Il maschilismo come male globale: radice comune di ogni oppressione
Non è possibile illudersi di sradicare la guerra senza colpire alla fonte il sistema di pensiero gerarchico e aggressivo che il maschilismo perpetua.
La riflessione sulla violenza sistemica e sull’oppressione planetaria non può prescindere dall’individuazione della sua matrice originaria e fondativa: il maschilismo. Chiunque apra gli occhi sulla realtà storica e contemporanea si accorge che il dominio patriarcale non costituisce soltanto una delle tante storture sociali, bensì il primo paradigma, la radice primaria da cui germogliano tutte le altre forme di sopruso. La lotta contro il maschilismo si configura dunque come la più necessaria e urgente tra le rivoluzioni politiche, culturali ed etiche dell’umanità.
Analizzando la traiettoria della civiltà umana, emerge con chiarezza come il modello gerarchico fondato sulla supremazia maschile abbia plasmato non solo le relazioni interpersonali, ma le strutture stesse dello Stato, dell’economia e della cultura globale. Questo sistema non si limita a produrre una disparità di genere: esso edifica un’architettura mentale e materiale basata sul possesso, sulla sottomissione e sulla divisione binaria tra chi domina e chi viene dominato.
Non è possibile illudersi di sradicare la guerra senza colpire alla fonte il sistema di pensiero gerarchico e aggressivo che il maschilismo perpetua. Ogni conflitto armato affonda le sue radici nella logica della conquista, della dimostrazione di forza e dell’annientamento dell’altro, tratti storicamente esaltati come virtù virili. La guerra è, in fondo, l’estremizzazione istituzionalizzata del patriarcato: la convinzione che la controversia si risolva attraverso la sopraffazione del più debole.
Analogamente, il razzismo e la schiavitù non sono che declinazioni dello stesso impulso originario: la pretesa di un gruppo di imporre il proprio controllo gerarchico su un altro, riducendo l’essere umano a oggetto di sfruttamento e mercificazione. La dinamica con cui il sistema patriarcale ha storicamente oggettificato il corpo e il lavoro delle donne è la stessa matrice che ha giustificato il colonialismo, la tratta degli esseri umani e la divisione classista della società. L’altro viene percepito non come un pari, ma come una proprietà o una minaccia da sottomettere.
Fino a quando la società continuerà a tollerare, normalizzare o giustificare la subordinazione della metà della popolazione mondiale, nessuna emancipazione sarà autenticamente compiuta. Le lotte parziali, se scollegate da questa analisi radicale, rischiano di curare i sintomi senza guarire la malattia.
La denuncia si fa qui intransigente: non si libera e non si salva l’umanità intera se non si abbatte il pilastro centrale di ogni tirannia. La liberazione della donna non è una questione di parte, un’istanza corporativa o un capitolo secondario dell’agenda politica internazionale; è la chiave di volta universale. Ogni forma di discriminazione troverà sempre terreno fertile per rigenerarsi fino a quando non verrà smantellata la cultura che subordina l’esistenza umana alla legge del dominio. Riconoscere questa priorità significa accettare che la sopravvivenza stessa della specie e la dignità del futuro dipendono unicamente dalla capacità di estirpare, radicalmente e senza compromessi, il virus del maschilismo dal corpo sociale e culturale del Pianeta Terra.
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