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Il mare imprigionato

L’Accesso al mare è un diritto per tutti, tutelato dalla legge. Negare il libero accesso al mare è un reato.
di Piero Buscemi - mercoledì 20 settembre 2017 - 3439 letture

Se abbiamo voluto evidenziare, anche di recente, la minaccia del dissesto idrogeologico e l’erosione del mare sui territori e le coste della riviera jonica messinese, attraverso gli articoli ed i dossier pubblicati sulle nostre pagine, questa settimana vogliamo dedicare la nostra attenzione, e solleticare quella dei nostri lettori, su un altro fenomeno molto diffuso in questa zona: l’appropriamento indebito delle aree demaniali marine, destinate all’uso comune dell’intera cittadinanza.

Anche per questo argomento, il discorso non è racchiuso soltanto su questo lembo della Sicilia orientale, ma basta fare un immaginario periplo dell’isola per comprendere che il fenomeno ha attecchito decisamente, ormai da diversi decenni, su tutta la costa siciliana, trasformandosi col tempo, in una sorta di consuetudine alla quale, come per altre arroganze, ci si è abituati con rassegnazione.

La situazione, per essere chiari, non è che escluda il resto del territorio italiano. Non occorre usare il luogo comune, comodo a molti, del sud irrispettoso per l’ambiente ed i diritti degli altri per allargare i confini oltre lo stretto di Messina, lambire le coste calabri, campane e pugliesi, fino a spingerci nelle località di mare del Lazio, della riviera ligure e toscana, sul lato sinistro della nostra cartina geografica, e dell’Abbruzzo, delle Marche, della Romagna fin su i lidi veneziani, se guardiamo il lato destro.

Territori tutti accomunati dal virus della privatizzazione selvaggia ed abusiva da parte di chi, con presunzione, stabilisce i confini di accesso e di utilizzo delle spiagge, delle scogliere e di qualsiasi altra forma di via del mare che i nostri 7458 chilometri offrono alla cittadinanza.

Mettere in pratica questi soprusi, ingegna la fantasia e la perversione più insospettabile degli italiani, capaci, mai come in questi casi, di mettere a frutto la creatività per la quale siamo da sempre conosciuti nel mondo. E’ sufficiente una catena da ferramenta, con relativo lucchetto, per chiudere un accesso alla spiaggia, spacciandolo per proprietà privata. Ci sono anche quelli che, in tempi di crisi e per economizzare anche sull’arroganza, si limitano a tirare una grossa corda tra due paletti, far oscillare un cartello di divieto al centro della fune, per rivendicare un passaggio al mare.

Ci sono anche i perfezionisti, ovviamente. Quelli che, potendoselo permettere, piazzano un bel cancello automatico, sul quale affiggono il classico cartello "Attenti al cane", proprio all’inizio di una stradina pubblica che, solo perché adiacente alla loro abitazione, spesso anche abusiva, li autorizza a proteggersi da eventuali malintenzionati, escludendo a priori che possano essere gli esterni alle loro "proprietà", quelli a doversi difendere dalle loro angherie.

Il mare diventa, così, ad appannaggio di esclusivisti della proprietà pubblica. Visibile attraverso ostacoli in muratura, inferriate di varia natura, lucchetti e sbarre, il mare si è trasformato in un sogno agognato e raggiungibile attraverso vie di fortuna che, per assurdo, innescano degli scrupoli di coscienza legati a fantomatici azzardi nei confronti di una illegalità promossa a dato di fatto, al quale soltanto adeguarsi.

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Se la cittadinanza onesta è costretta ad assistere a questi soprusi, con l’assoluta nullità di mezzi per contrastare queste cattive abitudini, ci si chiede a chi spetterebbe il ripristino della libertà di accesso ai nostri litorali, senza il rischio di giungere a scontri verbali, facilmente degeneranti e con sviluppi imprevedibili, ogni qualvolta qualcuno provasse a rivendicare il diritto di accedere ad una stradina "privatizzata" per raggiungere il mare.

Una risolutiva ordinanza del 2015 sembrava avesse messo chiarezza a questo vergognoso problema. L’Ordinanza 2543/2015 Sesta sezione Consiglio di Stato, con il sottotitolo "Accessibilità pubblica alla battigia e al mare", è stata concepita per dare seguito alla Legge 27 dicembre 2006, n. 296, che già allora imponeva l’obbligo per i titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito, per il raggiungimento della battigia antistante l’aria ricompresa nella concessione, anche al fine di balneazione.

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La questione riguardava in modo particolare le concessioni rilasciate ai lidi e a tutte le strutture turistiche che operano sui litorali italiani, e l’ordinanza ha ribadito il diritto di qualsiasi cittadino a poter accedere al mare senza alcun vincolo nei confronti dei proprietari legittimati dalle autorizzazione del demanio marittimo.

E’ sicuramente ancora più grave la situazione che si registra per opera di chi si arroga il diritto in zone neanche concepite per lo sfruttamento turistico del territorio. Quello che ci chiediamo è, se con una semplice passeggiata di fine estate a ridosso delle zone di residenza, chiunque può testimoniare direttamente la difficoltà di accedere ai luoghi di mare, come giustificare il perpetrarsi di queste pessime abitudini senza l’intervento dell’autorità preposta alla tutela dei diritti del cittadino?

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Le ordinanze, le leggi, i provvedimenti, tutte le normative indirizzate alla salvaguardia del territorio e della libertà del cittadino nell’usufruirne, promosse spesso da iniziative di associazioni e comitati spontanei, perdono qualsiasi valenza ed efficacia se poi non c’è nessuno che faccia rispettare queste norme. Come abbiamo visto in altre occasioni, queste considerazioni assumono la beffa di apparire scontate, quasi a costringerci ad avere remore nel formularle. Proprio perché ci appaiono banali e scontate, ci viene spontaneo pensare che il divario tra il diritto e l’efficacia stia allargandosi a forbice, senza alcuna speranza di invertire la tendenza.

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