidioso di Comencini, quello orribile con Benigni che faceva Pinocchio e ora questo miserevole di Garrone con Benigni che fa Geppetto. I due ultimi Pinocchio sono inficiati dalla presenza di questo guitto (Benigni) che ha tentato di fare di se stesso una maschera - per cui recita sempre nello stesso modo ovunque si trovi -, e fin qui non ci sarebbe nulla di male; il problema è che è alla disperata ricerca del guizzo creativo e arguto che faccia ridere, e proprio questo sforzo non fa ridere ma dà una sensazione di pena. In quello di Comencini c’era l’altrettanto comico difficile Manfredi, persona mai simpatica e con la tendenza al tormentato e all’auto compiacimento della propria miseria; Pinocchio di Comencini era un patchwork di materiali che malamente si succedevano: i buffoneschi (in senso deteriore) Ciccio Franco e Ciccio Ingrassia (in altri luoghi e in altri film decisamente migliori), la fastidiosa Fata Turchina interpretata lì da Gina Lollobrigida che non c’entrava per nulla e sembrava provenire per sbaglio da un altro film e così via.

L’unica cosa che reggeva nel film di Comencini era il tormentone della colonna sonora. Perché poi persino il bambino era fastidioso; nel film di Comencini pareva riemergere dalla fame degli anni Cinquanta (per cui dava fastidio, ricordava qualcosa che volevamo dimenticare), gli altri sono le immagini degli anni successivi, opulenti e viziati e ci rinfacciano il cattivo lavoro che facciamo con i nostri figli viziati e obesi.

C’è un altro aspetto, e riguarda la sudditanza, la passività del pubblico e dunque anche di noi spettatori. Noi subiamo quello che l’industria decide. Ci mobilitiamo per parlare qualcosa che ha l’esatto valore dei comunicati stampa dell’industria. E ha la stessa durata temporale: poche ore, in pratica, di inconsistenti e oziose chiacchiere da salotto o da bar (che è lo stesso). Come per la vicenda dell’ultimo film di Checco Zalone (questo si intitola Tolo-tolo). Anche qui siamo condizionati e direzionati dagli uffici stampa, che programmano le campagne pubblicitarie e le direzionano. Così per il film di Zalone, all’inizio il battage pubblicitario scatenato sulla polvere “politica”; appena si è cominciato a vederlo, il pubblico si è diviso tra chi lo trovava cretino (Di Grado) e chi diceva che non fa ridere. Ma la questione politica, morta momentaneamente la “questione leghista”, non c’entra nulla, ci si è accorti. E intanto il prodotto, nel bene o nel male, "ha fatto il suo corso" (come diceva Leopardi). L’industria ha fatto goal, la nostra attenzione va spostata immediatamente altrove.

Tra pochi giorni ci sarà la campagna di lancio del film su Craxi di Amelio (con l’ottima interpretazione dell’attore protagonista, Favino, e l’assoluta inconsistenza della storia e del film, segno che il regista e l’area politica da cui proviene, il PD, non ha mai capito nulla della vicenda Craxi e non riesce tutt’oggi a farci i conti).

Insomma, in questi film ritroviamo il nostro volto sgradevole, e la cosa non ci piace. Ma diversa cosa è fare un film che rappresenta un’epoca (Casotto di Sergio Citti, 1977), o un’opera che travalica un’epoca per diventare patrimonio prima generazionale (i film o le opere cult: Donnie Darko, 2001) e poi dell’umanità (Harvey, 1950).


Sul "mercato dell’attenzione" che è al centro del nostro articolo, leggi l’articolo di Cristian Raimo su Minima Moralia.



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