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Il paradosso dell’anormalità

“Vi prego di non spaventarvi, qualsiasi cosa vediate o sentiate intorno a voi. È inevitabile che per un po’ risentiate le conseguenze dell’essere stati salvati da morte certa […]: ripristineremo la normalità appena saremo sicuri di cosa sia in ogni caso il normale. Grazie” (Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 1979)
di Sergej - mercoledì 8 aprile 2020 - 502 letture

Gente che non si abbraccia né si saluta sbaciucchiandosi e toccandosi. Strade deserte. Le persone rinchiuse in casa. Uno scenario che per alcuni sembra “apocalittico” o dà adito a tutta una retorica del sentimento e della letteraria meditazione. In realtà ciò che la pandemia sta ottenendo è qualcosa di più sottile.

Gli esseri umani quando hanno davanti un pericolo ignoto sembra che reagiscano secondo un impulso atavico. È l’istinto (culturale) degli uomini delle caverne. La caverna è il rifugio più sicuro, e qui si rintanano alla prima occasione. Abbiamo imparato che solo in caso di terremoto occorre fuggire all’aperto - e così ci accorgiamo che le nostre città ammassate sono prive di luoghi aperti, ma ahimé è troppo tardi per accorgersene. L’acquisizione culturale postuma (rispetto all’età delle caverne) ovvero che le chiese siano un luogo sicuro, derivava dai tentativi di accordo internazionale, verso la fine del medioevo, che assicurava i luoghi di culto quale spazi extraterritoriali, al sicuro dalle sevizie delle bande armate che imperversavano. Ebbene, in caso di terremoto la chiesa è l’ultimo posto in cui rifugiarsi - rimangono famosi gli eccidi di fedeli compiuti in passati terremoti proprio grazie al crollo delle chiese - e, lo abbiamo imparato anche in questa occasione, non è bene frequentare in caso di pandemia. Con gran scorno dei sacerdoti - specie per l’ala anti-bergogliana e più retriva, pace all’anima loro.

Per l’uomo contemporaneo, tornato per pochi giorni uomo delle caverne, il fuori diventa (momentaneamente) luogo mitico della libertà. In quel tempo mitico del “prima”, si poteva persino correre e fare jogging all’aria aperta. Nei primi tempi del divieto sono rimaste famose le invettive dei sindaci che rivolgendosi ai loro concittadini dicevano: “Ma come, non avete mai fatto due passi in tutta la vostra vita e ora improvvisamente scoprite di essere degli atleti?”

C’è un altro paradosso che stiamo vivendo in questi giorni, più sottile. Ed è quello che l’apparente anormalità di questi giorni è spesso un seguire norme e comportamenti che avrebbero dovuto essere la normalità nella vita vita sociale - e che invece non lo erano proprio perché era invece anormale e maleducata quella vita di prima.

Ciò che stiamo attuando oggi, in questa vita ai domiciliari, è in realtà quello che avremmo dovuto fare sempre, e che non abbiamo mai fatto perché il nostro mondo “normale” è un mondo maleducato e anormale.

Perché negli ultimi vent’anni in Italia è dilagata questa forma psicotica di baciarsi e abbracciarsi quando ci si incontra? Perché tutti questi affollamenti nei luoghi pubblici, questo accalcarsi dappertutto, l’inesistenza persino delle file?

Nei quasi deserti luoghi pubblici e nei quasi deserti mezzi pubblici oggi si respira una normalità che prima non esisteva. I mezzi pubblici sono per la prima volta adeguati agli utenti, non insufficienti e intasatissimi.

Persino nei supermercati: si entra per il giusto numero di persone che un supermercato può contenere. Anche per ragioni di sicurezza, uno spazio come un supermercato è fatto per contenere un certo numero di clienti. Nel “prima” si lasciava correre, per l’avidità dei proprietari dei supermercati e con la collusione di chi doveva controllare e non controllava. Se scoppia un incendio, chi sta dentro deve poter agevolmente lasciare i locali, cosa che difficilmente può avvenire se i locali sono intasati da un numero esorbitante di presenti. Ma a questo “non ci si pensava”. Prima. Ora invece si fanno le doverose file davanti ai supermercati, per permettere che dentro i locali si svuotino adeguatamente per permettere nuove presenze.

Dove sta l’anormalità della situazione? Stava prima o sta adesso?

Le strade senza macchine. Ma finalmente!

Il risveglio della natura e l’avvicinarsi di alcuni animali nelle periferie delle città. Ma è bellissimo!

Il "tifo" calcistico che sembrava essere l’unica religione intoccabile degli italiani, e invece ora che sembra che persino gli stipendi indecenti dei "campioni" possano essere messi in discussione... Ma allora si poteva fare, non era vero che era impossibile o tale da scatenare rivolte per le strade se si fossero toccati certi privilegi.

Riscoprire i nostri affetti, le persone care, la realtà dei corpi e della morte - davanti cui dovremmo essere tutti uniti -, le nostre passioni...

Il calo dell’inquinamento. Ma perdio è una cosa magnifica! Che aspettavamo a farlo prima? Quale demone ci divorava (e ci divora), chi ha preso il posto del nostro cuore e del nostro cervello - ci si è impossessato di noi, e ci ha portato a chiudere gli occhi, tapparci la bocca, otturare le nostre orecchie?

Insomma, eravamo svegli prima o stiamo sognando ora? E quando ci sveglieremo e torneremo a riversarci per le strade, torneremo di nuovo a inquinare, a essere maleducati e sgarbati, a volere la morte dei nostri simili come prima, oppure ci daremo finalmente una calmata?


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