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Il lato del soccorso che non conoscevo

In fondo ci si arriva facilmente: se una persona sceglie di passare buona parte della sua vita su una nave con l’obiettivo di soccorrerne altre, la mente ci scivola da sola.

di SOS Mediterranée - mercoledì 30 settembre 2026 - 540 letture

Prima di salire sulla Ocean Viking pensavo che ci avrei trovato degli eroi.

Eroi scintillanti, di quelli che mettono la propria vita in prima linea con sprezzo del pericolo. Figure quasi mitiche, campioni di virtù e di rettitudine, non esseri umani come tutti noi.

In fondo ci si arriva facilmente: se una persona sceglie di passare buona parte della sua vita su una nave con l’obiettivo di soccorrerne altre, la mente ci scivola da sola. La mia lo ha fatto per parecchio tempo. Poi ho conosciuto Oscar e Sandra.

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Sono entrambi catalani, entrambi di Barcellona, ed entrambi fanno parte della squadra di ricerca e soccorso, quelli che si lanciano con i gommoni verso le barche in difficoltà. Usano il sorriso in due modi opposti.

Oscar ha un sorriso gigante, impossibile da non ricambiare. Prova a parlare in italiano appena può, ed è il primo segno della sua gentilezza. È anche un falegname. L’ho visto armeggiare sul deck nei giorni prima di entrare in area delle operazioni: assi di legno, colle, chiodi, frese, seghe circolari. Sempre sorridente e sempre concentratissimo.

Alla fine ho capito cosa stava costruendo: una console per permettere ai sopravvissuti di servirsi da soli bevande calde durante il viaggio verso un porto sicuro.

Non era soltanto funzionale, era bella. Bella come quella che ognuno di noi costruirebbe, o si farebbe costruire, per casa propria. Aveva gli angoli arrotondati per non rappresentare un pericolo e gli alloggiamenti per i bicchieri, così i rubinetti non sgocciolavano sul pavimento rischiando di far scivolare qualcuno.

Poi c’è Sandra. Sandra non sorride quasi mai. È orgogliosa, ha lo sguardo duro, è sempre seria e concentrata. Pensavo aspettasse soltanto il prossimo soccorso. Poi ho cucinato con lei.

Mi ha messo davanti una montagna di zenzero da pelare e abbiamo preparato riso e pollo allo zenzero per i sopravvissuti che avevamo portato a bordo il giorno prima.

E lì, gomito a gomito, ho visto gli altri suoi colori. Sandra ama cucinare perché ama prendersi cura degli altri. Quando è a casa, ne cucina sempre un po’ di più per sua mamma.

Anche quel giorno era preoccupata che il pollo fosse abbastanza per tutti, che le proteine fossero bilanciate, che l’aglio mantenesse la sua anima. Alla fine non era soddisfatta.

Le ho detto che avevamo fatto del nostro meglio. Mi ha risposto: «No, possiamo fare meglio di così.» Con le carote, mi ha spiegato, avremmo corretto l’acidità dei pomodori. E comunque la salsa di pomodoro non le piaceva: appiattiva i sapori.

E mentre servivamo il riso con il pollo, l’ho vista sorridere più volte. Oscar sorride per farti entrare. Sandra sorride quando il piatto è nelle mani di qualcun altro.

È lì che ho capito di essermi sbagliato sugli eroi. La legge del mare è semplice: il compito finisce solo quando i sopravvissuti sono condotti in un porto sicuro. Ma quello che mi hanno insegnato Oscar e Sandra è che la cura comincia prima che il gommone tocchi l’acqua e continua molto dopo che viene issato a bordo.

Nessuno dei due scintilla. Nessuno dei due sembra un eroe da film. Uno costruisce qualcosa perché uno sconosciuto non si faccia male. L’altra prepara un pasto caldo per persone appena tirate fuori dal mare e si arrabbia perché «possiamo fare meglio di così». Forse avevo ragione a cercare gli eroi. Solo non avevo capito dove guardare.

Perché salvare una vita non significa soltanto tirarla fuori dal mare. Significa farla sentire al sicuro. Preparare un pasto caldo. Costruire un posto dove possa riposare senza farsi male. Prendersi cura di quella persona come faremmo con qualcuno che amiamo.

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Daniele
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