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Il femminicidio nei serial televisivi

E’ evidente come anche la macchina da presa, sposando la tesi del serial killer, consideri estremamente sexy una ragazza morta, fatto salvo il rammarico per lo “spreco” di cotanta freschezza
di Ferdinando Gattuccio - mercoledì 14 novembre 2012 - 2465 letture

Affronto questo argomento con dispiacere, perché sono un estimatore delle splendide sceneggiature a cui ormai siamo abituati dalle grandi serie televisive statunitensi, soprattutto quelle di stampo investigativo o medico-legale. L’accuratezza legale e scientifica è ormai assoluta; la fantasia di questi sceneggiatori, nel concepire sempre nuove forme di crimine (e di criminali) ha quasi eguagliato la varietà della realtà; senza contare il fatto che, per quanto concerne soprattutto le figure dei serial killer (che a quanto pare in nordamerica sono più numerosi degli evasori fiscali), non deve essere facile inventare sempre nuovi profili psicologici in un ambito che è stato raccontato infinite volte. Ma c’è un elemento che disturba.

La morte delle “giovani donne”, soprattutto se vittime di un killer seriale, viene affrontata con una leggerezza inaccettabile. Mi spiego. Non ho potuto far a meno di notare che, in queste sceneggiature (ma la cosa emerge anche dallo stile della recitazione dei personaggi-investigatori), quando una donna viene uccisa non in quanto donna (o meglio, non in quanto oggetto di interesse sessuale distorto per il killer), ma in quanto testimone o vittima casuale o altro, c’è una certa (sana) attenzione degli sceneggiatori alla vita pregressa, agli affetti, ai progetti, alle speranze infrante della vittima e dei suoi parenti.

Quando invece la giovane donna (magari la n. 4 o la n. 7 delle vittime) è stata uccisa in quanto oggetto di interesse sessuale per un serial killer, è presa in considerazione come un semplice corpo martoriato (non come “corpse”, cadavere, ma proprio in quanto “body” ormai fuori uso, come quello di una bambola rotta) sul quale la macchina da presa ritiene di poter indugiare, dopo che la donna-corpo è stata tirata fuori da una delle celle dell’obitorio sotto lo sguardo indifferente del medico legale e degli inquirenti.

E’ evidente come anche la macchina da presa, sposando la tesi del serial killer, consideri estremamente sexy una ragazza morta, fatto salvo il rammarico per lo “spreco” di cotanta freschezza (è il caso di dirlo, in un obitorio) sottratta al soddisfacimento delle pulsioni sessuali del balordo di turno. In questi casi, la presenza di un genitore che effettua il riconoscimento è, nella sceneggiatura, quasi una formalità da sbrigare. Sui sogni, sulle speranze, sugli studi, sulla vita di quella ragazza non si spende praticamente una parola; al limite si va per stereotipi, finalizzati ad inquadrarla nel range di scelta del serial killer di turno.

Questo è, lo ripeto, inaccettabile. Non per ragioni morali o estetiche, ma perché la sessualità di una persona si forma attraverso input ripetuti che portano a “desiderare quello che vediamo” (Annibal Lecter). E quanto ho descritto non è altro che l’espressione parossistica della subcultura (radicatissima nel maschio di tutte le latitudini) in base alla quale la donna è un corpo da usare, abusare, ostentare (e mortificare o distruggere, quando non soddisfa i nostri canoni di piacere o possesso), con un fastidioso cervello che talvolta la sottrae alle nostre brame. Temo che questi cadaveri così belli, indifesi, freddi e nudi lancino ai giovani maschi, soprattutto se non ben culturalmente e psicologicamente strutturati, un messaggio subliminale di tacita accettazione di un destino triste ma che, in fondo, rientra nelle cose. Recuperiamo invece la consapevolezza del fatto che una persona ammazzata a causa del capriccioso uso del suo corpo da parte di un altro essere umano è un orrore indicibile, ma soprattutto una delle manifestazioni del male più immerse nell’assurdo.


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