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Il paradosso della sicurezza a Roma, tra borseggi e inefficienza

Sabato pomeriggio, alla stazione metropolitana Barberini di Roma, nella calca ci siamo ritrovati accerchiati da abili borseggiatrici, esperte, rapide, invisibili...

di Massimo Stefano Russo - domenica 15 febbraio 2026 - 732 letture

Il governo nel proclamarsi paladino della sicurezza invoca il sostegno delle forze armate, mentre chiama a raccolta il consenso del popolo e promette tutela e protezione. Ma a chi si deve appellare il cittadino quando sente la sicurezza venire meno, proprio in riferimento a quelle istituzioni che dovrebbero garantirla?

Nelle aree metropolitane, la microcriminalità è diventata esperienza quotidiana tra borseggi, furti con destrezza e aggressioni silenziose che si consumano nella folla. Cosa accade se l’esperienza viene vissuta in prima persona?

Cambia radicalmente la percezione della sicurezza. Cambia il senso di fiducia verso lo Stato. Cambia il sentirsi protetti.

Sabato pomeriggio (il 14 febbraio), alla stazione metropolitana Barberini di Roma, nella calca ci siamo ritrovati accerchiati da abili borseggiatrici, esperte, rapide, invisibili. Mani pronte a frugare tra tasche e borse con una professionalità quasi chirurgica. Ho avuto la fortuna di ritrovare il mio portafoglio a terra; a mia sorella, invece, sono stati sottratti portamonete e carte di pagamento. Mentre cercavamo di comprendere l’accaduto e cosa fare per evitare il peggio tempo scorreva e con esso, il denaro prelevato tramite bancomat ATM e speso con pagamenti elettronici.

Ci siamo rivolti alla Polfer di Termini. L’ufficio, però, era chiuso: assente il personale autorizzato a raccogliere la denuncia prima delle 20. (Non erano nemmeno le 17). Siamo stati indirizzati altrove. Intanto i minuti, preziosi, continuavano a passare. Due giovani militari, con disponibilità e senso del dovere, ci hanno fornito il numero per bloccare le carte e indicato un altro comando. Anche lì, però, assenza dell’ufficiale competente: nessuna denuncia possibile e ulteriore rinvio presso il comando dell’Arma in via Tasso.

Qui l’appuntato di turno ci ha spiegato che per formalizzare la denuncia occorreva la documentazione bancaria attestante i movimenti fraudolenti: senza di essa, l’atto sarebbe stato “incompleto”. Ci si chiede allora: possiamo dire di vivere in un Paese normale quando al cittadino viene di fatto negata la possibilità di far valere immediatamente i propri diritti?

Quando la tutela della sicurezza fisica ed economica si scontra con l’assenza di personale, con uffici chiusi, con procedure che rallentano l’accertamento dei fatti proprio nel momento in cui ogni minuto è decisivo? Le città sono piene di giovani in divisa. Svolgono il loro servizio con impegno e coraggio, e la loro presenza infonde sicurezza. Eppure, troppo spesso, si scopre che sono stati assegnati senza un’adeguata conoscenza del territorio, senza strumenti operativi sufficienti, talvolta incapaci di fornire informazioni basilari ai cittadini che chiedono aiuto.

La sicurezza non la si costruisce soltanto con la presenza simbolica delle divise o con decreti emergenziali proclamati in nome dell’urgenza, la si costruisce con strutture funzionanti, con presìdi realmente operativi, con procedure snelle e immediate. Va garantito in primo luogo al cittadino la possibilità concreta di essere ascoltato, tutelato, assistito nel momento stesso in cui subisce un reato. Se questo manca, la distanza tra la retorica della sicurezza e la realtà vissuta si fa evidente.

Quando la fiducia nelle istituzioni e il senso civico — che costituiscono il fondamento stesso della convivenza civile — iniziano a incrinarsi, la coesione sociale si indebolisce progressivamente. In quel vuoto si insinua la sfiducia reciproca, si acuiscono le tensioni e si rischia di scivolare verso forme di conflitto diffuso e indiscriminato.


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